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Verdetto italiano. Fra qualche rovina

Andrea Jacchia
Diario: Anno XI - numero 14 - 7 Aprile 2006


diario coverL’ho definito una volta acustica del vuoto (…). Se in una stanza vuota cade a terra un ago, il rumore prodotto ha qualcosa di sproporzionato, di addirittura enorme, ma lo stesso accade quando il vuoto è fra le persone. Non si sa più: si sta gridando o è un silenzio di tomba? Perché tutto ciò che è falso e storto acquista la forza attrattiva di una mostruosa tentazione, se non vi si può opporre nulla. Non pare anche a te?». (Robert Musil, L’uomo senza qualità, parte terza, «Verso il regno millenario»)

Vuoto di primavera. Oggi, in questo posto, sembra più ferma la paura di invecchiare: i giorni apparentemente più lenti producono anche noia, e la noia nutre l’ansia, due soste sgradevoli. Dilaga addirittura una certa fatica a chiamare le persone per cognome, perché pare che lo si sia fatto troppo negli ultimi 12 anni esatti. Non si vorrebbe nominare neanche l’uomo più gridato in questo periodo. Restano utili le indicazioni di città (Milano, Roma, Palermo), e qualche sparsa citazione di genere, per far capire dove si è, e a che punto: primo ministro, attori, giocatori, legislatura, mafia, saccheggi, parolacce, fascismo. Siccome questo posto non è solo – è una penisola – per gentilezza e perché è utile, qualche straniero viene nominato in qualche conversazione: Harry Kessler, un conte pacifista tedesco del secolo scorso, i filosofi Spinoza e Montesquieu (olandese-portoghese il primo, francese l’altro), gli scrittori Stendhal, Musil, Chamisso (rispettivamente Francia, Austria e Prussia), l’inglese Seton-Watson, storico, il musicista di Salisburgo Mozart. Tutti morti, ma un po’ Europa.

In questo vuoto di giovinezza forzata, qualcuno addrittura retrocede spontaneamente alla doppiezza dell’adolescenza: quando si ha un po’ paura di tutto ma ci si immagina nella speranza del meglio. O anche dell’impossibile. Un tipo di paura, non generica ma indotta e coltivata, ha in questo posto la sua fisionomia precisa e, dicono, poco invecchiata; lo storico Seton-Watson l’ha descritta: «In politica la paura è spesso più potente della realtà: il fascismo continuò a prosperare sulla paura del bolscevismo anche molti anni dopo che il pericolo era scomparso». Qui e ora, uno scrittore torinese, durante una telefonata, è stato fotografico come un medico legale: «Negli ultimi tempi siamo vissuti dentro la morte, come 70-80 anni fa». Comunque, ancora per qualche giorno, l’ansia si concentra nell’attesa e nella moda del verdetto. Il caso più importante resta quello delle elezioni, del prossimo Parlamento, cioè del primo ministro (quel cognome urlato da oltre un decennio) che nella realtà assomiglia a un baro e crede di non esserlo. Si chiedono, quasi tutti – circa 40 milioni di elettori – se possa ancora battere, alla sua terza giocata politica, e anche patologica, un’unione di concorrenti normali che si è organizzata d’urgenza per liberare tutti (quasi 60 milioni di cittadini) da lui. Tutti sanno che suo padre era un direttore di banca, e qualcuno ha scritto – ma è una cosa ormai dimenticata – che lui ha paura del buio. In questa penisola, per due terzi centromeridionale e quindi benevolmente battuta dal sole, l’ombra ha un suo peso specifo: ripara, nasconde, e naturalmente resta la proiezione di ognuno. Temerla, o metaforicamente perderla, non sta bene.

Lo scrittore prussiano Chamisso ha inventato, nei primi decenni dell’Ottocento, uno straordinario personaggio – Peter Schlemil – che per inesperienza, romanticismo, e prospettive di ricchezza, vende una parte di se stesso al diavolo, proprio la sua ombra. È una favola morale, simbolica: dove l’ombra viene intesa come parte rispettabile, decoro. E a Peter alla fine non andrà male, perché, soprattutto, resta un giovane fantasioso e perbene. Una specie di cosmopolita filantropo che riuscirà a girare velocissimamente il mondo con gli stivali delle sette leghe. Qui, in questi giorni, si dice che il primo ministro (diverso da Schlemil) abbia eliminato da molto giovane la sua ombra: per soldi (impresentabili) e poi, quasi per caso, per poter rappresentare la totalità di questa penisola. In pratica, per convincere il maggior numero di persone a disfarsi anche loro della propria ombra. Ce l’ha un po’ fatta, fino a oggi, anche perché – dicono – questa Repubblica ha una parte «elastica e sediziosa». Dicono anche che assomigli a suo padre bancario. Morto qualche anno fa, e vissuto paradossalmente in ombra.

Soldi e deputati. Il signor Leuwen, socio della celebre banca Van Peters, Leuwen e C. nonché padre di Lucien Leuwen (due creature letterarie del gran scrittore Stendhal) aveva paura delle persone noiose, dell’aria umida e «non assumeva mai un tono troppo serio con suo figlio». Diceva anche che un figlio «è un creditore datoci dalla natura». Quando entrò in politica, diventando deputato, così illuminava i parlamentari della sua schiera: «Non ho altro vantaggio su voi che quello di avere studiato per 45 anni gli imbrogli parigini… Discuteremo sull’opinione che dovremo avere domani; se siamo 20, come spero, e 11 si dichiarano per il sì, occorre assolutamente che gli altri nove dicano di sì, quando anche fossero del tutto propensi al no. Qui è il segreto della nostra forza. Se mai riuscissimo a riunire 30 voti sicuri su tutti gli argomenti, i ministri non potrebbero rifiutarci più nulla. Faremo un piccolo promemoria delle cose che ciascuno di noi desidera maggiormente ottenere per la sua famiglia… Quando tutti avremo ottenuto dalla paura del ministro qualche cosa dello stesso valore, passeremo a una seconda lista. Che ne dite, signori, di questa campagna legislativa?».

Il banchiere Leuwen aveva naturalmente paura che gli altri corrompessero i suoi deputati; e allora «andava a volte con loro a cercare una camera ammobiliata, o a contrattare con quei sarti che vendono pantaloni fatti nei vicoli. Se avesse osato, avrebbe offerto loro l’alloggio come offriva loro il pranzo, nutrendoli o poco meno. Con attenzioni d’ogni giorno, che lo divertivano tuttavia per la loro assoluta novità, arrivò rapidamente a 29 voti. Allora prese il partito di non invitare mai a pranzo un deputato che non appartenesse a questi 29, e quasi ogni giorno di seduta se ne portava a casa dalla Camera una grande berlina piena zeppa».

Conti e viaggiatori. Tutti sanno qui che il primo ministro ama la Francia, le sue canzoni, la sua lingua, ma non ne legge i libri. Perché sembra che non legga libri (dicono che preferisca farseli riassumere da altri). D’altronde, tutta questa penisola è anche conosciuta per la relativa, o anche scarsa, propensione alla lettura dei suoi abitanti: sui treni alla fine di un tragitto (quello Milano-Roma-Palermo dicono sia molto «governativo») abbondano, abbandonate, soprattutto riviste. I treni, poi – si sente dire – restano il mezzo di spostamento obbligato per chi ha meno soldi; e gli scompartimenti restano a loro volta i posti anonimi più disponibili, e alla fine più temporanei, per discutere di povertà e benessere. Di titoli, di pensioni, di costo del lavoro, di passaggi fiscali – qui va molto il termine «cuneo» che coincide col nome di un capoluogo piemontese – di debito pubblico, di tasse sulla casa eccetera.

Succede anche in altri posti, e da sempre, e molto, fra le carrozze ferroviarie. In uno scompartimento di un treno imperiale austroungarico del secolo scorso, il gran scrittore Musil ha immaginato, e quindi trascritto, queste voci: «Le assicuro che i redditi sono diminuiti del 20 per cento e la vita è rincarata del 20 per cento; fa il 40 per cento, insomma!»; e poi: «Creda a me, la Corsa dei Sei giorni è un avvenimento che unisce i popoli!»; o anche, a botta e risposta: «Il melodramma però io lo metto al di sopra di tutto!», «È uno svago per lei?», «No, una passione».

Alla fine di quella piccola orgia di confessioni vestite da informazioni, il personaggio centrale – che si chiama Ulrich – inclina il capo «come si fa per scrollar via l’acqua dall’orecchio; nel treno affollato il viaggio era stato interminabile; gocce di conversazione generale penetrate in lui durante il percorso rigurgitarono fuori».

Denaro e commedianti. Avete appena letto come in quel treno imperialregio si siano incrociate, a suon di citazioni, la vita e l’opera. La vita (o la sopravvivenza), cioè redditi più bassi e rincaro generale. L’opera, ovvero la passione del melodramma «al di sopra di tutto». In senso lato il teatro, la parte, la recitazione, il registro vocale nelle sue variazioni: di coloritura, di grazia, grave, acuto. Chi non ama, in questo posto, il primo ministro (in particolare i lettori di libri, gli amanti della musica e delle arti, e gli impoveriti) non si dà pace di come lui sia riuscito a mettere in scena, a «cantare», e a far rappresentare la sua notevole ricchezza: come una specie di capolavoro lirico – spesso di difficilissimo montaggio – a disposizione di tutti. Cioè anche imitabile, e senza rischi di accuse di plagio. In pratica, come una cosa rara, ma a cui tutti potrebbero accedere. (Detto per inciso, questa penisola è da sempre molto musicale, e fra i suoi compositori comprende anche un certo Vincenzo Martini, del tardo XVIII secolo, e quindi contemporaneo del grandissimo Mozart, nonché autore di un’opera buffa chiamata proprio Cosa rara. Chi non ama troppo il primo ministro, ma è disposto a riconoscergli alla fine un minimo livello comico, si riferisce a lui, in questi giorni di vuoto primaverile, negli stessi termini usati dal gran Mozart verso l’opera di Martini: «Ci sono delle cose carine, ma fra 20 anni nessuno se ne ricorderà più»).

Sulla tenuta dell’immagine storica, artistica, e anche pedagogica del primo ministro, c’è chi è molto meno indulgente: si dice, molto in sintesi, che quell’immagine teatrale del benessere resti diseducativa, e che tutto quel denaro non abbia in sé grandi doti. E viene sommariamente citato Veblen, americano, sociologo ed economista: «Quest’insistenza sui meriti della ricchezza porta a sottolineare in modo ancora più esagerato i meriti degli agi». In un posto in gran parte al sole come questo, dove il tenore di vita più basso è anche più visibile, l’agiatezza cantata del primo ministro viene contrapposta a una sorta di rovina generale. Oltre a tutto costosa da rimuovere dopo, cioè fra pochi giorni, una volta che l’ottimismo del primo ministro dovesse essere smentito da un verdetto elettorale contro di lui. Per cui, in questa penisola, chiamata anche «il parco archeologico più grande del mondo», si parla oggi molto, anche troppo, di macerie e di resti.

Il linguaggio delle rovine. Molto in breve. Qui, dove la storia è molto vecchia, le storie sono state tante, hanno sfilato, e sono state spesso delle novità (non sempre delle migliori), si trova sempre qualcuno pronto a ripeterle: l’Impero dei romani, il potere secolare dei papi, il regno di casa Savoia, la dittatura del fascismo, la Repubblica della Resistenza, la Repubblica della normalità cristiano-democratica, la Repubblica di questo primo ministro uscente. Chi fa l’elenco dà anche un suggerimento: guardare i resti, i palazzi intatti, e quelli in buono stato, immaginando in contemporanea tutto quello che è successo in quei luoghi. Suggerisce una passeggiata fra i Fori della capitale: dove i cittadini romani antichi discutevano relativamente liberi, e dove due millenni dopo hanno sfilato le truppe molto relativamente «imperiali» del fascismo.

Suggerisce una sosta davanti al palazzo romano che per qualche secolo è stato la sede dell’ambasciatore veneziano: funzione di cui nessuno si ricorda più, perché solo un’ottantina d’anni fa era diventata la sede e il balcone del «duce» fascista. Invita anche a guardare, di fronte, il blocco del tribunale di Milano: stile fascista, ma memoria immediata di celebri inchieste giudiziarie contro una fila di grandi corruttori. Alla fine, un prossimo simbolico «resto» da visitare potrebbe essere la sede milanese del potere economico del primo ministro, un palazzo del centro (vicino al grande Parco del Castello) con una facciata tardo ottocentesca in finto stile fiorentino (bugnato rinascimentale): come entrare in un residence – l’ingresso – e come scendere in una sala tombale color terra di Siena bruciata tirata a lucido (la sala delle conferenze). In sintesi, dove si vive provvisori, e dove si può essere sepolti.

Quello scrittore torinese fotografico come un medico legale parlava di anni «mortali».

Risvegli e libero pensiero. Avete capito che anche dall’ansia stanca dell’attesa a un certo punto si esce: si ritorna perfino a fare nomi e cognomi. L’inchiesta «prima del verdetto» può ridiventare meno impalpabile, o meno da stranieri in casa propria: quel primo ministro ritorna a essere il presidente del Consiglio (Berlusconi) che 12 anni fa – 74 anni dopo la marcia su Roma – ha reinventato su se stesso un certo stile all’italiana. O meglio, l’ha riaggiornato in un clima disponibile. Un brutto resto del passato, ma anche una rovina moderna (un edificio littorio, se volete) più che una maceria: in genere le macerie vengono buttate, non ricostruite.

A proposito di monumenti moderni, ma del pensiero, pensate, in questi giorni, al gran Montesquieu che cita l’equilibrio del «potere che ferma il potere»: potrebbe aver commentato con oltre due secoli d’anticipo quello che in parte è successo di buono in questi anni. Quando «l’uomo» è stato ogni tanto fermato, o rallentato, dalla convergenza – non abituale – dei poteri legittimi con i cittadini in piazza: Cassazione, Corte costituzionale, potere giudiziario, presidente della Repubblica (più o meno) sulla stessa barricata, o, se preferite, in girotondi d’intesa non pianificata. Ma rileggete anche il gran Spinoza, per capire quanto il nostro «fenomeno» sia stato locale e sostanzialmente premoderno.

La citazione è un po’ lunga, ma abbiate pazienza, è una delle «basi», risale solo alla metà del XVII secolo: «Poiché i giudizi degli uomini, liberamente espressi, sono estremamente vari, poiché ciascun individuo si ritiene il solo a saper tutto, e poiché infine non è possibile che tutti concordino nei pensieri e nelle parole, gli uomini non avrebbero avuto la possibilità di una vita pacifica se ciascuno non avesse rinunciato al diritto di agire in base alla propria privata decisione. Si ebbe dunque questa rinuncia, non già però la rinuncia al diritto di ragionare e di pensare in proprio. Perciò nessuno può operare contro le deliberazioni dell’autorità sovrana senza intaccarne il diritto; ma gli sarà ben lecito avere sentimenti propri e di conseguenza esternarli, purché si limiti semplicemente a esporre e a insegnare sostenendo le proprie tesi con l’argomentazione e non con la frode, l’ira, l’odio, e con l’intento di introdurre mutamenti nella cosa pubblica in forza della sua sola volontà. Poniamo ad esempio che qualcuno metta in luce l’irragionevolezza di una data legge e giudichi perciò che vada abolita: se sottopone le proprie opinioni al giudizio dell’autorità sovrana (alla quale soltanto compete di istituire o abrogare le leggi) e nel frattempo non compie atti contrari a ciò che quella legge prescrive, fa opera meritoria verso la comunità politica e si qualifica come il migliore dei cittadini. Se, al contrario, le sue obiezioni mirano ad accusare il magistrato di ingiustizia e a suscitare contro di lui l’odio del popolo, o se in modo sedizioso si adopera ad annullare quella legge contro la volontà del magistrato, allora è da vedersi in lui un provocatore di disordine e un ribelle».

(Si ricorda, in questi giorni, come il presidente del Consiglio uscente abbia definito, a diverse riprese, giudici e magistratura: matti, mentalmente disturbati, antropologicamente diversi dal resto della razza umana, il cancro della democrazia. Si cita anche come ha nominato, a Bari, cinque giorni fa, i suoi elettori: missionari di verità. Nessuno perderà la memoria di una sua parola centrata contro i suoi oppositori: coglioni).

Ricordarsi del Kaiser. Qualcuno, in questi ultimi giorni, ha lamentato l’assenza dilagante di senso del passato: un archeologo ironizzava, abbastanza disperato, sul progetto patrimoniale del governo uscente di mettere in vendita pezzi di territorio, edifici, resti storici e d’arte di questa penisola. Parlava di «saccheggio conseguente al gusto dominante». Un suo interlocutore lo tranquilizzava spostando i due termini (gusto e saccheggio) a un’altra scena, a un’altra storia, e soprattutto ad altri esiti. Gli ha detto: «Stai tranquillo, a volte si saccheggia per rabbia, e con una certa giustizia, e soprattutto contro oggetti ed ex proprietari che non valgono niente». E citava dai diari di una bravissima persona, il conte tedesco Harry Kessler, vissuto nella Germania imperiale nei primi decenni del secolo scorso, 1918, dopo una visita all’ex palazzo imperiale di Berlino: «Gli armadietti dell’imperatore sono vuoti, i vetri distrutti. Non è possibile stabilire la parte avuta dai marinai nei saccheggi. Ma le stanze private, i mobili, gli oggetti d’uso comune, i souvenir e gli oggetti d’arte della coppia imperiale che sono rimasti sono così borghesemente ordinari e privi di gusto, che non si riesce a provare alcuna grossa indignazione contro i saccheggiatori, solo meraviglia che le creature povere, spaventate e prive di fantasia che amavano questo ciarpame abbiano potuto, vivendo in maniera vana nel guscio prezioso del castello tra lacché e spettrali cortigiani, operare su un piano storico-mondiale. Da questo mondo dell’apparenza, di cattivo gusto, gretto, che ingannava se stesso e gli altri con valori completamente falsi, provengono i suoi giudizi, i suoi piani, le sue combinazioni e le sue decisioni. Un gusto malato, un’eccitazione patologica che guida la fin troppo bene oleata macchina statale. Non provo alcuna compassione ma solo orrore e un senso di colpa per il fatto che questo mondo non fosse già da tempo distrutto, ma che, in qualche altra forma, continua ovunque a vivere».


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