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Umberto 1946

Andrea Jacchia
Diario: numero 22 - 2 giugno 2006

L'ultimo Savoia Carignano lasciava l'Italia come un decorativo direttore di una galleria
di quadri storici a cui avevano revocato l'incarico. In quei dipinti c'erano molte repubbliche
e anche un bel po' di colpi di Stato.

Carlo Alberto di Savoia Carignano, penultimo re di Sardegna, era molto alto (quasi un metro e 98), aveva concesso lo Statuto, ed emancipato, con i diritti civili, gli ebrei e i valdesi. Vittorio Emanuele III, suo bisnipote e terzo re d'Italia, aveva tradito lo Statuto, firmato le leggi antiebraiche del 1938, e la sua statura non toccava il metro e 60. Carlo Armellini, di Roma, Giuseppe Mazzini, genovese, e Aurelio Saffi, conte palatino e patrizio di Forlì, avevano messo in piedi, nel 1849, una Repubblica romana: avevano cacciato il papa, costruito un brevissimo Stato liberale, democratico, e rivoluzionario, e si erano nominati, all'antica, “triumviri della Repubblica”.
Nel primo secolo dopo Cristo, Augusto imperatore si faceva chiamare “principe della Repubblica”, e dopo di lui, molti altri imperatori di Roma erano definiti istituzionalmente “generali della Repubblica”. Nei primi giorni di giugno del 1946, Umberto II di Savoia Carignano, quarto e ultimo re d'Italia, risultava nelle fotografìe quasi sempre con un'ombra di barba (quella che gli inglesi chiamano five o' clock shadow, l'ombra delle cinque della sera): e così com'era, diventava anche lui un ritratto di una lunghissima storia, un quadro.
E sempre così, 60 anni fa, Umberto lasciava l'Italia come avrebbe potuto fare un decorativo direttore di una grande galleria nazionale d'arte e di fotografia a cui avevano revocato l'incarico: come se quella raccolta, messa insieme dalla sua famiglia, non avesse più bisogno di un rappresentante del clan per diventare integralmente pubblica. Per cui, sul Savoia Marchetti che lo portava in esilio in Portogallo, poteva ripassare alcune scene, rivedere a colpi di memoria altri quadri: per cogliere, in quella galleria, qualche carattere regressivo, e anche qualche tono repubblicano dominante.
Il tono della Repubblica fiorentina agli esordi del Cinquecento era questo: bruciava un moralista come Savonarola, commissionava, a specchio di se stessa, il David a Michelangelo, incaricava Machiavelli di curare gli Esteri e la Difesa. Il serenissimo tono di Venezia anticipava due temi di oggi, ma con giudizio: nello scontro di civiltà mediterranea col “Turco”, vinceva a Lepanto e poi trattava, lasciava che Marc'Antonio Bragadin venisse scuoiato a Cipro, e poi trattava ancora, perdeva la Morea, ma poi sapeva fare la pace; nel vigilare sul proprio libero pensiero, lasciava che Paolo Sarpi, in piena Controriforma, dicesse la sua in laguna. Il tono dei genovesi bilanciava quanto di più aggiornato ci fosse: servizi bancari e di flotta a un cliente imperiale (la Spagna), qualche giro di boa autoritario (Andrea Doria), magnifici mecenati (Durazzo, Spinola, Balbi) dediti a farsi ritrarre da Van Dyck, con collezioni derivate. Insomma, repubbliche italiane.
Più avanti, nella galleria, a regno fatto e unito, spiccava una scena di genere variata, molto originale, molto italiana, un'invenzione storica: il colpo di Stato avallato dallo Stato. Scena del maggio 1915: il re dichiara volentieri la guerra perché la piazza (nazionalisti in camicia azzurra, molto ben organizzati) lo vuole; e questo con un Parlamento e con partiti della trattativa con l'Austria-Ungheria, contrari. Quadro dell'ottobre 1922: il re (padre di Umberto) consegna lo Stato, lo Statuto, la presidenza del Consiglio, la capitale, alla marcia di circa 40 mila camicie nere bagnate di pioggia, e al loro capo. Il tono dello Stato pronto al colpo (cioè organizzatore, almeno in parte, o consenziente) avrebbe tenuto in altri quadri repubblicani molto recenti: scena del 1964 (piano Solo), scena del 1972 (golpe Borghese), scena del 1973 (piano eversivo della Rosa dei venti), scena del 1974 (golpe bianco di Edgardo Sogno). Quadri ”a tecnica mista”: con caratteri sia realisti che futuristi. Che avrebbero concluso la veloce rassegna.
Alla fine, sbarcato a Lisbona, Umberto poteva tener conto anche di un ultimo disegno: il nuovo stemma dello Stato, una stella e una ruota del lavoro, incorniciate nel lauro e nell'alloro. L'aveva appena disegnata il pittore Paolo Paschetto, valdese di Torre Pellice: un pronipote di uno degli emancipati dell'altissimo Carlo Alberto.

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