@ andrea.jacchia@gmail.com
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home   

 

dettaglio disegno


Tunisi, il costume in divisa

Andrea Jacchia
Diario: Anno IX – numero 25 – 25 Giugno/1 Luglio 2004


diario coverUna statura e una taglia ridotte condizionano, senza essere un freno all’immaginazione. Anzi: quando non si tocca un metro e 70 di altezza e si gira per sei giorni, in pochi posti, per il più stringato Paese del Maghreb francofono (164 mila 150 chilometri quadrati, compreso uno spicchio sahariano), si può capire come una certa categoria di piccoli, o di asciutti, guardi spesso a modelli alti. I bey di Tunisi sono stati principi regnanti per oltre tre secoli, prima in nome del Sultano e poi pro forma sotto il protettorato francese: un bey del primo Settecento guardava al re Sole e nella canicola del centro di Tunisi si fece costruire il Palazzo del Bardo, del tutto bianco e moresco, ma il cui punto massimo di emulazione psicologica era Versailles. La Tunisia repubblicana e indipendente dal 1956-57 (grazie a Pierre Mendès-France, il primo ministro parigino della pace in Indocina, che qui, a Tunisi, gode di un buonissimo ricordo e di una piazza col suo nome) si è data, dicendolo e non dicendolo, almeno quattro caratteri dominanti: il repubblicanesimo francese, quello turco-moderno di Mustafà Kemal, la paternità di Dio, dell’Islam e della lingua araba, e la maternità nordafricana. Alla lettera, i primi stralci della Costituzione del 1959 proclamano: «In nome di Dio, Clemente e Misericordioso! (…) La Repubblica tunisina costituisce una parte del Grande Maghreb e coopera alla sua unità, nel quadro del comune interesse». Nei fatti, un avvocato tunisino piuttosto basso di statura e col mento portato in avanti, che si era fatto le ossa in Francia e aveva sposato prima una francese e poi una tunisina, si era dato nei primi anni Sessanta a un po’ di gesti pubblici e platealmente ideologici: aveva bevuto un succo d’arancia in pieno digiuno di Ramadàn, aveva convocato davanti alle telecamere una donna ormai indipendente del suo Paese, per poterla spogliare del velo in diretta e perché qualche milione di tunisini cogliesse così a occhio nudo il colpo di scena, da aria serena dell’Ovest. Serena, ma controllata, perché quell’avvocato, chiamato il Comandante Supremo, era il padre della libertà, l’amico arabo, laico e socialista di quella sua specie di omologo francese, il radicalsocialista, agnostico ed ebreo Monsieur Mendès-France: insomma, l’avvocato Habib Bourguiba di Monastir, primo presidente e poi presidente a vita, destituito nel 1987«par incapacité», dall’indole «demagogico-sociale» (qualcuno in città lo memorizza così) e dalla pratica politica di un gaullismo estremo, cioè estremamente autoritaria. Eppure qualcun altro, anzi un bel gruppo di donne e uomini di pensiero, tunisini e francesizzanti con molta naturalezza (lingua perfetta, lunghi soggiorni a Parigi, eredità critica e molto discussa di quella cultura-modello) oggi un po’ lo rimpiange, in una sorta di parziale autoanalisi: dopo tutto era un «intellettuale» e un bel tipo di «ateo repubblicano». E d’altronde, sempre a chiare lettere, altri passi di quella Carta costituzionale si tengono dietro l’un l’altro con questo ritmo concettuale: «La Repubblica tunisina garantisce la dignità dell’individuo e la libertà di coscienza, e assicura il libero esercizio dei culti religiosi, purché esso non porti turbamento all’ordine pubblico (…). Le libertà di pensiero, di espressione, di stampa, di pubblicazione, di riunione e di associazione sono garantite e sono esercitate secondo le condizioni stabilite dalla legge. È garantito il diritto sindacale».

CASA SU DUE SPONDE. Un altro succo d’arancia, senza storia ma più desiderato, bevuto all’Hotel Bellevue, può venir accompagnato da un «sei a casa tua» detto da un cameriere in quell’italiano da diporto mediterraneo, che concentra in genere cadenza araba e abitudine al francese. A vista, la casa propria, lì, andrebbe vissuta come casa occidentale nel senso più largo: quell’albergo sta in Avenue des Etats Unis, poi c’è la rue d’Autriche, e un bel po’ di altri toponimi che nominano quasi l’intera compagine della Nato e dell’Unione europea. L’invito, subliminale o espresso, sembra quello: si è in vacanza a casa propria nel Maghreb, liberi, se proprio si vuole, di fare gli orientalisti nel Paese musulmano più assimilato all’Ovest, senza sentirsi troppo dentro a un’avventura, né tantomeno a un esilio assolato. Se poi si viene dall’Italia, spuntano, in racconti un po’ standardizzati, le radici lì trapiantate di tutti quegli italiani che hanno costruito anche loro il Paese o gli hanno dato statura: la mal nutrita ma numerosa colonia di emigrati di fine Ottocento, e poi la nascita e l’adolescenza, a Tunisi, di Claudia Cardinale e di Luca Ronconi. E così continua la fama allargata, o da immediata esportazione, del piccolo Paese: Tunisia terra d’asilo (un caso solo, l’esilio posticcio dell’«esule di Hammamet», cioè Bettino Craxi), o di ricchezza, potere e défilées all’europea (da Tarak Ben Ammar, che ha prodotto e fatto girare in loco il Gesù di Zeffirelli e oggi è buon amico di Silvio Berlusconi, ad Afef Tronchetti Provera, tanto mediterranea, quanto efficace testimonial di un Nordafrica il meno scomodo possibile, cioè televisivo e milanese). E questo senza contare i posti di mare, quelli più arroccati, di una bellezza difesa, che potrebbero evocare «casa nostra»: come Sidi Bou Said (più Positano che Portofino) che Paul Klee ritraeva e di cui André Gide godeva con regolarità.

Un caffè arabo (quello con la polvere sul fondo che i turchi chiamano «turco» e i greci «greco») bevuto in un bar di fronte a quello stesso albergo concentra l’attenzione su un’imprecisione di immagine: i clienti di mezza età di quel bar potrebbero avere figli o nipoti già emigrati oltre il mare, e che una volta arrivati a casa nostra, vengono detti «marocchini», o genericamente livellati come arabi. Naturalmente, sul posto, le differenze sono presto dette, perché dettate dalla Storia, o suggerite da un atlante politico e territoriale: il Marocco è lontano, e poi è una monarchia da poco semiaperta, e in sostanza è un Maghreb atlantico; mentre i due vicini, Algeria e Libia, dilagano e stringono, ma restano con un che di arretrato rispetto al modello alto, dell’Ovest. I libici sono «contadini ricchi col petrolio che vengono qui per la salute e per le ragazze, o le signore». Cioè cliniche attrezzate, check-up, e donne emancipate: per legge, legge unica, rivoluzionaria, non discutibile, dettata dall’avvocato Bourguiba subito dopo l’indipendenza. Gli algerini, sia pure «più rispettati dai francesi» (otto anni di guerra da pari a pari dopo 130 di coabitazione coloniale), hanno avuto l’islamismo in armi, la mattanza civile, e oggi restano una «dittatura militare».

ESERCITO, POLIZIA, O TUTTI E DUE. E così scatta un’altra differenza di corpo, o di mostrine, non semplicissima da cogliere: là, ad Algeri, «comandano i generali», qui, a Tunisi, «lo Stato è sostanzialmente di polizia». Le donne restano libere (ma, sembra, aumentino i veli), la Costituzione è sempre quella, gli uomini e le donne di pensiero discutono con un cosciente tasso di riservatezza e se ne stanno spesso in Francia, l’integralismo islamico è controllato, o invitato all’autocontrollo, così come succede all’opposizione democratica, ai giornali, ai sindacati, ai cittadini, agli intelletti di diversa levatura. Il poliziotto supremo è lo stesso che faceva il primo ministro dell’avvocato Bourghiba, e che lo ha messo a riposo 16 anni fa. Lo si vede in fotografia un po’ dappertutto, negli alberghi in particolare, e sempre in frac: in questo sembra un capo francese démodé, se ci si ricorda di de Gaulle, di Pompidou, di Giscard, cioè dei presidenti della Quinta Repubblica che si imponevano, negli uffici dello Stato, con un’immagine fotografata in vestito da cerimonia. Ma il presidente Mohammed Ben Alì, l’uomo in frac (ed ex generale, anzi, come qualcuno precisa in una sintesi di sistema, «un policier griffé à la militaire») ha qualche handicap di base e in sé per sé: l’ospitale gruppo di uomini e donne di pensiero e di libere professioni (alcuni sono amici, altri conoscenze casuali) racconta come il padre del presidente sia stato «un collaborazionista dei francesi, ma sono scomparsi tutti i documenti che lo riguardano», o cerca di descrivere «il vocabolario minimo» del presidente, e l’«accento terre à terre», e la convergenza disatrosa fra la sua «nuova ricchezza e il suo nuovissimo gusto». Può così capitare di vedere i risultati di quel gusto: la volta della tomba di un marabutto (in senso lato un santo musulmano) a Zaghouan, è stata rifatta con i soldi privati del presidente, ed è una specie di torta concava, bianca e decorata come un bagno turco. Eppure Zaghouan è una deliziosa città di campagna, un po’ Italia siciliana, dove non si smetterebbe di passeggiare: e tutta la campagna, l’entroterra di Tunisi, è un magnifico meridione. Ci si può anche sorprendere di come una lunga storia (berbera, cartaginese, romana, araba, ottomana, francese, tunisina) venga trattata o ritrattata, a diversi livelli.

DALLE ROVINE AL CEPPO. La famiglia cartaginese dei Barca (Amilcare, Asdrubale, più di tutti Annibale) aveva creato molti problemi all’«occidente» di Roma nel II secolo avanti Cristo: la loro città sconfitta, poi romana, poi diventata resto archeologico, è uno dei documenti d’identità tunisina. Il suo teatro, restaurato con un eccesso di cemento, è oggi un piccolo stadio contemporaneo e solo. Sull’orizzonte della grande e nuova moschea di Cartagine si perde l’occhio, e il tempio sembra sbucare dal niente, anzi da un insieme di sterpi a ridosso (l’insieme crea comunque un effetto). Le rovine della città di Oudhna (antica Uthina) sono una scoperta recente, ma i restauri a cemento anche lì si sprecano. Tunisi la capitale un po’turchesca, un po’oltremare francese, un po’ Riviera italiana, ha una cintura, anzi un’invasione di quartieri a schiera e di centri commerciali. La novità sociale, non solo a Tunisi, sono i «quartiers informels»: erano le terre povere della periferie, concesse da Bourghiba a chi voleva costruirci la propria casa. Il popolo delle banlieux lo ha fatto e continua a farlo, ma ognuno a modo suo, case personalizzate: il contrario dell’ unitè d’habitation, cioè di Le Corbusier (che aveva molto costruito ad Algeri). Può anche capitare di leggere una via, o un corso, intitolati «all’ambiente», Boulevard de l’Environnement, e si viene informati che la Tunisia è piena di strade intitolate all’ambiente (una sorta di tautologia): qualcuna portava prima il nome di Bourguiba. Si ascolta anche molto l’espressione «souche africaine» (ceppo africano): forse come denominazione d’origine necessaria per capire di quale e quanta storia i tunisini abbiano bisogno in se stessi e di fronte agli altri (gli «occidentali», ma anche l’altro Maghreb, e gli altri arabi, gli altri musulmani). In effetti, all’imperatore romano Settimio Severo (146-211 dopo Cristo) è dedicata una via di Cartagine, e sulla targa l’anagrafe generica è accertata: «De souche africaine». A essere precisi, lui era cirenaico di Leptis Magna, in senso lato un vicino libico.

A Kairouan, un giovane uomo di circa 30 anni è stato un incontro fortuito e un’ottima guida: si è girati per la quarta città sacra dell’Islam (sacra anche all’Unesco, cioè patrimonio dell’umanità), intatta o molto ben mantenuta, con la grande moschea nel cui perimetro il grande Imam decide tutto (ore di visita, condizioni), è supremo «conaisseur», halim in arabo, e mantiene la carica a vita. Quel giovane uomo, bevendo un succo di fragola, propone un’idea allargata della storia da cui proviene, e ne parla, senza dirlo apertamente, a nome di tutti: «Prima di tutto siamo semiti, poi siamo arabi, a prescindere dalla particolarità tunisina. Poi siamo musulmani, con quattro qualità semite e musulmane: onestà, coraggio, orgoglio, poesia. Per quanto mi riguarda sono diventato praticante negli ultimi quattro mesi, perché mi sento bene nella preghiera». Gli si può domandare se, come musulmano, abbia il senso della umma, della comunità dei credenti in Dio e nel Profeta, se si senta in qualche modo fratello di un indonesiano, o di un mauritano, o di uno del Pakistan. «Direi di no, o a certi patti. Ma forse sono un po’razzista». Alla fine sorride, e poi ride.

INCONTRI E STATUE. A Tunisi, nel quartiere Lafayette (che è anche un quartiere ebraico), o in Avenue Bourguiba, o in qualunque altra strada, se capita, molto spesso, che qualcuno si offra come guida per un giro nella Medina (assai bella e non ancora tirata a lustro) e gli si ceda per sfinimento e si decida poi di tornare indietro a metà strada per un vago senso di inquietudine dopo aver pagato 20 dinari per due birre non consumate; se succede normalmente tutto questo, si può poi venire informati che quella guida lavorava nel già nominato Hotel Bellevue, ma senza farsi vedere troppo: come succede in genere a poliziotti formalmente addetti alla conciergerie, o ad aprire le porte scorrevoli, o a stare nella hall come clienti interni, o a far capire, alla prima occasione e senza un ruolo preciso, che chiunque è a casa propria, benvenuto e guardato a vista.

I quattro o cinque poliziotti in funzione, cioè vestiti da se stessi, a guardia della grande sinagoga di Tunisi, in Avenue de la Liberté, prendendo le distanze dalle transenne che separano il tempio dal marciapiede, chiedono per prima cosa a chi voglia fare una visita all’interno, se sia ebreo o no. Qualunque sia la risposta, aggiungono che dentro non c’è probabilmente nessuno; poi fanno un giro nel retro, confermano che la sinagoga quel giorno è chiusa, pur essendo normalmente in funzione. Si può così venir informati dal gruppo di amici ospitali e cosmopoliti, che gli ebrei tunisini sono oggi circa tremila, che sono cittadini e fratelli da sempre, che possono avere indole e abitudini africane ancora più marcate dei loro fratelli musulmani. Può così capitare di sentire nominato un generico Levy del quartiere di La Gouelette, dal carattere così estroverso e mediterraneo: «un tipique juif de Tunis».

Il poliziotto da cui si può venir afferrati per un braccio mentre si sta scattando una fotografia, può non sentire ragioni per almeno dieci minuti e insistere per accertamenti al commissariato centrale. Il soggetto della foto potrebbe essere il profilo della statua di Ibn Khaldun, grande intelletto arabo-tunisino, nato nella città nel 1322 e morto al Cairo nel 1406. Esattamente, come è stato inciso alla base della statua, «Philosophe. Historien. Sociologue». Un «sociologo» del XIV secolo potrebbe valere un ritratto: basta stare attenti, perché quella statua e quel profilo danno i fianchi al retro dell’ambasciata di Francia, distinguibile dal tricolore e distante solo due marciapiedi o poco più. Con quella posizione, il poliziotto deciso a indagare, potrebbe insistere, immaginando una foto preparatoria per un attentato terroristico contro la sede diplomatica di Parigi. Sareste salvi, se ben accompagnati da un uomo o una donna di pensiero del luogo, capace, in arabo, di chiarire la vostra innocenza.


Back to Top



  andrea jacchia
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home