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The quiet American

Andrea Jacchia
Diario: Anno II – numero 2 – 4 Aprile 2003


«Ah, Shapiro, il vincitore di Waterloo si appartò per versare lacrime amare sui suoi morti (uccisi per ordine suo). Ma non la mia ex signora. Lei non vive tra due Testamenti contrastanti. È più forte di Wellington, lei. Lei vuole vivere nelle “professioni deliranti”, come le chiama Valéry – occupazioni il cui strumento principale è rappresentato dall’opinione che si ha di se stessi e la materia prima è la fama o la posizione di cui uno gode».

(Saul Bellow, Herzog,1961)

Winston Churchill, figlio di un’americana (Jennie Jerome) e vissuto con foga tra due Testamenti che ogni tanto contrastavano, scriveva così del Sudan appena liberato dai mahdisti islamici (1899): «È stata scoperta una quarta dimensione diplomatica. La Gran Bretagna e l’Egitto governano insieme il Paese. I conquistatori alleati sono diventati comproprietari». Una visione a suo modo sentimentale; al Cairo comanda il console generale Lord Cromer (Hannah Arendt ne fa un magnifico ritratto nel capitolo Razza e burocrazia di Le origini del totalitarismo) ma la scena complessiva c’è: Vittoria quasi alla fine (regna da 61 anni) e il khedivé, suo protetto, fanno i condomini imperiali dal Delta al basso Nilo. Chi invece, 30 anni prima, sfugge a una parte d’insieme è il signor Campbell, diplomatico americano di carriera, che nell’estate del 1867 dovrebbe precipitarsi a Città del Messico per domandare al presidente Benito Juarez di non fucilare Massimiliano d’Absburgo: glielo ordinano il segretario di Stato William Seward (uno dei migliori della storia americana) e Andrew Johnson, il presidente successore di Lincoln; lo fanno per pura pietà, perché politicamente, per due anni, Massimiliano è stato ai loro occhi nordisti (e alla lettera della Dottrina di Monroe), un finto imperatore europeo, sbarcato a Veracruz da un esercito francese, che per interposto arciduca austriaco, è andato lì anche a esigere il pagamento di un forte debito estero Messico-Francia. Il cui imperatore vero, Napoleone III, ha oltre a tutto fatto il tifo, nella guerra civile americana, per la Confederazione sudista: insieme agli inglesi, alla Spagna, e contro il parere dello zar di Russia. Il 19 giugno Massimiliano viene fucilato, forse perché il poco sentimentale signor Campbell decide di non muoversi da New Orleans (con la scusa delle fatiche del viaggio), di darsi malato, e infine di presentare al presidente le sue dimissioni da ambasciatore in fieri a Città del Messico. Non passerà mai il confine texano, è uno di quei «tranquilli americani» che nella storia del Paese e dei suoi rapporti col mondo ha offerto versioni opposte: inattive, attivissime (pensate al signor Pye, inviato coperto a Saigon durante la guerra francese in Indocina, è il personaggio che ci lascia la pelle nel The quiet american di Graham Greene), o semplicemente reali, popolari. Henry Kissinger, durante una conferenza davanti al Malaysian Strategic Research Centre, nel 1994, faceva una constatazione statistica: il 30 per cento di cittadini interpellati da un sondaggio durante la presidenza Reagan era convinto che il Paese in cui combattevano i contras nicaraguensi e filoamericani fosse la Norvegia. L’ex segretario di Stato (di Nixon e di Gerald Ford), nonché geopolitologo di nascita bavarese-ebraica che aveva negoziato con i nordvietnamiti, aperto ai cinesi, e fatto il colpo in Cile, constatava in chiusura: noi speriamo troppo che «i problemi si possano risolvere grazie a un’attività missionaria: la diffusione della democrazia». Espressa in termini politici, un po’ la stessa occupazione, o professione «delirante», dell’ex signora Herzog raccontata da Herzog: l’opinione che si ha di se stessi servita dalla fama o la posizione di cui uno gode.

Ne è convinto, a proposito dell’ «impegno» americano in Vietnam, Lyndon B. Johnson, il presidente che sancisce i diritti civili, migliora quelli sociali, e alla fine perfeziona Kennedy: «Noi abbiamo intenzione di persistere, se dobbiamo persistere, finché la morte e la desolazione avranno condotto allo stesso tavolo della conferenza quelli che potrebbero ora venirci a prezzo molto minore». Ne parla così il 28 luglio 1965: anno in cui a Saigon è nominato ambasciatore l’altissimo Henry Cabot Lodge, e fa una puntata per fare il punto (portare a 200 mila uomini la forza militare degli Stati Uniti) Mc George Bundy, il consigliere per la Sicurezza nazionale, che tre anni dopo consiglierà di tirare il freno sull’escalation. È anche l’anno in cui il cinese Lin Piao, non ancora «rinnegato», fa capire nel suo miracolo di sintesi prolissa Lunga vita alla vittoria di popolo che la Cina si guarderà bene dal mandare truppe a sostegno di Hanoi e della guerriglia vietcong.

Otto anni prima, nel 1957, un tranquillo americano del tipo attivo ma in sordina è il signor Leland Burrows, capo della «Missione Operativa degli Stati Uniti» a Saigon. In loco spiega molto gentilmente a un deputato della sinistra laburista inglese che cosa ci stanno a fare lì gli Stati Uniti: «Ecco, vede, signor Warbey, qui stiamo cercando di costruire una società libera, e perciò dobbiamo promuovere la libera iniziativa ed evitare l’inteferenza dello Stato». Gli ha già spiegato come, in questo progetto di Stato orientale leggero, il governo americano debba spesso arrendersi di fronte a un flusso del reddito lì privilegiato: «Saremmo ansiosi di mettere a disposizione i nostri manufatti utili a risollevare l’economia del Paese, come camion, articoli sanitari, strumenti agricoli, ma qui gli importatori privati vietnamiti e cinesi preferiscono comprare qualsiasi cosa possano rivendere con un buon profitto». Il buon profitto a cui il gentile signor Burrows deve accondiscendere, a nome della sua missione operativa, è per esempio, quello del signor Tran Van Trai, deputato socialista al Parlamento di Saigon. Che fa vedere, in confidenza, all’omologo socialista inglese (il deputato Warbey) i suoi magazzini: un ben di Dio di articoli americani importati dagli Stati Uniti al cambio ufficiale di 35 piastre per dollaro, rivenduti al mercato libero a 75 piastre, e al mercato nero a 105. Profitto finale, calcolato «senza molti sforzi», del 200 per cento.

Kim, l’agente di Rudyard Kipling, gioca per giocare, nel «Grande Gioco» dell’universo inglese: lo fa con un certo stoicismo e dentro un surplus di rappresentazione «imperiale». Kipling stesso canta così: «Mandatemi in qualche posto a est di Suez/dove il meglio è come il peggio/dove non ci sono Dieci Comandamenti, e un uomo può aver sete». Louis Lyautey, maresciallo di Francia, «pacificatore» del Marocco francese tra il 1912 e il 1925, scrive, già vecchio, del suo impero repubblicano: «Qualunque sia il risultato o il valore futuro dell’opera a cui ci siamo dedicati, il risultato che la Francia ne ricava è essenzialmente questo: essersi impegnata come un modesto artigiano in quest’opera di rinascita. Tanto da poter dormire tranquilla». La «razza» dell’impero britannico Hannah Arendt la centra in questo modo: «Erano irresitibilmente attratti da un mondo dove tutto era scherzo, dove potevano imparare quel “grande scherzo” che è “la maestria della disperazione”. Il perfetto gentiluomo e il perfetto furfante venivano a conoscersi molto bene nella “grande giungla selvaggia senza legge”, e constatavano di essere bene accompagnati nella loro enorme dissomiglianza, anime identiche sotto maschere diverse». Il generale francese Christian de Castries, al momento di arrendersi, dopo il disastro di Dien Bien Phu, al generale Giap, gli chiede: «A quale accademia militare siete stato addestrato?». Lo stratega vietnamita e comunista risponde: «Alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università francese di Hanoi». John Stirling, giornalista del New York Herald Tribune scrive il 9 aprile 1963: «La guerra del Vietnam del sud è un prodotto nazionale». Verso la fine dell’avventura vietnamita, Richard Nixon profetizza (forse): «Non sarò il primo presidente degli Stati Uniti che perde una guerra».

Lo storico Giovanni Mira ha scritto, senza nessun malanimo, 70 anni fa, che il popolo americano non è particolarmente sentimentale: un valore aggiunto fondamentale per fare un «impero», e per vedersi imperiali. Pensate solo alla forza dell’autorappresentazione compatta, ogni tanto sul crinale dell’idiozia, che hanno avuto i sovietici. Come quei due funzionari del Partito citati da Konstantin Paustovskij di fronte all’Unione degli Scrittori nel 1956, che si chiedevano guardando il Partenone e la Cappella Sistina «uno, come mai il proletariato avesse permesso di costruire un complesso di templi come quello, e un altro, se per caso non ci fosse anche il ritratto di Mussolini fra i dannati del Giudizio Universale». Gli imperi consapevoli, o evidenti in sé, (Kipling, i marescialli della Terza Repubblica francese, Mosca e l’internazionalismo proletario) si sono presentati con la scena adeguata, oltre che col potere, le armi, gli affari o l’economia pianificata, una lingua franca, e un sentimentalismo variamente suggestivo o brutale o al puro servizio dell’impero. O al suo mezzo servizio, come hanno insegnato la vita e l’opera di Thomas Herbert Lawrence, il piccolo «Ned» dei suoi genitori, poi diventato «Lawrence d’Arabia». Ma John Kennedy, nel 1961 (l’anno della Baia dei Porci, ossia la fallita riappropriazione di Cuba, ex colonia «indiretta», cioè non imperiale) ha dovuto dire: «Abbiamo un problema: rendere credibile la nostra potenza».

Il termine «impero», riferito ai poco sentimentali americani, lo si sente pronunciare da chi li detesta o, oggi, ne teme le «professioni deliranti» (non ultima, quella del fuoco amico, o da cow boy, contro i poveri alleati inglesi nel deserto iracheno); quella stessa parola, o i suoi derivati, gli americani l’hanno usata contro i loro avversari in agonia: il comunismo, cioè «l’impero del Male» di Ronald Reagan, o i resti dell’impero spagnolo, cioè Cuba, le Filippine, Puerto Rico, annessi pro tempore o controllati dal 1898. Oppure come avvertimento verso i loro alleati, quando avevano deciso di fregarli per sostituzione di potenza. In piena conferenza stampa, pochi giorni prima dello sbarco anglo-francese sul canale di Suez (ottobre 1956, Anthony Eden e Guy Mollet contro il colonnello Nasser, per riapproprirasi, loro sì, di un bene imperiale, e cioè la Compagnia del Canale nazionalizzata da uno Stato pesante e mediterraneo) il Segretario di Stato John Foster Dulles chiarisce: «Mentre siamo solidali, e spero che lo saremo sempre, per i trattati riguardanti il Nord Atlantico, per i territori che incidono in qualche forma o modo sul problema del cosiddetto colonialismo, gli Stati Uniti hanno una parte piuttosto indipendente».

Giorgio III, il re che li ha persi come colonia, non li capiva. Quando gli dicevano che loro chiamavano corn il granturco, lui domandava: «Corn, what’s corn?» (pensava, forse, alla fila dei significati inglesi della parola: orzo, frumento, avena, e, solo alla fine, granturco o mais). Loro hanno avuto una parte «piuttosto indipendente» da prima della loro nascita come Stato, quando erano veramente «angloamericani». Quando la guerra europea dei Sette Anni (1756) passa anche in America dove gli avversari sono gli inglesi e i francesi, George Washington diventa, a 23 anni, comandante dell’intera armata della Virginia. Ma gli ufficiali inglesi sono quasi schifati dall’obbedirgli; allora lui si dimette, sposa la vedova Martha Custis (una delle più grandi fortune della stessa Virginia) e si mette a fare, in grande, il piantatore di tabacco. Durante il XIX secolo, oltre a controllare con cadenzato invio di truppe il Sud America intero (fra il 1833 e il 1853 vanno tre volte in Argentina), gli Stati Uniti fanno acquisti: prima la Louisiana da Napoleone, poi la Florida spagnola da Ferdinando VII. E in mezzo (1861) l’Alaska dallo zar Alessandro II: «Sua Maestà imperiale si priva dell’America russa al prezzo di 7 milioni e 200 mila dollari». I russi, in debito pubblico costante, erano scesi a 6, l’abile Seward (già nominato a proposito del Messico) chiude rilanciando. Nel 1935 il generale Mitchell proclama che «l’Alaska è il centro strategico mondiale per l’aviazione». Thomas Wodrow Wilson, il presidente «associato» (non alleato) contro tedeschi e austro-ungarici dal 1917 al 1918, aveva inventato, nel 1910, da presidente dell’Università di Harvard, la riforma pedagogica del «preceptorial system»: niente lezioni davanti a un affollato pubblico di studenti, ma gruppi raccolti di alunni che si intendono al volo con un docente che guida. Niente di imperiale, né di sentimentale, ma un potere, o un valore di gruppo. Esportabile, non sempre, ma quando gli interessi del «mondo libero» lo richiedano.

Almeno finché, scrive e avverte Herzog, «un ingegnere petrolifero che ho conosciuto recentemente su un jet della Northwest mi ha detto che le riserve nazionali di petrolio sono quasi esaurite e che si è progettato di fare saltare le calotte polari con le bombe a idrogeno, al fine di estrarre il petrolio contenuto in quei terreni».


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