@ andrea.jacchia@gmail.com
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home   

dettaglio disegno


Se ne sono andati: Ferruccio Fölkel

Andrea Jacchia
Diario: numero 35/36- 13 settembre 2002

Per confrontarsi, anche in modo molto critico, con i propri padri, o le proprie lingue,
o le proprie madri terre, sarebbe meglio riservarsi sempre un posto vuoto vicino a loro. Anche perché, se quelle fonti fossero Mozart, Freud, Kafka, Omero, o la storia ebraica
da Salomone a Ben Gurion, il dialogo non si esaurirebbe. E se fra quelle madri ci fosse Trieste, il confronto potrebbe coincidere con l'abbandono.

Alla fine della vita, accertare e accettare di chi si è figli (in senso lato) può richiedere, a seconda dei caratteri, parsimonia o larghezza di mezzi, cioè di vista ancora lunga dietro le proprie spalle. C'è chi risparmia quasi a stecchetto sulle paternità, e chi largheggia come un nababbo nel riconoscimento nelle proprie fonti. Poi ci sono caratteri, pochi, rari, che, senza scartare niente o quasi nulla, riconoscono un bel po' di genitori, di lingue salvate, di madri terre, conservando, però, verso qualcuno di loro, o di esse, una riserva di bilancio. Come se nel consuntivo biografico, alcune voci necessitassero fino alla fine di una verifica privilegiata. O di un confronto che solo la morte chiude.
Ferruccio era un triestino del 1921, con “molti ruoli di scrittore, giornalista, rececensore ecc.” (sue parole); è vissuto 81 anni, e qualche settimana prima di compierli, nel marzo di quest'anno, è stato chiaro sulle sue fonti. Nella nota introduttiva al suo libro di poesie Monàde. 33 poesie del giudeo (ripubblicato dall'ottima casa editrice triestina II ramo d'oro, la prima edizione era uscita da Guanda nel 1978) racconta così: "Monàde è un'antica parolaccia triestina di quando la città era ancora un borgo: in un momento storico tempestoso, alla fine del Trecento esso si era prudentemente consegnato ai Duchi d'Asburgo. Eravamo quattromila gatti, anche meno e sopravvivevamo mediocremente. Quanto ci è capitato in seguito è abbastanza noto: nel Settecento Maria Teresa d'Austria è stata un po' la nostra madre, la nostra matrigna (...). Brutto nome questo Ferruccio, brutto e da me mal sopportato; è stato l'esito vittorioso di una gojà (non ebrea, ndr) con ascendenze sefardite, mia madre, su un askenazita tiepido, mio padre. Per difendersi essa ripeteva spesso: ma tu sai che Ferruccio deriva da Federico? Mio padre mi chiamava volentieri Fery, all'ungherese. Un nome non bellissimo, più digeribile comunque di Ferruccio (...). A proposito della Triestinität, parola credo da me inventata, essa racchiude un tema significativo di Monàde; anche se ne ho scritto già abbastanza e non poco a sproposito. A cominciare dalla personalità di mio padre, buon asburgico, mediocre ebreo, padre sconsigliabile. Aveva combattuto per il suo imperatore dai Carpazi al Piave; nel 1919 aveva prestato giuramento a Carlo e Zita perché ritornassero sul trono d'Ungheria. Penso che con lui ho introitato certamente in Monàde, fiale di asburgismo di seconda (terza) scelta, mentre per fortuna ho sempre considerato Francesco Giuseppe perlomeno un governante incapace, quando nel 1848 aveva tradito i suoi popoli con la Costituzione mancata. Così come ho considerato sempre Vienna una città assai impersonale, con quel tale Lueger, sindaco cristiano democratico, un fior di mascalzone, un antisemita di rara animalità. La città aveva avuto la Sezession, ma, in pittura, anche tanta paccottiglia: come poi definire Johann Strauss junior? Un interprete del sentimento popolare o un compositore astuto che del popolo ci campava? Sono temi minori che nessuno oramai svilupperà più. Le cose vanno così a questo mondo (...). Perché sono un cittadino? Perché il mondo del Carso è in me un humus dell'Europa intera. Lasciai il mare, però anche gli ebrei hanno lasciato il mare a Fenici e Filistei: o è stato un loro limite? Anche. Invece: senza Freud sarei meno di nessuno. Mi sono guardato dentro, credo senza pietà, appunto con gli strumenti di Freud. Invece poi, chi è il mio vero padre, Mozart? Probabilmente Kafka, ma anche Schmitz, Roth, Canetti... Mi si conceda di dare una testimonianza: non avrei potuto essere – a parte la favolosa, antica Grecia - senza l'assurda vicenda di Israele: da Salomone a Ben Gurion (...). Dopo la cosiddetta creazione saremmo nell'anno 5762. Eppure l'ebraismo tremila anni fa è stato un'ipotesi enorme. Anche Omero è l'esito di leggende epiche, ma allora è iniziata una civiltà, non una congerie di storie mitizzanti sfociate in una religione. Spesso ho tentato di coniugare i due mondi, tanto diversi l'uno dall'altro; inutilmente (...). La parola bastardo è adesso un mio attributo, e non intendo rinunciarvi (...). Nel frattempo la Triestinität mi sì è sciolta fra le mani".
Ferruccio andava lasciato parlare, ed era lui stesso una fonte per chi lo ascoltava: la cadenza restava triestinisch, la sintesi era quella di un irraggiungibile motociclista che curvava fra i suoi argomenti evitando sempre almeno due tipi di incidenti: di annoiare se stesso e il suo interlocutore (aveva un ego consapevole e controllato da un surplus di buona educazione e di spirito), e di dare al ragionamento o al ritratto di un personaggio (fossero Ettore Schmitz col suo “furbo” doppio Italo Svevo, o il re Salomone, o “l'improbabile” Mosè) esiti scontati. Ferruccio virava con un'intelligenza ingegnosa e anche impaziente; riservando a se stesso, vicino alle sue fonti di studio, sempre un posto per dialogare criticamente. Nel fondo, molti suoi “padri” erano molto amati, e quindi non risparmiati; anzi, riportati a terra, o analizzati nelle loro possibilità andate perdute. Per cui, anche Baruch Spinoza “parlava troppo di Dio”, mentre a David Ben Gurion e a una formazione totalmente laica di Israele “era mancato uno Spinoza”; quanto a lui, Ferruccio, si sentiva “profondamente ebreo anche per certi dati caratteriali, la collera, o la viltà, a volte, che noi ebrei abbiamo attribuito alla nostra maggiore invenzione, quello strano e gran personaggio che è Jahvè”. E per “la ricerca dell'acqua che, credo sia sempre stata un'ossessione degli ebrei, e per me la paura, fin da piccolo, che mi mancasse”.
Dove non c'erano curve, ma invece una strada dritta con soste originali era sull'impegno politico, pubblico: Ferruccio era un antifascista, fìloinglese (“avrei potuto trasferirmi a Londra nel dopoguerra, ma non l'ho fatto, è andata così...”), che aveva votato per la monarchia il 2 giugno del 1946. Il suo disprezzo per l'Italia di ieri risorta con il governo in corso, lo rendeva consapevolmente “antitaliano»; e la sua città, per come si era volonterosamente adeguata ieri (leggete quel documento storico unico che è la sua La Risiera di San Sabba, ripubblicato da Rizzoli) e per come ha raddoppiato dopo le ultime elezioni, ha sciolto, a strati, gran parte della sua triestinità.
Ferruccio viveva a Milano da molti anni, e dall'inizio di Diario ha scritto per noi: è stato una fonte unica, e per me un grande amico. Una sua poesia si chiama Una visita sbagliata, e inizia così: “Era un natale al nord fatto di neve /  il suo ritmo i suoi giochi i suoi pensieri /    ammiravo straniero ma non tanto /  da smarrirmi o da perdermi nel pianto. / Dissi: la mia riviera la diga /  il golfo la vecchia città potrei /  abbracciare nel livido giorno che spunta. /  Poi ridevo di un ritorno senza esiti”.


Back to Top

  andrea jacchia
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home