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Postazioni abbastanza ignote

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 14 - Dicembre 2009

diario coverNell’estate del 1988, la sera di un luglio non incandescente, nella casa di uno dei centri di Parigi, poche persone chiacchieravano dopo cena su quello che finora potevano dire di aver condiviso. Il loro modo di sedersi, senza affondare, su divani e poltroncine era un codice di comfort fra i più complici: quel tipo particolare di comodità che si adatta al corpo facendolo quasi galleggiare e dandogli l’illusione, almeno per qualche ora, di non essere deperibile. Erano sei francesi, tutti uomini, e nei dintorni dei quarant’anni. Il padrone di casa li riceveva col massimo della grazia ma senza sorprese perché, vedendosi regolarmente da oltre un trentennio, la loro noia rispettiva era diventata una specie di patto sentimentale consolidato come una polizza di assicurazione sulla vita. Più esattamente, sul principio che le loro esistenze non avrebbero subito nessun cambiamento eccessivo. «Immodificabili, o imperdibili, come la morte e il colore degli occhi», avrebbe detto uno di loro, il più giovane, a bassa voce, in un tempo morto della stessa serata.

Nell’anticamera di quella casa, prima di un salone ossessivamente illuminato, un affresco reintelaiato del XVIII secolo faceva vedere un bambino con i piedi a mollo nella rada di un porto immaginario, che guardava un veliero immobile e non lontano. Come sempre, questa scena aveva accolto gli invitati, nessuno dei quali era arrivato per primo. Anzi, essendosi per caso presentati tutti insieme al cameriere – francese e bianco – che apriva la porta, si sarebbe potuto dire che ognuno era l’ultimo, senza che ci fosse stata una gara di tempismo o di puntualità. D’altronde, l’essenza della competizione era inafferrabile per quegli ospiti, anche presi uno per uno: la corsa, le soste, la fatica, l’avvenire di un’ambizione o le tappe verso un risultato, scandiscono in genere i tempi di chi lavora, ma nessuno di loro aveva mai avuto questo tipo di occupazione. Il gruppo si scambiava ogni tanto e senza scherzarci troppo, la non celebre visione della vita di un umorista inglese di fine Ottocento: «Il lavoro mi affascina. Posso starmene lì seduto a osservarlo per ore». Quella sera, però, la battuta non girava, né il suo spirito. Anzi a uno degli invitati, il più alto anche nell’evidenza delle gambe accavallate, veniva in testa di citare Voltaire. Ma un Voltaire cupo, che non morde, vagamente nichilista: «Il fatto è che non sappiamo niente di noi stessi, che possediamo il movimento, la vita, il sentimento e il pensiero senza sapere come. E che Locke è stato molto saggio nel riconoscere che non sta a noi decidere quel che l’Onnipotente non può fare». L’aver tirato in ballo la speculare impotenza degli uomini e di Dio (consona a quel gruppo sostanzialmente irreligioso) diventava un rimedio improvviso per far scorrere la conversazione sulla più artificiosa invenzione umana, cioè il tempo, e i tempi. Che a quel punto e all’ora in cui si stava approdando (ancora presto, le dieci) venivano chiacchierati, o presentati, nei modi più personali e frammentari. Ma con la sensazione, in tutti loro solidale, che si sarebbe potuto tirare mattina. In senso lato, all’infinito.

Senza fili apparenti, ma incrociandosi con un livello accettabile di educazione, ognuno spiegava se stesso, senza intenzione di farlo, con un esempio. «Io leggo almeno due quotidiani, ma lo faccio di sera. Così il passato prossimo mi fa compagnia, come se si presentasse ancora non bruciato, e oltre a tutto prima di andare a dormire». La persona che aveva parlato – una faccia classificabile come tranquilla – si rivolgeva, in particolare, all’unico del gruppo che portava gli occhiali, un astigmatico spinto, che si confessava appassionato di previsioni, di ogni genere di sguardo in avanti. «L’importante è vedere l’inimmaginabile. Serve a rendere ogni giornata un capolavoro. La ginnastica dell’intuito porta a scorci di ogni genere, anche poco allegri, ma resta un bell’esercizio, anche di autoprotezione, o addirittura di intelligenza…». Proponendosi come il centro meno rarefatto di quell’atmosfera connivente, e richiesto da tutti di continuare, l’astigmatico spaziava in un meditato disordine di casi. Partiva dal peggiore: «Una nuova guerra generale coinciderà con la vittoria postuma del nazismo. Sarà lo spartiacque che renderà Hitler più lontano, piazzato in un tempo antiquario, o modernario, come preferite. E quindi più pronto di oggi al mercato del restauro, e poi al decoro…». Il gruppo a quel punto chiedeva qualcosa di più ameno, anche per ammazzare il tempo, quel brutto tempo appena prospettato. E allora l’ospite dalle lenti molto spesse proseguiva: «Mi vengono in mente Mozart e le monarchie, così, senza nessi reciproci. Sapete che quando a Mozart venne chiesto un giudizio sull’opera di Vincenzo Martini, Cosa rara, rispose, sicuro, che c’erano delle cose molto carine ma che fra vent’anni nessuno se ne sarebbe più ricordato?». La curiosità generale, presa alla sprovvista anche nella scoperta che era esistito un musicista di nome Martini, veniva alimenta subito, quasi a forza: «Tutta esatta la previsione di Mozart: quella rarità, presto sbiadita nella memoria musicale, era solo carina. Per quanto riguarda i re, questa istituzione oggi ridotta al minimo numerico forse ha un avvenire: in un mondo, dicono, senza padri dà un’idea di famiglia. Un’idea-rifugio che oggi continua a tenere, anzi a rinascere. E poi, quei re e quelle regine nessuno li elegge, devono solo riflettere la loro storia proclamata “per grazia di Dio”, insieme a quella dei popoli che continuano a rappresentare anche nelle abitudini e nelle scivolate del presente. Oltre a tutto, non essendo eletti – da cittadini sempre più propensi a farsi deresponsabilizzare su quasi tutto salvo che sulle proprie convenienze – non c’è rischio, con loro, di essere simbolizzati dal peggio. Il lavoro della corona resta ancora un po’mitologico, ma senza pericoli di mitomanie attive. Lanciate al potere da milioni di voti…».

Con i troni in testa, la chiacchiera era diventata il principale arredamento di quella casa moderatamente sontuosa e di quella serata che scorreva, verso la mezzanotte, sui temi della «tenuta» e della «resistenza» nei corsi della storia e nei tempi a venire. Una complicata questione di sostanza, ma anche di immagine. E proprio sulle immagini, sulle loro possibili metamorfosi e postazioni, si buttava a parlare l’invitato che fino a quell’ora aveva solo bevuto e ascoltato. Un viso fioco, di quel biancore di molti francesi del Nord, quasi belga. Era anche il più elegante nel posare il bicchiere su uno dei tavolini all’altezza delle ginocchia. Gesto che ripeteva, prima di dire la sua. Così: «Quando sono nato, mio padre aveva passato i cinquant’anni, e sarei rimasto figlio unico. È stata l’occasione in cui lui si è sentito dire che da quel momento doveva guardarsi un po’ meno allo specchio. Ma pensate anche al destino della nostra immagine quando entriamo per caso nella foto di un gruppo di turisti. Diventiamo estranei e familiari a persone che non abbiamo mai visto. E che ignoreremo, ricambiati, per sempre. O considerate il salto sociale che può fare una mummia dopo secoli o millenni. Non parlo dei faraoni, delle regine, o dei loro scribi, che hanno un nome e un pedigree accertati. Ma di un uomo che da vivo era solo un cacciatore o un pastore, e che, una volta ritrovato nei ghiacci, quasi intatto nella sua struttura e nella posa in cui è stecchito, diventa improvvisamente un pezzo unico, un nobilissimo postumo onorato, studiato, ed esposto dai successori. Cioè da noi, i moderni…».

«Forse noi, qui, siamo già così, oggi, e per questo abbiamo un futuro», commentava, un po’ tirando via, il padrone di casa, mentre gli invitati si alzavano, sempre tutti insieme, salutandosi sulla porta con la decisione implicita di dirsi ancora qualcosa sulla strada. L’aggiunta finale, davanti alla serpentina di taxi che li avrebbe portati, uno per ogni auto, ai rispettivi indirizzi, veniva dall’unico ex ospite il cui padre era stato un maquis partigiano col nome di lotta Mon Petit: «Alla domanda su che tempo avrebbe fatto nei prossimi giorni, un celebre meteorologo parigino aveva risposto: dipende dall’atmosfera. Erano i giorni dello sfondamento tedesco della linea Maginot…».


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