@ andrea.jacchia@gmail.com
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home   

 

dettaglio disegno


Penso che un sogno così non ritorni mai più

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 6 - Aprile 2009


diario coverIl «sogno con il poliziotto» è un sogno vero di pochi giorni fa. Me l’ha raccontato, senza censure, una persona che conosco da quando eravamo molto piccoli, che incontro quasi sempre per caso, ma con cui evidentemente la confidenza ha resistito alle tappe del tempo. È lui l’autore del sogno, lui nel suo sonno. «Ero in un paesotto pieno di sole nel sud della Francia, aspettavo un autobus appoggiato al muretto di un bar: avevo perso la valigia, il passaporto e i soldi. Ma non ero troppo preoccupato. Dalla porta di una caserma che sembrava un hangar caotico è uscito un uomo basso, quasi grasso, con pochi capelli grigi e profumati, molto cordiale. Mi si è presentato come un gendarme in borghese (aveva una maglietta blu stinto), e mi ha fatto subito un elenco di servizi possibili: mi avrebbe accompagnato, non si sa dove, con la sua macchina, e avrebbe ritrovato carte e denaro. Aggiungeva che, con quella giornata così luminosa, potevamo intanto bere qualcosa all’aperto. Senza pensarci, lo abbracciavo con una foga eccessiva, ma per lui non imbarazzante. Nello stesso tempo, vedevo passare un mio grande amico: mi evitava per discrezione, ma io, slacciandomi dal mio sbirro, gli andavo incontro chiedendo perché fosse capitato lì. Mi ha risposto, triste: “Una malattia finale, forse. Devo operarmi, ma senza grandi speranze”».

Finito il racconto, il sognatore – una persona perbene e spiritosa – mi ha bloccato qualsiasi commento con una serie di suggestioni: «Ti ricordi quando Graham Greene scrive, del suo «tranquillo americano», che aveva fra le mani le infinite risorse della rispettabilità? È il signor Pyle, un agente segreto in zona di guerra, in Indocina, camuffato da rispettabile impiegato in una missione di soccorso economico. Così a posto, quel tipo ha due immediati successi: non si fa riconoscere dal suo amico inglese Fowler e gli porta via la giovanissima ragazza vietnamita. Finisce male: di sera, con una ferita al petto e annegato nel fango. Nella vecchia Saigon dei francesi. Nel mio sogno, ho prodotto anch’io un agente un po’ svestito, disarmato, tranquillo. Forse per ripetermi, dormendo, il contrario: quanto possano non essere rispettabili gli addetti all’ordine. Pensa al G8 di Genova, nel 2001, e a quello che si viene ancora a sapere di quei poliziotti. E alle figure storiche e ai leader che li ispirano, già rimodellati come individui di rispetto. La loro risorsa – magari non infinita – sta essenzialmente nei loro successi e nel fatto di sbandierarli come garanzia di sicurezza collettiva. Quella è anche una delle risorse del fascismo e dei gangster di ogni tempo. Il dramma diventa completo quando questo genere di persone viene abbracciato da chi dovrebbe tenere ogni distanza, o che semplicemente non si preoccupa. Salvo poi venire informato, all’improvviso, che c’è aria di chirurgia e di morte. In ogni modo, non è male se perfino l’inconscio ti detta un apologo sul paese “sicuro” in cui ci stiamo abituando a vivere, o stiamo imparando a farlo. Oppure, è un segno che va malissimo anche quando dormiamo?».

Gianni Alemanno non riesce a immaginarlo, ma forse Bertolt Brecht lo avrebbe ascoltato con un’attenzione teatrale, una quindicina di giorni fa. Quando, intervistato dal Giornale (19 marzo), il sindaco di Roma ha detto: «Loro, la sinistra, negano le paure della gente. Sono astratti, noi viviamo nella realtà». Avrebbe potuto aggiungere (magari pensando che sul cuore gli preme ogni giorno il metallo di una croce celtica): «Imparate a vivere». È l’invito, stesse parole, con cui Mackie Messer, il gran criminale di Londra nell’Opera da tre soldi, riassume la sua attività e l’impostazione del suo ordine: «Imparate a vivere! Raramente è avvenuto che io abbia fatto un colpetto senza assegnare a lui, al mio amico, una parte del ricavato, una parte considerevole, Brown! E raramente è avvenuto che lui, l’onnipossente capo della polizia abbia disposto una retata senza prima far giungere a me, al suo amico di gioventù, un piccolo avvertimento. Sì, insomma, questo e altro, siamo infine su una base di reciprocità. Imparate a vivere» (segue un suggerimento di scena, in corsivo. Questo: prende Brown a braccetto). Pensate alla bravura di quel vecchio comunista di Brecht: con due beffarde citazioni del principio di realtà – in apertura e alla fine – e in tre frasi, vi fa vedere come possano funzionare, da sempre, i rispettabili scambi fra una potente polizia e un’organizzata criminalità. In particolare: come un capobanda razionale e di lungo corso – oltre che puttaniere e sentimentale – riesca a tenere in pugno i suoi, e la rete di una grande città con l’attiva collaborazione di un capo sbirro. Che poi contribuisce a tradirlo portandolo ai limiti del capestro (ma da cui si salva per un magico intervento dello Stato, che lo premia con un titolo nobiliare, un castello, e un patrimonio vistoso). Ma Brecht va oltre: propone un «semplice bandito di strada» – così si presenta, saggiamente narciso, Mackie Messer – come un «fenomeno borghese», e quindi ripetibile, e fornitore di sicurezze. All’attore che dovrà impersonarlo vengono suggeriti questi caratteri: “La limitazione al minimo, la razionalizzazione dello spargimento di sangue è un principio commerciale: nei casi di estrema necessità, Macheath (il vero nome di Mackie Messer, ndr) dà prova di eccellenti qualità di schermidore. Lui sa di che cosa è debitore alla sua celebrità: un certo romanticismo, qualora si abbia cura di farne correre la fama, giova a questa razionalizzazione. Con le donne il suo successo non è tanto quello del bell’uomo, quanto dell’uomo che ha una buona posizione. Disegni originali inglesi di commento alla Beggar’s Opera (il melodramma satirico di John Gay, del 1728, rielaborato da Brecht nell’Opera da tre soldi, ndr) lo ritraggono come un uomo tarchiato ma vigoroso, dalla testa simile a un rapanello, già alquanto calvo. Con i tutori dell’ordine pubblico è in buoni rapporti, anche se ciò gli causa delle spese, e questo non soltanto per motivi di sicurezza personale: il suo senso pratico gli fa intendere l’intima unione esistente fra la sua sicurezza e la sicurezza di quella società”.

Avete letto: razionalizzazione dello spargimento di sangue come principio commerciale, successo derivato da una buona posizione, buoni rapporti con i tutori dell’ordine pubblico e spese conseguenti, sicurezza personale fatta coincidere intimamente con la sicurezza generale. Il ritratto ha rimandi ovvi, che, grosso modo, ci riguardano: fattezze familiari, da cosa nostra, da ordine italiano messo a punto. Ma il passaggio successivo è più d’effetto: quell’elenco ha successo e piace per questo. Imparare a viverci è un atto politico, razionale. E, con l’abitudine, perfeziona il gusto particolare del complimento reciproco fra persone che, al massimo, dovrebbero condividere il minimo superfluo. Nei fatti, “quello che resta fuori è chiamato il meno” (un bel verso, sempre di Brecht). Seguite allora la prossima sceneggiatura: è elementare, molto borghese, fa interloquire una specie di luogotenente siciliano-milanese, importante, con un suo avversario che, in teoria, potrebbe anche non rivolgergli la parola (e non per maleducazione). Un sincero scambio di braccetti.

Su Wikipedia, la prima pagina relativa al ritratto del senatore Marcello Dell’Utri mostra un indice riquadrato. Al primo punto sta la biografia: nato a Palermo, l’11 settembre (anche lui) 1941, politico italiano, dirigente industriale, eccetera. Al secondo, la voce «procedimenti giudiziari» comprende una lista di sottovoci specifiche: false fatture e frode fiscale, tentata estorsione, concorso esterno in associazione mafiosa, calunnia pluriaggravata, lapsus sulla sua vicenda giudiziaria (espresso, dieci anni fa, in dieci parole lasciate libere durante un’intervista televisiva: «È chiaro che io, purtroppo, essendo mafioso… cioè, essendo siciliano»). La modesta sceneggiatura la trovate a pagina tre. Ha un’introduzione che sembra un’informativa da commissariato: “È il fondatore del Circolo Dell’Utri di Milano, presso il quale ospita numerosi convegni culturali. Nel 2007 invitò Nicola Latorre (braccio destro di D’Alema e noto sui media come dalemiano di ferro) a un convegno. La cosa destò un certo interesse dei media che chiesero a entrambi un commento”. E i due hanno parlato. Dell’Utri: «Ho stilato io la lista dei possibili relatori, certo. E Nicola Latorre, non lo nascondo, è tra quelli che stimo di più. Va aggiunto anche il fatto che Latorre è persona perbene, illuminata e pacata. Insomma, uno che ragiona. Non è un fanatico, e i fanatici io non li amo mai, sia se sono a destra, sia se sono a sinistra. Stimo Nicola umanamente e politicamente, ed è stato coraggioso ad aver accettato l’invito». Latorre: «Con il senatore Dell’Utri esiste un rapporto di grande cordialità e di stima reciproca. La mia impressione su di lui è estremamente positiva: penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore». Commento di fine atto (di Wikipedia): “Ci sono sempre stati apprezzamenti di stima tra Dell’Utri e i dalemiani. Infatti, in più di un’intervista, Dell’Utri ha dichiarato la propria simpatia per D’Alema dicendo di lui che è «interlocutore assolutamente credibile» con il quale Berlusconi potrebbe andare a braccetto”.

Il bello di questo scambio sta, prima di tutto, nell’argomento del convegno: “Lezioni di etica e di politica”. La sua originalità coincide con la sincerità dei due attori. Recitano, o interpretano, quello in cui credono. Nessun teatro dell’assurdo. Dell’Utri «essendo mafioso… cioè siciliano», è pronto ad accogliere l’altro, «una persona perbene, pacata, illuminata, uno che ragiona». E l’altro gli rimanda un’opinione vera, sentita: «Penso sia una persona pacata, sensibile e di spessore». Forse un particolare senso di sicurezza, quando diventa collettivo, combacia con un interscambio di piacere, più che di favori. O con una ginnastica condivisa di senso comune. O con una certa idea del mestiere di vivere. «Nella realtà», come suggerisce il sindaco di Roma.

Una quarantina d’anni fa, la pubblicità usava anche l’espressione «senso di sicurezza». Con una trovata tipica di quell’epoca così frizzante, una multinazionale petrolifera , la Esso , aveva accelerato quell’espressione, inventando, per vendere la propria benzina, lo slogan «metti un tigre nel motore». Un tigre, un felino maschio. Alle stazioni di servizio delle autostrade, dopo il pieno, veniva ogni tanto regalato un portachiavi con una codina tigresca di peluche. Mi faceva impressione: la vedevo come un pezzo di bestia, anche se finta, e come un amuleto all’ammasso, tipo il corno rosso, o il pulcinella. Restava quel termine «tigre», e il suggerimento che con lui si poteva correre, più veloci e sicuri. L’immagine mi è venuta in mente, dopo decenni, pensando ai traguardi progressivi della pubblicità italiana: in nome dell’ordine, dell’attitudine agli ordini, e con un ritmo futurista, è riuscita a mettere in piedi il fenomeno politico più «carismatico» – dicono tutti così – dai tempi del Duce. Dopo 15 anni di successi (stabili, salvo qualche momento di crisi), i concilianti parlano di lui come di una «risorsa per il paese», i vecchi fascisti lo riconoscono come il capo «della destra», mentre i sostenitori di routine lo presentano alla televisione anche così: «la gallina che fa le uova d’oro», «lo spirito del popolo che si è fatto partito», «quello che ha cambiato tutto, anche il modo di passare le nostre serate», o «quello che fa paura da quanto è autoironico», che «andrà al Quirinale, col popolo che gli apre le porte». Perché non lo chiamano Hollywood? Una réclame fulminea, popolare. In più è una poesia di Brecht: brevissima, riguarda anche loro, in quattro versi. Hollywood: “Ogni mattina, per guadagnarmi il pane, / Vado al mercato dove si smerciano menzogne. / Pieno di speranza, / Mi metto in fila in mezzo ai venditori”.


Back to
Top



  andrea jacchia
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home