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Ma quel giorno è già un classico

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 3 - 6/19 Febbraio 2009


diario coverIl Giorno della Memoria non è una lezione, né una lezione di storia, e neanche, solo, una data consacrata dai parlamenti. Provate a vederlo come un «testo», un testo europeo, quasi epico, o di autocoscienza matura. Nella sua essenza dice questo: milioni di europei del Novecento (ancora, in parte ancora visibili nei loro discendenti e nei loro affini), a diversi gradi di iniziativa, hanno deliberatamente annientato, o lasciato sterminare – in uno scambio di indifferenza, di collaborazioni, di allineamenti, di prudenze, di retroterra antichi – milioni di altri europei, accusandoli di stare al mondo, o di essere dei nemici, dei «banditi». «Un conto piuttosto massiccio», direbbe Amleto, «secondo la condizione e il modo di pensare di noi mortali.» È un testo, o un giorno, di responsabilità europee, di forza distruttrice europea da primato (e da prototipo), che fa vedere uomini e donne al lavoro senza sosta per produrre il massimo di immaginazione nell’omicidio di massa.

Ha un sottotesto importante: spiega, senza dirlo, come un gruppo di nullità – morali, psicologiche – siano in grado di realizzare un disastro inedito. Nel 1933, a Vienna, Karl Kraus commentava Adolf Hitler vittorioso con un «Zu Hitler fällt mir nichts ein» («Su Hitler non mi viene in mente niente»). Per queste ragioni, il Giorno della Memoria è forse già un testo classico della nostra storia. Penso che vada protetto, a prescindere dalla sua tenuta, come si fa con i testi base, con la tragedia greca, Riccardo III, o i Demoni di Dostoevskij, dove ogni personaggio, ogni ruolo sta nel quadro e fa il quadro. Il quadro largo del Giorno della Memoria ha i suoi demoni, che sono le sue cause: i nazisti tedeschi, i fascisti italiani – del Ventennio e della Repubblica sociale – i nazifascisti europei, i loro collaboratori, i loro delatori, le loro masse «sentimentali» o opportuniste che aderivano.

Che cosa succede quando gran parte di questi demoni vengono tolti da quel racconto per essere presentati come personaggi di un’altra storia? Succede che a quel testo ridotto e citato un giorno all’anno – il 27 gennaio – si affiancano, ogni giorno, ricordi, biografie, ripescaggi paralleli, che sono il contrario esatto di quella storia complessiva. In Italia succede questo.

Da noi, nel Giorno della Memoria – ma anche prima e dopo – Amleto avrebbe il commento giusto di fronte ai Fini, o agli Alemanno che ufficializzano «il male assoluto della Shoah» rendendolo irreale, con un’esistenza a sé stante. Direbbe: «Il gigioneggiare quanto il recitarsi addosso può far talvolta piacere al pubblico, a cui si può dar da credere ogni cosa, ma non può che disgustare l’intenditore». Gli intenditori sanno e vedono altre cose. Leggono, in Italia, come un gruppo di deputati del Partito «della libertà» proponga alla Camera, l’istituzione di un Ordine del tricolore per poter onorare – insieme e in nome di una «cultura di pacificazione» – ex fascisti repubblichini ed ex partigiani, augurando per tutti una «rimozione collettiva della memoria ingrata di uno scontro che fu militare e ideale». Rimozione collettiva della memoria ingrata, lo avete letto. Gli intenditori possono anche leggere, come contorno e con un certo ribrezzo, le frasi del Duce che il giornale Libero mette a disposizione, a puntate, dei propri lettori: «Pochi sono coloro che intendono disobbedire. Il senso del dovere marca un intenso risveglio.» Possono anche prendere nota, il 18 gennaio sul Corriere della Sera, delle certezze di Emilio Fede: «In Italia, nemmeno durante il fascismo sarebbero stati immaginabili i lager e lo sterminio degli ebrei». Negli ultimi quattro mesi del 1943, nel fascistissimo Nord Italia succedevano questi fatti. A Meina, Stresa e Baveno (Lago Maggiore) 54 ebrei venivano trucidati dalle SS, e alcuni loro corpi sarebbero poi affiorati sullo specchio del lago: è nota come la prima strage nazista di ebrei sul territorio italiano, fra il 15 e il 23 settembre. Tra la fine di ottobre e il 5 dicembre di quello stesso anno, sarebbero stati messi in funzione il campo di concentramento triestino conosciuto come la Risiera di San Sabba (un forno crematorio, eliminazioni attraverso il gas, le fucilazioni e i colpi di mazza alla nuca) e il campo di concentramento e transito – soprattutto «per ebrei» – di Fossoli (Carpi, Emilia-Romagna), dove sarebbe passato anche Primo Levi, con destinazione ultima Auschwitz-Birkenau.

Avrete capito perché penso che quel testo vada difeso nella sua integrità. E anche perché nel Giorno della Memoria, sia giusto che la scena (i documentari sui campi, le immagini del genocidio, le fucilazioni dei partigiani, le stragi dei civili) e le parole (il racconto dei salvati, le memorie di chi ha combattuto il nazifascismo) arrivino, diretti, come se si trattasse sempre di una prima assoluta.

Se fossi un regista teatrale e volessi rappresentare quel giorno – sempre come un testo classico – mostrerei due scene madri (la marcia su Roma e il trionfo di Hitler appena conquistata la cancelleria del Reich) e metterei poi in bocca a un gruppo di attori e di attrici – nella parte di europei di oggi – una serie di monologhi o dialoghi: sul bilancio dei valori fra modernariato e antiquariato, e sulle forme che possono assumere, nella vita, il risentimento, la riconoscenza, e il riconoscimento. Vi sembrerà un caos drammaturgico, ma cosi io vedo – per rimandi liberi – la storia europea degli ultimi novant’anni. In particolare, l’ultimo di quei caratteri, il riconoscimento, mi ha sempre suscitato, in nove anni di Giorno della Memoria, due domande. Eccole. Quanti sanno ancora, o avvertono, che quelle resistenze europee coincidevano con la vita, e non con la cruda sopravvivenza, di tutta l’Europa? E poi: quanti vedono, o sentono, oggi, quei milioni di ebrei portati nei campi, e quei pochissimi che ne uscivano, come vittime europee? Provo a rispondere con un classico processo alle intenzioni. Ho sempre di più l’impressione che, con pessimi o neutri intenti, quelle resistenze siano generalmente considerate e vendute come vittorie «di parte». In più ho la sensazione che il genocidio degli ebrei d’Europa sia diffusamente partecipato come un cataclisma (dalle ragioni più varie, anche enigmatiche) che ha travolto una «nicchia ecologica», o «genti esotiche», o gruppi «diventati antiquati», o addirittura «forestieri arricchiti» (le espressioni sono di Ernst H. Gombrich, di Hermann Broch e di Hannah Arendt; le ho tratte da diverse loro considerazioni sulla condizione ebraica nel periodo dell’assimilazione).

Con queste brutte impressioni, difendo quel testo-giorno come un classico, anche se in prospettiva, mi sento «messo male come il Signor Maroyer».

Nel film Noi due senza domani – di Pierre Granier-Deferre, 1973 – Julien Maroyer (Jean Louis Trintignant) è un radiotecnico francese – un bravo tipo – che, nella Francia del 1940, travolta dall’avanzata nazista, fugge in treno verso ovest, verso La Rochelle, insieme alla moglie incinta e a una figlia bambina. È un disperato viaggio di profughi, accatastati in un vagone merci, durante il quale Julien viene separato temporaneamente dalla famiglia (per il distacco del vagone passeggeri). Sotto le bombe, al chiuso, e lungo quella fuga, Julien conosce 
Anna Kupfer, un’ebrea tedesca bellissima, già internata in Belgio e sfuggita ai tedeschi (Romy Schneider), e i due si innamorano. Lui le chiede anche, in totale innocenza, perché i tedeschi odino i tedeschi ebrei; lei sintetizza raccontando di venire da una famiglia che «amava soprattutto la libertà.» A La Rochelle si perdono, Anna lo lascia, senza dirglielo prima, in una corsia d’ospedale: perché lì, la moglie di Julien, ritrovata, sta partorendo il loro secondogenito, un maschio. Anna, così, scompare, ma dopo che Julien ha ottenuto per lei un certificato di identità, valido solo otto giorni, in cui lei risulta – nome e cognome e foto – come sua moglie, come Madame Maroyer. Dopo tre anni, nell’inverno del 1943, Julien viene convocato in un ufficio di polizia: il commissario collaborazionista gli mostra quella carta d’identità, gli chiede il classico «lei la conosce?», ma poi, convinto da un obliquo silenzio di Julien, fa per congedarlo senza problemi. Non prima, però, di un confronto: 
Julien è invitato a sedersi di nuovo, e Anna viene fatta entrare. I due non si guardano e non parlano, sono paralleli e tengono una reciproca, infinita distanza. Lo sbirro fa la sua parte, si mostra rassicurato. Ma Julien, già sulla porta, si volta e guarda dritto Anna, decide di riconoscerla, torna da lei e la accarezza sul viso con una tenerezza senza misura. Lei si illumina, si appoggia a lui, mentre il poliziotto chiude così: «Lo sapevo: una moglie di copertura, un’amante tedesca che fa parte della Resistenza, un lavoro fatto apposta per mettersi in contatto con gli inglesi. Si mette male per lei, Signor Maroyer».


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