@ andrea.jacchia@gmail.com
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home   

 

dettaglio disegno


La sindrome di Suez

Andrea Jacchia
Diario: Anno XI - numero 41 - 27 Ottobre 2006


diario coverCirca 150 anni fa, a Parigi, l’estro di Gustave Flaubert si era bloccato sull’istmo di Suez: ««Se fossi più giovane e avessi dei soldi, tornerei in Oriente per studiare l’Oriente moderno, l’Oriente-istmo di Suez. Un grande libro su questo soggetto è uno dei miei vecchi sogni. Vorrei farne un uomo civilizzato che si barbarizza, e un barbaro che si civilizza. Sviluppare questo contrasto fra due mondi che finiscono per amalgamarsi. Ma è troppo tardi». La storia orientale, mai scritta, di Flaubert doveva chiamarsi Harel Bey.

Colonizzare il canale o canalizzare il colonnello. Cinquant’anni fa, l’estro della storia e qualche variante imprevista di una malattia sotto controllo (la guerra fredda) produssero sul canale di Suez l’inimmaginabile. Nell’ordine: un conflitto di proprietà fra presunti barbari che si civilizzavano e civilizzati che guardavano i primi come a nuovi barbari; cioè il nuovo Egitto del colonnello Nasser che nazionalizzava l’ottocentesca Compagnia anglo-francese padrona dei passaggi e delle azioni del canale, contro Londra e Parigi che rispondevano, dopo un’estate di mediazioni poco convinte, facendo piovere su Port Said i loro paracadutisti. E poi, un’insolita collusione bipolare: Stati Uniti e Urss contro inglesi e francesi, con gli americani più freddamente furibondi dei russi. Più nello specifico, e nel surreale se pensate all’oggi, l’America repubblicana di «Ike» Eisenhower e del suo Segretario di Stato John Foster Dulles (stratega, o tattico, a seconda delle circostanze, del contenimento mondiale del comunismo, e creatore dell’acronimo Mad, «Mutual assured destruction», descrittivo degli effetti deterrenti delle atomiche) contro il «colonialismo» britannico e la simultanea guerra di Israele all’Egitto. E poi, la comparsa di una forza militare inaspettata a protezione di un principio di sopravvivenza ancora oggi poco riconosciuto: Israele, Stato quasi neonato, che dilagava nel Sinai egiziano in pochi giorni, mostrando per la prima volta tanto le proprie armi anticarro, quanto le copie di Mein Kampf trovate nelle tasche di un bel po’di ufficiali di Nasser. E ancora, una convergenza di interessi diversi, di sentimenti diversificati, e di armi, che non si sarebbe più ripetuta: tre contraenti – Gran Bretagna, Francia, Israele – con un bersaglio condiviso, il colonello Nasser (vedremo fra poco i suoi caratteri, un po’reali, e un po’trattati come l’affiche di un nemico pubblico numero uno). Fra loro, una Francia radicale e socialista che proteggeva Israele, con qualche indiretto senso di colpa per l’antisemitismo del passato regime di Vichy; e che convinceva, con tanto di patto militare segreto nella cittadina di Sévres (celebre per le porcellane) l’Inghilterra tory dell’elegantissimo primo ministro Anthony Eden che David Ben Gurion e il diritto alla sicurezza del suo Paese, erano, insieme, un alleato ideale alla circostanza, e un pretesto per intervenire sul canale. Cioè per dividere, proprio in quel punto, sullo spartiacque, Egitto e Israele alla loro seconda guerra storica: «Guerra del Sinai», per i libri, «Operazione Kadesh» (cioè sacra, in ebraico) in codice segreto. Sempre in codice, l’azione parallela (detto senza ironia) anglo-francese si sarebbe chiamata all’inizio Musketeer, poi Musketeer bis, oppure, a pari merito, Mosquetaire, o Mosquetaire bis. A proposito di armi, la Francia di Guy Mollet – primo ministro socialista, già segretario della grande organizzazione sindacale Sfio – aveva, dotato l’esercito di Ben Gurion di un buon arsenale offensivo, o deterrente, a seconda dei punti di vista: 60 aerei Mystère-A, 50 Mystère 4-B, 100 carri AMX, mille lanciarazzi. Il signor Josef Nahmias, negoziatore discreto per la parte israeliana, faceva notare a Parigi «il formidabile rifornimento d’armi ai Paesi arabi», e, in particolare, a Nasser: 200 tank cecoslovacchi, e circa 2oo caccia Mig e Ilyuscin sovietici. In caso di guerra, un rapporto di 4 a 1 in favore dell’Egitto. Sui confini poi, cioè sul Sinai-Negev queste erano le cifre: 238 morti israeliani ogni anno, dal 1951 al 1955, vittime delle prime formazioni combattenti di fedayin istruiti e armati in Egitto.

Ad est di Suez, 50 anni fa, e poi sull’istmo, la triangolazione inimmaginabile aveva pronti i suoi disegnatori strategici e le sue giustificazioni: il 2 novembre – dopo l’avanzata nel Sinai partita il 29 ottobre – alla Knesset, Ben Gurion spiegava che il 12 settembre Nasser aveva decretato il blocco del golfo di Aqaba, che nessuna nave israeliana poteva passare per il canale, che quegli atti di guerra «unilaterale» non potevano continuare indefinitamente, e che «il nostro obiettivo è la pace, ma non il suicidio». Dal 27 luglio, Anthony Eden nominava la nazionalizzazione della Compagnia del canale con la parola «furto»: il 6 novembre arrivavano a Port Said gli anglo-francesi di interposizione, e così Shimon Peres avrebbe potuto illustrare, anni dopo, la comunità d’intenti e l’azione congiunta con una rara chiarezza terminologica: «Senza l’intervento della Francia e la cauzione degli inglesi, non ci sarebbe stata la guerra del Sinai. Senza dubbio». Cinquant’anni fa, quella cauzione britannica verso Israele era stata soppesata un po’da Anthony Eden: perché allora l’espressione oggi diffusa (fino al suo esaurimento concettuale) di «arabi moderati», indicava, meno genericamente di oggi, un gruppo di Paesi storicamente legati all’Inghilterra dominante (i tempi di Allenby e di Lawrence) da trattati politici, militari, di profitto (petrolifero). C’era un patto, chiamato Patto di Baghdad, c’erano in particolare due monarchie hascemite, l’Iraq e la Giordania, formalmente e nei fatti nemiche di Israele. Il pegno israeliano offerto alla cauzione inglese era l’assenza assicurata di guerra molto più a est di Suez, cioè a est del Giordano. Infatti lì nessuno si mosse; o, se preferite, ogni movimento venne rimandato di 11 anni (alla guerra detta dei «sei giorni», 1967). Da ricordare, o da rivedere perché ha la forza di una scena, l’invocazione di uno di quei leader arabi moderati («civilizzati», avrebbe scritto Flaubert) nel suggerire a Eden il modo di risovere il problema Nasser che statalizzava il canale: «Picchiate, ma picchiate in fretta», ripeteva lungo tutta la crisi il primo ministro iracheno Nur-es Said, dagli anni Venti amico, o tributario, degli inglesi. Più tranquillo, o più protetto del primo ministro iracheno, a Parigi, in quei mesi del 1956, un esperto francese di strategia a breve termine sintetizzava con una certa ironia verbale l’alternativa delle cose: «Qui bisogna colonizzare il canale, o canalizzare il colonnello».

Sindromi. Ma quel problema a doppia prospettiva – un furto, o presunto tale, di una via d’acqua mondiale, fatto da «un ladro internazionale», oppure un legittimo atto di proprietà formalizzato da un Paese e da un capo liberi – è stato anche sintetizzato nella sua complessità. Milovan Gilas, poeta e scrittore montenegrino, comunista combattente, poi ministro e presidente del parlamento jugoslavo nel dopoguerra, e poi ancora, dal 1954, tanto dissidente e critico (anche nei confronti di Tito nei giorni della rivluzione ungherese) da dover subire tre processi e diversi anni di carcere, era anche l’autore di La nuova classe, molto apprezzato proprio da Eden come un «notevole libro»: dove il confronto su Suez era definito «una vertenza fra il nazionalismo egiziano e il commercio mondiale che, per coincidenza, era rappresentato dalle vecchie potenze coloniali britannica e francese». Una vertenza che sarebbe diventata un «incidente» (parola usata, dopo un po’ di anni, nelle sue memorie, da Christian Pineau, il ministro degli Esteri francese di quell’anno). E che poi, ancora oggi, avrebbe assunto termini medici, quasi ospedalieri: «la crisi di Suez», «l’operazione di Suez». Cioè qualcosa che presupponga una sindrome, o più sindromi. Se accettate questa incursione simbolica nella medicina, cercate di vedere la «malattia di Suez» («d’Oriente», l’avrebbe classificata Flaubert) diversamente variata nei suoi protagonisti. E con effetti diffusi in posti diversi.

Vista da Algeri francese, due anni dopo l’inizio della rivolta anticoloniale, l’operazione sull’istmo era anche di politica interna, «antiterrorista»: con due ministri residenti, cioè due governatori, mandati successivamente in Algeria in quell’anno (Jacques Soustelle e Robert Lacoste) a convincersi e a convincere i coloni e il governo che quella sollevazione contro 126 anni di «civiltà» francese non poteva coincidere con una appartenenza nazionale diversa, ma doveva per forza essere incitata e armata dall’esterno. Un ragionamento, o una miopìa, «da buoni spiriti giacobini», secondo un’acuta osservazione dello storico Marc Ferro.

Il colonnello e l’acqua. Vista da una certa idea del diritto internazionale marittimo (di un certo valore anche oggi), e anche del profitto, la crisi coincideva con un colpo di mano su una proprietà internazionale, riconosciuta da una convenzione altrettanto internazionale del 1888 e mai rivista, e su una via d’acqua attraverso la quale, nel 1955, erano passate 14.566 navi e 70 milioni di tonnellate di petrolio destinate quasi interamente all’Europa occidentale. Era il punto di vista inglese, cioè del maggior azionista della compagnia. Molto ben rappresentato da sir Anthony Eden (Lord Avon in vecchiaia). Un uomo del 1897, con un fisico calligrafico da gentiluomo e da attore – una sorta di Walter Pidgeon in versione non comica – appassionato di pittura impressionista, soprattutto Cézanne, pluriglotta quel tanto da capire e da farsi capire (qualche lingua orientale, il persiano in particolare) e perfettamente francofono, ex studente di Eton, ministro degli Esteri di Churchill in guerra, e come lui integralmente antinazista e più di lui antifascista. E anche ex presidente, insieme al sovietico Molotov, della Conferenza di pace sull’Indocina, e con amicizie interessanti (come il creatore di James Bond Ian Fleming, nella cui casa in Giamaica andrà a riposarsi, a crisi conclusa, malissimo, per lui e i francesi).

Contro di lui, in tutto, come in una questione largamente personale, il colonnello egiziano: un arabo nuovo senza bournus né fez, ex filonazista, militare nazionalista (il primo a riformulare in termini aggiornati la speranza di un nuovo califfato, cioè «un impero arabo dal Marocco al Golfo Persico»), impermeabile a comunisti e a Fratelli Musulmani, da lui tenacemente messi in galera. Alto, con dei baffi scolpiti come quelli di un attore del Levante, elegante tipo Perry Mason, Nasser diventò facilmente, a Londra e a Parigi, la metamorfosi di un «nuovo Hitler» che giurava di cancellare Israele e che rubava il canale secondo uno schema predatorio tedesco già visto negli anni Trenta: prima la Renania, poi l’Austria, poi i cecoslovacchi, eccetera. Era sensibile alla riforma agraria, all’irrigazione e alla deviazione dell’acqua del Nilo, e ai bagni di folla arringata con discorsi oceanici. Il più celebre, e il più centrale, l’annuncio ad Alessandria della nazionalizzazione della Compagnia del canale, il 26 luglio 1956.

La causa più nota, ma non l’unica, di quell’annuncio e di quello scippo molto sostanzioso: il mancato prestito anglo-americano di 1.300 milioni di dollari destinati a migliorare l’irrigazione della valle del Nilo, con derivato sviluppo dell’energia idroelettrica. Insomma, la diga di Assuan (poi costruita a monte della prima cateratta del fiume). Una mancanza e uno sgarbo che avevano fatto tirare il respiro agli egittologi: i templi faraonici del XII secolo a. C. sarebbero rimasti ancora al loro posto.

Il nuovo che avanzava fra ottobre e novembre. Cioè le Nazioni Unite compatte nel condannare la triplice intesa anglo-franco-israeliana, e nell’intimarle il ritiro da Suez e a est di Suez; le stesse Nazioni Unite altrettanto compatte nel lasciare che gli ungheresi rivoluzionari venissero polverizzati dai carri armati sovietici. Con qualche eccezione: sul fronte ungherese, l’eroico diplomatico danese Povl Bang-Jensen, poi licenziato per «grave negligenza», e nel 1959 ritrovato cadavere nell’Alley Pond Park di New York. Sul lato di Suez e del Sinai, il ministro degli Esteri belga Paul-Henri Spaak: «Se Israele per disperazione manda le sue truppe nella penisola del Sinai e le forze anglo-francesi sbarcano a Port Said, non si esita a condannarli. E per questa condanna, non si trovano parole abbastanza dure, mentre si assiste impassibili alla brutale repressione della rivolta in Ungheria». E poi, l’inimmaginabile in quella forma, ma anche il prevedibile nella sostanza. Cioè la costante condanna americana a senso unico: all’Onu contro «l’aggressione di Israele», e verso gli inglesi, attraverso tre mesi (luglio-ottobre) di consigli sempre più critici e distanti, e di missive come questa del presidente Eisenhower: «Non contate su di noi. La vita è una scala che monta al cielo: quando arriverò alla fine della salita, voglio presentarmi a Dio con le mani pulite». Più in concreto, sostituzione di potenza, o di «impero» in Oriente: dove, secondo John Foster Dulles, «gli inglesi avevano già dato prova a sufficienza, i francesi erano uno zero militare, e dove solo noi faremo rientrare Nasser nei ranghi». Se da allora a oggi vi imergete nella scena imperiale-americana a est di Suez, potete tirare qualche conclusione di fatto. Aggiungendo al quadro di allora, e di poco tempo dopo, qualche posizione a effetto, o qualcuna eterodossa, o qualcun’altra contraddittoria.

Il vecchio Winston Churchill, consultato da Eden durante tutto il periodo della «sindrome», gli aveva detto un giorno: «Prima di tutto devo capire dove è sbarcato esattamente Napoleone» (in Egitto, naturalmente). L’ex primo ministro francese Pierre Mendès-France, ricevuto da Guy Mollet, gli domandava straziato: «Ma avete misurato il rischio di incendio di tutta l’Africa del Nord?». E Foster Dulles, confessava, alla fine di quel decennio, all’ex ministro degli Esteri francese Pineau: «Su Suez avevate ragione voi»; o chiedeva al suo omologo inglese del 1956, Selwyn Loyd: «Ma perché vi siete fermati a Port Said?».

Ma potreste anche star dietro a una visione diversa di quell’ottobre a Suez, più sensibile alla logica degli scontri per differenza di autorappresentazione, piuttosto che per profitto o potere geopolitico. Seguendo per esempio la visione di Jacob Burckhardt: «La storia è per me ancora una sequenza di composizioni. A un punto di osservazione a priori non posso quindi credere; esso riguarda lo spirito del mondo, e non l’uomo della storia». Oppure pensate al punto di vista di Rachel Bespaloff, magnifica studiosa dell’Iliade: «Contrariamente a quello che affermano i nostri economisti, i popoli che si affrontano per gli sbocchi, le materie prime, le terre fertili e i loro tesori, si battono soprattutto e sempre per Elena. Omero non ha mentito».


Back to Top



  andrea jacchia
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home