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La Repubblica meticcia ci salverà

Andrea Jacchia, Malek Boutih
Diario: Anno VII – numero 21/22 – 7/13 Giugno 2002


diario coverSignor Malek Boutih, ecco i capi di governo francesi dal 1958 a oggi: de Gaulle, Debré, Pompidou, Couve de Murville, Chaban-Delmas, Messmer, Chirac, Barre, Mauroy, Fabius, ancora Chirac, Rocard, Edith Cresson (prima donna in questo ruolo), Bérégovoy, Balladur, Juppé, Jospin. Dobbiamo considerare questa lista come un necrologio in corso della Quinta Repubblica?

Risponde un cittadino francese di quasi 38 anni, nato nella banlieu di Parigi nel 1964, quando l’Algeria era indipendente da due anni. Un cittadino di famiglia kabyl-algerina, con un padre che aveva scelto in questi modi: lavorare in Francia nel dopoguerra, cioè in un Paese da ricostruire, combattere poi nel Fln algerino, cioè liberare il suo Paese d’origine da oltre 130 anni di dominio francese, ritornare in Francia per lavorare e lì radicare stabilmente la sua discendenza: quattro figli, tre maschi e una donna. Il secondo di quei figli è il cittadino Malek Boutih, che oggi presiede Sos Racisme (l’associazione che studia e denuncia i razzismi mutanti, e incrociati, di una parte dei cittadini francesi per far muovere contro l’altra parte), e che bilanciando un registro vocale alto e una padronanza stratificata di termini ricorrenti (dimension, structure, clivage, cioè divario o sfaldatura), risponde così: «La Quinta Repubblica è una struttura molto piramidale e ormai inadatta a quello che sta succedendo. Le prossime elezioni legislative, chiunque vinca, non saranno una risposta a questa crisi istituzionale, perché sia la destra che la sinistra si trovano, nei fatti, di fronte a un deficit di legittimazione politica. La sorpresa di Le Pen è stata la faccia di un Paese incapace di fare una scelta politica, perché privo dei mezzi politici idoenei a fare questa scelta. In Francia non abbiamo più dibattito, né forme di potere, e le forme di controllo di questo potere non sono più adeguate. Siamo nel pieno di una crisi democratica molto importante. Se Chirac dovesse vincere, sarà una vittoria congelata su una stabilità iniziale, ma senza tenuta nel tempo. In passato abbiamo già visto i governi cadere perché la contestazione era troppo forte».

Piet Mondrian, il grande pittore olandese delle grandi linee, ha spiegato in diversi modi il suo passaggio all’astrazione. Così: «Sono convinto che la grande linea sia l’elemento primordiale di una cosa, poi viene il colore». O dicendo questo: «Mi sono reso conto, a poco a poco, che il cubismo non aveva assunto le conseguenze logiche delle sue scoperte». In questi giorni, a Parigi, una bellissima mostra alla Gare d’Orsay vi fa vedere 120 quadri di Mondrian presentati come «i cammini dell’astrazione»: si parte da una natura morta del 1893 (pochi pesci che sembrano vivi in una tinozza con una botte vicino), si arriva a un traguardo del 1914, una composizione ovale «in piani di colori». Quando Malek Bouthi, in una grande stanza di Sos Racisme (non ovale né colorata, ma di un disordine brillante e geometrico) chiarisce quanto poco possa tenere uno Stato «piramidale» che sta perdendo i suoi elementi primordiali (le grandi linee del dibattito, della forma, e del controllo di quella forma) e quanto neutri o cupi siano diventati certi colori passati al primo posto (l’indistinguibilità fra destra e sinistra, la «paura» dell’immigrato e le sue gradazioni, il tricolore di Jean-Marie Le Pen sbandierato insieme al voto dai suoi sostenitori perché Le Pen «non sia solo un dettaglio nella storia francese»), Piet Mondian e la sua autonalisi d’artista può diventare un suggeritore preoccupato: i cubisti dell’ultima forma repubblicana francese non hanno assunto le conseguenze logiche della loro invenzione. O ancora di più: il loro cammino verso l’astrazione porta al vuoto. Dove dilaga un colore multiuso e prêt-à-porter: quello della sicurezza, caricato dell’«ossessione della sicurezza». Una tinta, bisogna dire, francese, italiana, olandese, europea; e variata, a modo loro, dagli amercani. Sono in molti a indossarla, a portarla più male che a loro agio: forse come un costoso pretesto per confondersi.

Timeo ergo sum. Signor Bouthi, che prezzi politici, e civili, può avere la scusa dell’insicurezza. Se è totalmente una scusa…

«In Francia il problema ha due dimensioni. Dire che da noi non c’è insicurezza sarebbe mentire a chi vive nelle città, non capire le preoccupazioni che hanno molti cittadini di fronte alle differenze economiche fra loro e i loro vicini. Aggiunga che la macchina governativa e dello Stato non controlla più il problema della paura quotidiana. Ma legare tutto questo al problema dell’immigrazione è del tutto superficiale e si basa anche su un equivoco: la Francia aveva di se stessa un’immagine di Paese rurale, ma non lo è più, le nuove dinamiche sociali si consumano nelle città, c’è un nuovo “fatto urbano”. La seconda dimensione riguarda il che fare, e il come non agire. In sintesi: bisogna dare una risposta collettiva al problema della paura diffusa, non bisogna assolutamente amplificare questo sentimento di fatto, e farne un pretesto per non fare politica. Finora il mondo politico francese si è attenuto alla vecchia abitudine di sfruttare questo sentimento: organizza dispositivi autoritari, polizieschi, ed evita la radice della questione. Dice, avvantaggiandosene nel breve periodo: io incarno l’autorità e agisco d’autorità».

Anche l’autorità è stata bidimensionale: un primo ministro e un governo socialisti che poi hanno perso. O forse si sono autoeliminati.

«Lionel Jospin ha seguito la destra rispondendo solo in termini di sicurezza, e non ha capito che se la sinistra imita la destra soprattutto su un tema sociale di questa importanza, perde sempre. Perché la gente dice: se non ci sono grandi differenze, tanto vale votare a destra. In altri termini, non c’è per ora una visione di sinistra sui problemi dell’insicurezza, ed è un ritardo molto strano se si pensa che dietro la domanda sociale di sicurezza, c’è una domanda di sinistra. Sia sul piano interno di ogni singolo Paese, sia a livello internazionale…».

Scusi, signor Bouthi, se quella è una domanda di sinistra, e credo che sia un’immagine non diffusa, che cosa bisogna rispondere da sinistra?

«Bisogna pensare e poi fare. Pensare alle radici sociali della paura nelle nostre città, cioè affrontare i problemi strutturali legati all’organizzazione del lavoro, alla disoccupazione, alla distribuzione della ricchezza, alla tutela della biodiversità, e allo sviluppo duraturo, della giustizia. Bisogna offrire un programma politico, e creare condizioni politiche capaci di aiutare i più deboli. Tutto questo presuppone che il problema della sicurezza venga trattato come un patrimonio collettivo, non come oggetto di risposte individuali, o, peggio ancora, come un prodotto che si possa comperare o mercanteggiare politicamente. Un prodotto di marketing, tanto per essere più chiari».

La legge della domanda e dell’offerta, durante un’ora e mezzo di ascolto di Malek Boutih, si sbilancia senza contrazioni a favore dell’offerta: mentre fuma, Malek commenta, a risposte incastrate l’una nell’altra, lo stato della Francia e del mondo, e delle loro paure: dalla voce e dall’intelligenza analitica di questo cittadino di una Quinta Repubblica in bilico, possono venir fuori Paesi e città variamente sorpresi dall’instabilità, anche loro. Degli Stati Uniti dice: «Sono andato a New York sei giorni dopo l’11 settembre: quello era un Paese che ha avuto tassi di criminalità altissimi, ma che quel giorno si è accorto che si potevano uccidere in un colpo tremila persone. E che il governo federale, nonostante la sua forza armata, non controllava più la situazione, era immerso nella mondializzazione». Delle nuove proporzioni fisiche e psicologiche degli olandesi parla così: «Nei Paesi Bassi l’avanzata dell’estrema destra è dovuta al passaggio di un piccolo Paese con eccezionali tradizioni di tolleranza a uno spazio europeo di oltre 300 milioni di abitanti». Di questo spazio che è il suo, il nostro, e di chi vi immigra per vivere e per lavorare con un minimo di decenza, fa un commento come minimo reale: «Parlano di blocco dell’immigrazione, ma è evidentemente impossibile fermare migliaia di persone disposte a morire pur di venire nei Paesi europei». Attingendo alle sue radici, aggiunge: «Uno slogan dei giovani algerini in rivolta esprime bene il sentimento di tutta la gioventù del Terzo mondo: non possono uccidermi dato che sono già morto». La legge della domanda di chi lo ascolta, cioè di me stesso che fumo anch’io, e più del voluto, si limita ogni tanto a delle immagini attinte dalla Storia: dato che ho di fronte un uomo che ragiona velocissimo scandagliando il presente e i suoi possibili esiti, vado lento, all’indietro, senza parole, a quello che ho studiato e che ricordo. Quando sento, e in qualche modo vedo (perché Malek ha il dono di disegnare i «tipi» sociali) spuntare la figura del «piccolo bianco francese» orfano della sua identità sociale proletaria, di lotta, abbandonato dai sindacati, non più quello che «contesta il padrone», diventato razzista nei confronti del suo concittadino-concorrente di origine maghrebina o africana in nome del fatto che almeno lui è un vero francese, ricordo come si distinguevano altri tipi di piccoli bianchi nella Francia di neanche 70 anni fa. Quando il deputato dell’estrema destra Xavier-Vallat, nel 1936, alla seduta inaugurale dell’Assemblea Nazionale dopo la vittoria del Fronte popolare, parlava in questi termini a Leòn Blum, nuovo Primo ministro, e primo ebreo francese a esserlo diventato: «Per la prima volta nella sua storia, questo antico Paese gallo-romano sarà governato da un ebreo. Dico apertamente quello che tutti pensano: che al governo di una nazione contadina come la Francia è meglio avere qualcuno le cui origini, per quanto modeste, si trovino nel grembo della nostra terra, che non un sottile talmudista». Con questa associazione variata, mi viene diretta una domanda a più dimensioni.

LA REPUBBLICA DEI CROCEVIA. Secondo lei come si incrociano, o si nutrono, oggi, in Francia, il vecchio pregiudizio antiebraico, il nuovo razzismo sociale contro i francesi «di colore», e il nuovo antigiudaismo degli immigrati delle banlieux?

«C’è questo incrocio, ma bisogna fare una serie di premesse. È chiaro che il razzismo del ventunesimo secolo non sarà quello del ventesimo che pretendeva una patente scientifica: oggi nenche i più stupidi pensano che esistano persone biologicamente superiori ad altre. È altrettanto certo che l’antisemitismo resta il software puro del razzismo, la sua forma più sofisticata, perché si basa sul principio che un ebreo non è visibilmente diverso, non è distinguibile a occhio. Detto questo sono convinto che la Francia, per la sua natura politica e storica, sia il Paese all’avanguardia, il laboratorio, di tutte le poste in gioco sulla questione dei razzismi. A partire dalla Rivoluzione, dalla scelta della Repubblica laica, e dopo, nel corso della formazione dello Stato-nazione forte, coeso: cioè della negazione della differenza in quanto germe di fragilità. In pratica, l’integrazione di tutti passa attraverso la laicità dello Stato. A partire dalla seconda metà del ventesimo secolo, poi, i gruppi di immigrati maghrebini e africani si sono francesizzati velocemente, spesso più velocemente dei gruppi di immigrati europei, gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi, i polacchi, eccetera: gli immigrati di colore possedevano già la lingua, e non avevano una Storia forte a cui riferirsi. Il risultato, la scelta cosciente, è che la società francese non ha strutturato le sue diversità in comunità a sé stanti, etniche, religiose, culturali. Non abbiamo mediatori comunitari, interlocutari arabi, o musulmani che regolano i rapporti fra i gruppi e lo Stato; siamo il contrario degli inglesi, e degli Stati Uniti, che sono un modello ultracomunitario. Sono uno dei pochi ad affermare che l’integrazione in Francia è riuscita, è troppo ben riuscita; il paradosso è che conosciamo meglio degli altri il metissage (il meticciato ndr), ma nello stesso tempo abbiamo Le Pen, cioè, da 15 anni, il movimento di estrema destra più strutturato d’Europa».

(Il 24 aprile, un mercoledì, Chris Patten, commissario europeo agli Esteri, inglese, già ultimo governatore di Hong Kong, vedeva entrare Jean-Marie Le Pen nell’aula del Parlamento europeo di Bruxelles, e osservava: «Ho l’impressione che si stia presentando uno degli aspetti meno piacevoli della civiltà europea»).

Signor Boutih con un Le Pen così strutturato, con una destra di governo che usa il tema della sicurezza come pretesto per fare il pieno di voti in nome del principio d’autorità, con una sinistra che non sa proporre un programma di sinistra, con lo Stato creato da de Gaulle che si è destrutturato, qual’ è il processo in corso in Francia?

«Stiamo vivendo un processo quasi chimico, il meticciato sta creando delle perturbazioni molto profonde nelle relazioni sociali. Le nuove generazioni figlie dell’immigrazione hanno assorbito il modello repubblicano in modo straordinario, ma non capiscono perché non sono ancora uguali agli altri. È un vero esercito di riserva della contestazione sociale. Gli altri, soprattutto se piccoli bianchi in crisi d’identità sociale, stanno perfezionando un pregiudizio razzista coon connotati sociali. In Francia, una volta, avevano paura delle babbucce e della jellaba, oggi temono i giovani con la casquette. Gli immigrati della prima generazione restano percepiti molto positivamente dai cosiddetti “veri francesi”: restano seri, bravi, gran lavoratori, tranquilli. I loro figli, o i loro nipoti, invece contestano, si agitano, soprattutto sono concorrenti. Per cui, l’integrazione viene in linea di massima accettata, a patto che i giovani maghrebini o africani dell’ultima generazione restino degli immigrati permanenti, con gli stessi lavori dei loro genitori: nell’edilizia, nella pulizia della strade, al volante degli autobus, o nei metrò, come postini eccetera. Tutto va bene, ma non quando pretendono di sposare le figlie degli altri, o di diventare i loro medici. Quando queste possibilità diventano reali, a quel punto ci si rende conto di un passo ulteriore: l’integrazione diventa meticciato, umano e sociale. E di conseguenza, il piccolo potere del piccolo bianco basato sull’essere, o sul credersi comunque al di sopra degli altri è destinato a scomparire. Ma nell’immediato, quell’immagine di sè si dà una forza dinamica molto profonda, e reagisce col voto: a Le Pen».

Mi scusi, ma come agiscono, in questo processo chimico, le sostanze di quei tre pregiudizi?

«Agiscono in modo convergente, cioè convergono in un’unica fobia: che ha come bersaglio il bastardo, il meticcio. Chi porta in sè identità multiple: sociali, culturali, religiose, anche tecniche. Per cui quei razzismi hanno, a specchio, dimensioni sociali, culturali, religiose, tecniche. Ripartiamo dall’antisemitismo: l’ebreo è stato visto, discriminato, annientato in quanto opposto di un’identità chiusa: l’ebreo è francese, italiano, tedesco, ed è ebreo nello stesso tempo. In Europa l’antisemitismo è stato così forte perché l’ebreo veniva assunto come il contrario dello Stato-nazione, era l’universalismo. Oggi il pregiudizio si allarga, come la categoria da colpire: il melange degli uomini, cioè la nuova tappa legata alla mondializzazione…».

Ma il melange è sempre esistito…

«Certo, dai tempi dell’uomo di Cro-Magnon. Ma oggi c’è un’accellerazione del processo che scuote le entità geopolitiche, le aree culturali e le forme di dominio. Il meticciato è oggi portatore di contestazione sociale contro le disuguaglianze, che, in qualche modo si sono sempre strutturate su forme di razzismo: economico, ideologico. La nozione di sfruttamento implica la nozione di esclusione. Si capisce quindi quanto il meticciato sia pericoloso, perché unifica tutto il mondo, incrina le categorie. In Francia la convergenza fra il pregiudizio antiebraico classico e l’antigiudaismo delle popolazioni del Terzo Mondo serve a ricostituire nuovi clan, nuove identità, coerenti, in qualche modo, con un mondo che continua a muoversi. Perché le vecchie identità del razzismo non hanno più senso».

GIÀ UN MILLENNIO Di meticci. Le statue, quando sono belle, si muovono, in senso lato vivono. Quando ho attaccato una lunga passeggiata per andare a trovare Malek, al decimo arrondissement, sono passato a trovare, come faccio spesso a Parigi, il re Enrico IV, cioè la sua statua: mi piace molto, insieme al posto dove l’hanno eretta, il vecchio Pont Neuf. Quel primo Borbone, nato protestante, poi passato al cattolicesimo per ragion di Stato e di trono, un primo passo verso una Francia meticcia a suo modo l’ha fatto: attraverso un editto, promulgato nella città di Nantes più di quattro secoli fa, con cui stabiliva che gli «altri» francesi, i protestanti, o uogonotti, erano, nei fatti, liberi di essere come tutti gli altri. La sera prima di fare quella passeggiata, con appuntamento fissato alle 11 e mezza (orario civilissimo), mi è capitato di leggere questa carta d’identità, scritta da Jean Lacouture: «La Francia si è formata continuamente grazie alla digestione creatrice degli elementi esotici. Abbozzata da un capo tribù belga e da un imperatore tedesco, consolidata da tre decine di sovrani venuti al mondo da madri italiane, spagnole, austriache, polacche o portoghesi, gestita da un cardinale nativo degli Appennini, difesa da dei generali sassoni, rivoluzionata da un medico svizzero, moltiplicata da un generale còrso, rianimata da un avvocato genovese e da un capobanda piemontese nato a Nizza, liberata da un gigante del nord provvisto di antenati irlandesi, La Francia è un capolavoro dell’immigrazione abbondante. Il prosciugamento dell’immigrazione, in una Francia poco prolifica, significa il declino». Dopo quasi un’ora di ascolto, verso l’una, Malek è nella piena dell’analisi dei nuovi razzismi: mi scorre in testa la fila di tutti quei bastardi creatori, re, borghesi, militari; l’affollamento blocca qualsiasi domanda conseguente al pensiero, anche perché Malek anticipa sulla continuazione possibile di quella fila: «Credo che il modello repubblicano, laico, che permette a ogni individuo di esistere a livello collettivo e individuale sia quello che permette, più di altri, di arrivare alla nuova tappa della Repubblica meticcia. È a questo che bisogna guardare: anche a livello europeo. La vera alternativa è fra questo tipo di Repubblica e la democrazia».

La democrazia, signor Bouthi? Ma non coincidono?

«Dipende. La democrazia, le democrazie europee, oggi, possono essre migliorate ma restano basate sull’idea di mercato, di scambi di merci e di ricchezze fra le loro elites. Il pericolo reale non sta nella dittatura, ma nel perfezionamento di questa democrazia di mercato. Più precisamente, di una democrazia mercantile identitaria. Ancora più chiaramente: di democrazie parziali che si strutturano intorno a gruppi di interesse, che permettono sempre a una minoranza dominante di continuare a dominare. E la Francia, non per una questione di genio nazionale ma per la sua esperienza storica legata alla Rivoluzione è il Paese-laboratorio di questo obiettivo, anche a livello internazionale. Se non arriveremo a una repubblica europea meticcia, avremo un’Europa a due dimensioni: spezzettata in regioni dove i più ricchi condividono fra loro le ricchezze. Se questa è una prospettiva, noi minoranze siamo condannati a fare politica, non per i nostri interessi, ma nell’interesse dei nostri Paesi e dell’Europa. D’altronde tutti i discorsi dell’estrema destra insistono sul fatto che gli elementi “eterogenei” stanno destabilizzando la forza, la potenza, la coesione dell’Europa. Naturalmente penso l’opposto: ogni volta che un corpo si arricchisce di un elemento nuovo, si rafforza». Non sarebbe finita qui, perché Malek non risparmia altre identità storiche, o molto attuali; quando dice che «Bin Laden è un fascista che si è dato un fondamento religioso e che Al Qaida non ha mirato a colpire la potenza finanziaria americana, ma il meticciato newyorkese». Io comunque concludo, quasi indiscreto.

Lei signor Boutih, è religioso?

«Mio padre era un musulmano praticante; io dall’adolescenza sono diventato ateo, non agnostico: non sento alcun rapporto con Dio, neppure al di fuori della religione».


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