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La mischia contro uno

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 4 - 20 Febbraio/5 Marzo 2009

diario coverAlmeno due punti di vista, due frasi, possono oggi rispondere alla mischia italiana che si è riversata, quindici giorni fa, contro una famiglia italiana non allargata – tre persone, gli Englaro – mirando, in particolare, al padre. Il primo concetto, espresso nel pieno di quella mischia, è di Giuseppe Saro, un senatore del partito di Berlusconi: «Questa storia doveva rimanere in famiglia». Il secondo – un incrocio fra una massima e un’intuizione – l’ha scritto Louis de Saint-Simon in pieno XVIII secolo: «Non si giudicano mai le cose per quello che sono, ma per le persone che vi sono coinvolte». Nella sintesi, quel «mai» risulta troppo assoluto, ma restano l’idea, e una possibile interpretazione: il giudizio può venir fatto funzionare contro una specifica biografia. Il giudizio contro Beppino Englaro (omicidio della figlia) – scalato in nome di Dio, delle regole della comunità, della laicità della politica nella sua accezione più indecente, della vocazione maggioritaria della Chiesa – ha colpito una storia e dei caratteri: il richiamo alla legge restando nel proprio Paese, l’assunzione di responsabilità dei propri gesti, un modo personale di dialogare con Dio, o di non farlo affatto, e soprattutto con la propria famiglia. Un insieme raro, a vocazione minoritaria, nell’«Italia di Forza Italia».

In parole meno povere, la sentenza ha voluto offendere un «io», che in un nucleo familiare infinitamente affettuoso e abituato al reciproco rispetto, interloquisce con altre prime persone singolari capaci di rispondergli. Il contrario della tribù, della comunità regolata da una morale di maggioranza, e pronta, caso per caso, alle smentite segrete di quella morale quando queste convengano. Due settimane fa, nella mischia per lo più oscena che ha provato a travolgere quella famiglia di tre persone, si è capito come padre, madre e figlia fossero abituati a parlarsi a tu per tu (o a tu per me, solo se io non posso più farlo) delle proprie volontà in materia di vita, morte, o del dramma eventuale di una vita solo vegetativa. Un articolo, sulla Repubblica, citava la madre: «Tra noi non c’erano dubbi, con nostra figlia abbiamo parlato tante volte». Si è anche intuito a quali condizioni il padre avrebbe accettato di rispondere a un clima che non era il suo. Essenzialmente a due condizioni: quella della sua libertà e quella della sua responsabilità. E in nome della libertà responsabile con cui la figlia aveva evocato la tragedia che avrebbe potuto colpirla, oltre 17 anni fa. È un concetto, anzi un modo di trattare con la società e le sue richieste, che appartiene alla cultura protestante, prima ancora che al pensare laico: lo trovate, alla lettera di quei termini (libertà, responsabilità), nei drammi domestici del teatro di Ibsen, ma anche nella solitudine attiva di tutti quegli uomini e quelle donne del Seicento olandese che nei loro quadri interloquiscono direttamente con il cielo (in senso lato l’Assoluto), con i loro paesaggi, le loro città, le loro leggi, e la privatissima intimità dei loro nuclei familiari.

Due settimane fa, quando Eluana Englaro è morta, si è visto quanto quel genere non italiano di solitudine, o di responsabilità elaborata in prima persona, fosse insopportabile al Paese del cattolicesimo identitario, della famiglia magmatica, della comunità orante in veglia alle porte delle case di riposo, dell’interscambio di favori – quotidiano e del tutto prosaico – fra braccio secolare (questo governo e parte di questa opposizione) e gerarchia chiesastica. Hanno detto al padre che era stato un «omicida puro e semplice», gli hanno rivoltato addosso il suo valore scagliandogli contro un «adesso sì che sei solo». Lo hanno fatto i peggiori giornali, i peggiori cardinali e vescovi, i peggiori deputati del peggior popolo elettore. Al minimo, una prova di illimitata indiscrezione contro un’infinita pazienza. Di fronte a quel coro, il padre Englaro si è comportato, giorno per giorno, come se fosse stato dentro questo verso della poetessa Nelly Sachs: «Tutto si deve soffrire ciò che è leggibile, e imparare la morte nella pazienza». Al massimo, cioè nella realtà dei commenti, si è vista una prova di violenza in crescita. Una prova della «modernità» italiana, del suo futuro, e del suo probabile perfezionamento dappertutto. Per intravederla un po’ di più nei particolari, e anche per prepararsi, vi propongo una breve antologia di un gruppo di frasi, di concetti che si sono letti e ascoltati dentro quel feroce caravanserraglio. Leggeteli come brani del coro, o di una sceneggiatura concordata, o guardateli come particolari di un quadro ancora in gestazione. Non credo che abbiano bisogno di un’introduzione: anche perché c’è già, potete ripassarla in molti secoli della nostra storia «maggioritaria», e in particolare negli ultimi novant’anni.

Premesse: «Che il Signore li perdoni per tutto quello che le hanno fatto». «È stata un’interruzione della vita mascherata da pietà» (detto, rispettivamente, dai cardinali Javier Lozano Barragán e Tarcisio Bertone).

Retroterra: «Un individuo fa parte di una comunità» (Rocco Buttiglione, a Porta a Porta, 9 febbraio, il giorno della morte di Eluana). «Il padre che ha voluto porre fine alla vita di questa donna non si accorge che non è solo. Perché le suore l’hanno sempre assistita e dicevano che erano disposte a continuare ad assisterla. Quindi l’atteggiamento di papà Englaro, consapevolmente o meno, ha negato la vita della figlia e la carità di chi l’assisteva. Ma negare la carità è negare la libertà. È l’impronta tremenda di questa società, negare la libertà di amare.» (Giancarlo Cesana, di Comunione e Liberazione, sul settimanale Tempi). Oppure: «L’Italia è un Paese cattolico senza che sia emersa un’alternativa. La verità non si mette ai voti, si afferma e basta.» (Sempre Cesana, su Tempi). «Premetto che avverto da sempre un forte debito nei riguardi della cultura contadina che, con la religione cattolica, mi ha insegnato a considerare sacra la vita fino al suo ultimo palpito.» (Il regista Pupi Avati, sul Giornale). «Vedo che sta venendo meno la responsabilità comunitaria. Manca un’etica condivisa, ogni gruppo ha la propria che si scontra con quella degli altri.» (Padre Cristiano Cavedon, rettore del Santuario Madonna delle Grazie di Udine, intervistato dal Foglio).

Visioni: «Sospendere l’alimentazione, l’idratazione è omicidio, assassinio di un innocente, ritorno al sacrificio umano. Quando si confonde carità e violenza, vita e morte, forse ci sarebbe da tornare sui propri passi. Finora, a seguire i fantasmi sessantottini di Marcuse, siamo tornati alla barbarie primitiva. Eluana è mia sorella ed è morta, abbiamo detto il Rosario, noi stanotte dormiremo tranquilli perché lei sarà in Cielo, altri nell’ombra rimarranno svegli perché la loro coscienza non tacerà. Mai.» (Luca Volontè, presidente del gruppo dell’Udc alla Camera, su Libero). «Per noi non potrà che essere considerata una martire. Cosa sta passando nelle nuove generazioni? Quando avranno trenta o quarant’anni potrebbero recuperare alcune idee naziste» (sempre Padre Cavedon, sul Foglio). «La figlia secondogenita di una mia amica, ragazzina che scorreva limpida e serena fino a questa età terribile e mostruosa che sono i 13 anni (quando sei ancora un po’ bambina e un po’ col primo mestruo si affaccia l’inquietudine delle grandi domande), chissà cosa gli rimuginava dentro, sentendo di quella morte lì e vedendo tutto il Nuovo Mondo, lì, ad applaudire. Avrà sentito in giro nell’aria che come c’e una data alla fine dell’impero romano, e poi a quello bizantino, c’e una data alla fine della civiltà cristiana? Chissà.» (Luigi Amicone, sul Foglio). «Scrivo spossato dagli antibiotici e dalla grande apostasia che vedo manifestarsi in questi giorni in Italia. Non mi riferisco al tandem Napolitano-Fini (il patto Molotov-Ribbentrop, come lo chiama il mio amico avvocato Formicola): i due stanno anzi ritornando alle origini, alle ideologie di quando erano giovani, al comunismo e al fascismo. Gli omicidi di Giacomo Matteotti, Lev Trotsky ed Eluana Englaro si assomigliano nella lunga premeditazione e nell’esemplarità. Mi riferisco invece ai mangiaostie a tradimento, ai cattodisidratatori, agli uomini che hanno platealmente abbandonato Cristo per mettersi ad adorare la Costituzione (neanche un vitello d’oro, un vecchio pezzo di carta) organizzando in suo onore un bel sacrificio umano. Ciampi e Scalfaro sono i farisei a cui si rivolge Gesù sul lago di Tiberiade: “Così avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti!” Sembra che ogni domenica gli emeriti, cattolici praticantissimi, sporgano la linguetta per ricevervi l’ostia consacrata, ma devo avvisarli che da oggi la linguetta dovranno tenerla riposta.» (Camillo Langone, sul Foglio).

Linguaggio civile, minoritario: «È vero, si cresce solo nella sofferenza. Ma non voglio dirlo io oggi a un uomo come Beppino Englaro. Non posso, non ho il diritto di insegnargli nulla, non mi sento legittimato a farlo, sarebbe improprio, fuori posto.» (Sempre Pupi Avati, sul Giornale).

Linguaggio ritorto su di sé: «All’interno del rapporto medico-paziente, ti posizioneranno il tuo diritto di scelta» (Paola Binetti, deputatessa del Partito democratico e numeraria dell’Opus Dei, a Gad Lerner, durante L’infedele del 9 febbraio).

Linguaggio anni Trenta-Quaranta (a Roma e Berlino): «Non pensavamo che questo vecchio popolo di sinistra sfregiato dalla distruzione della vita, della famiglia, della maternità, del sesso, dell’amore coniugale, dell’educazione, della cultura, e della cura, sarebbe riuscito a portare in piazza gente che lotta contro la carità cristiana e che si prosterna di fronte all’idolo della morte. È un orrore funesto assistere a questa immonda accademia, uno schifo senza speranza.» (Sul Foglio, fondo non firmato, ma siglato con una microsagoma di un elefante rosso).

Il meno che si possa dire è che spesso Dio viene usato o «esiste solo per quelli che scrivono gli articoli di fondo» (Graham Greene, in Un americano tranquillo). Il meno che si possa fare è aderire a Marco Aurelio: «Il miglior modo di vendicarsi è quello di non adeguarsi». Ma siamo, appunto, ai minimi consolanti dentro al peggio a venire.


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