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La faina e il polacco

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIII - numero 11 - 27 Giugno/10 Luglio 2008


diario coverUn sabato pomeriggio di giugno, a Parigi, prendo un appuntamento per le quattro e mezzo, e mentre esco per il metró Sèvres-Babylone penso con un piacere astratto ai giorni d’agosto che vorrei passare nella parte turca di Cipro, una striscia d’Europa bandita dal riconoscimento europeo. Devo vedermi con Tommaso Basevi, un bravo giornalista-fotografo viaggiatore che, per ora, vive a Parigi: ci siamo solo parlati al telefono o via mail, il riconoscimento è concordato in place des Abesses, al diciottesimo, dove Pigalle e Montmartre perdono i connotati da figurina. Mi becca, a colpo d’occhio, per «le scarpe italiane», ancorché spelacchiate. Seduti a un caffè vediamo sfilare, con banda, dei vignerons in costume più simili a reduci ripuliti della Guerra dei Cent’anni che a dei repubblicani francesi che officiano la giornata dei loro vini. Parliamo, fra veloci scambi autobiografici, di due nostre passioni europee: il Belgio (dove lui è nato) e Istanbul, da dove è appena tornato.

Dopo circa un’ora, penso che il tempo stringe anche per la mia lentezza: devo rincamminarmi verso casa (anch’io vivo spesso lì), vorrei fare a meno del metró, e Tommaso, gentile, mi accompagna per un po’. Sul boulevard de Clichy, anzi sul suo confine, dove il viale diventa la piazza omonima (da rivedere, ogni tanto, come l’ha ritratta De Pisis), Tommaso mi fa fermare intorno al piedistallo di una statua che non c’e più: il vuoto del personaggio scomparso è protetto da una teca di plexiglas chiusa quasi del tutto. Sulla base di pietra, le facce stampate come una decalcomania di Serge Gainsbourg e Jane Birkin si fanno notare come due sostituti dell’uomo di pietra, o di bronzo. «A cosa serve questa teca, secondo te?» Rispondo senza ragionarci: «Potrebbe essere una torretta dove piazzano, ogni tanto, un poliziotto». Parliamo ovviamente in italiano, ma è in francese, con grazia secca, che ci arriva la spiegazione: «Qui c’era la statua di Fourier, di Charles Fourier, ma l’hanno rubata». Quel vuoto ha prodotto una signora magrissima, con una giacca rosso mattone non stirata, elegante, delle scarpe bianche e basse, gli occhiali ovali di metallo (lenti da miope), una faccia tipo Françoise Sagan. Dopo l’informazione, una fretta educata le fa cadere la bicicletta, gliela fa riconquistare, e poi, con una pedalata, la fa scomparire.

«In Francia oggi tutti rubano, è tutto un gruppo uguale che comanda, borghesi e intellettuali, hanno fatto le stesse scuole, abitano gli stessi quartieri, Sarkozy, Ségolène Royal, Fabius, Strauss-Kahn. Sono al governo, al Fondo monetario, alla Banca mondiale, a Bruxelles. Hanno fatto bene gli irlandesi a votare no al trattato di Lisbona. L’Europa dei popoli è un’altra cosa…» È sbucato dal fianco del piedistallo: un vestito grigio anice impacchetta un uomo della strada di mezza età, mezza taglia, capelli grigi divisi da mezzo riporto, occhi azzurri, camicia azzurra. Una faina, o uno di quei caratteri che potete trovare indifferentemente in un film di Autant-Lara o di Chabrol. «Tenevo per l’Olanda contro la Francia, nella partita. Voi, italiani, voi sì che avete una squadra: tutti bianchi. Ma è possibile che la nostra nazionale di calcio sia fatta per tre quarti di neri e di arabi? È possibile vedere taxisti così?» Indica un taxi all’incrocio: guida un evidente franco-maghrebino con barba al petto. E continua: «Tutti uguali, borghesi, intellettuali. Certo, in seconda battuta l’ho votato, Sarkozy, dopo il primo turno per Le Pen. Da giovane ero comunista, di sinistra…»

«Anch’io sono andato ai comizi di Le Pen. Anche se, come pédé, avrei dovuto starne alla larga…» Altra voce, altro corpo: si affianca alla faina un cinquantaduenne (dice la sua età in tempo reale) largo, con tanti capelli tinti fino alle radici bianche, un sorriso voluttuario, occhi verde acqua, vestito di tutte le gradazioni color can che scappa. Ha un suo tasto: «I neri, gli arabi mi vanno bene quando li porto a casa: sono così dotati… Poi però, fuori, fuori.» La mimica è diretta, e ripetuta. Si guarda in giro: «È possibile veder circolare da noi tante tipe così?».

Segna con gli occhi una ragazza ambrata, con un foulard fin sotto al collo, che pedala in bicicletta all’imbocco del boulevard. «Mio nonno polacco era venuto qui come operaio, sono anche mezzo ebreo.» Tommaso azzarda: «Lei ce l’ha su con il celebre operaio polacco, quello di oggi?». Certo, dice. È probabile che noi due, fermi a una distanza sempre uguale dagli altri due, si sia diventati il pubblico di un varietà ripetibile, e non solo da marciapiede: il polacco informa che in uno dei tanti teatri di quel viale tiene, ogni tanto, «un cabaret». Sarà vero? Comunque, a quell’ora (quasi le sei), il talk show prende la piega di una macedonia storica. La faina va nei particolari: «Giscard era bravo». Ma non era uno di quelle scuole alte anche lui? «Sì, però… E de Gaulle era straordinario! Non andavano bene Pétain, Vichy, ed erano terribili Mussolini e Hitler. Lo sapevo, quando ero giovane. Ma il tempo passa e la storia si distanzia dai fatti: vedrete, anche in Mussolini e Hitler verranno viste cose positive. La storia l’ho studiata. E oggi voi avete Berlusconi, ottimo Berlusconi! E poi Benedetto XVI, come mi piace!» Incalza il polacco, sempre sul suo tema: «Gli italiani, ma in genere tutti i mediterranei, sono così super: una volta, a Palermo, ho perso un traghetto, per stare a godermi ancora un po’ la vista di tutti quei ragazzi bruni…». Poi cambia: «Lei sa, vero, che Mitterrand è stato politicamente tutto?». Lo so, dico. Anche per chiudere, con qualche idea sui confini d’Europa. La faina: «Un bel muro a est, lungo il Reno». E i tedeschi? «Lasciarli entrare, ogni tanto». Chiude il polacco: «Soprattutto c’e bisogno di un dittatore. Non feroce, ma rappresentativo dei nostri popoli. Solo la Terza guerra mondiale, potrà darcelo. Dopo.» Quando, alle sei e venti, ci salutiamo e Tommaso, a mezza voce, mi dice «forse cambio strada per tornare a casa», so di avere almeno due alternative – rue de Clichy o rue d’Amsterdam – per puntare il più veloce possibile alla riva sinistra della Senna.

(Il Fourier della statua era quel bravo utopista del primo Ottocento che auspicava, fra l’altro, la parità fra i sessi e la libera espressione del talento. Il monumento, in bronzo, eretto nel 1899, venne smantellato e fuso durante l’occupazione tedesca, rifatto in copia identica nel dopoguerra, e rimesso sul suo piedistallo il 10 marzo 1969 come omaggio dei «barricadiers de la rue Gay-Lussac»: così si firmavano, in una targa aggiunta, i primi ragazzi del Sessantotto. Due giorni dopo, veniva rapito su ordine della prefettura di polizia. Nonostante qualche successiva ricerca, non ufficiale, non si sa dove sia nascosto e se esista ancora.)


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