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L'uomo che non sudava mai

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 8 - Giugno 2009

diario coverIn un lungo racconto di mezzo secolo fa, la vita di un uomo di 48 anni – un socievole ungherese nato in Belgio e pronipote di un rabbino – era stata determinata da un’apparente malattia autoimmune che, nei mesi più caldi di ogni latitudine, lo rendeva unico e abbastanza solo in mezzo a tutti. I suoi ricchissimi genitori – originari di Pest, ma trasferiti a Bruxelles e diventati senza sforzi cittadini belgi – erano stati allegramente distratti di fronte alle sue attitudini di adolescente: le arti, o almeno un’occupazione artistica che lo lasciasse il più libero possibile di esprimersi sulla vita e sulla realtà per come, in genere, non sono. Il testo in francese (cito a memoria) parla semplicemente di un carattere sensibile «alla trasfigurazione di ogni cosa, e in primo luogo di se stesso». Privo di consigli familiari, anche solo accennati, da diciottenne quasi adulto imboccava una strada universitaria fra le più estranee a lui, perché tecnica e con le regole per terra: la giurisprudenza, scelta, in disperata autonomia, come prova d’entrata in un mondo di dati di fatto e di diritto. Ma quegli studi incerti nei loro esiti, e una coscienziosa fatica nel dare ogni esame nei tempi dovuti e con decenza nei voti («aurea mediocrità», sintetizzava la madre) riuscivano a fare di un sognatore non irresponsabile un laureato in diritto marittimo che il mondo avrebbe gradualmente stimato come un esperto di acque territoriali, di vie d’acqua internazionali, e di tutte le controversie relative a quelle trasparenti materie. Insomma, il giovane studioso diventava con successo «un frequentatore di congressi e di città costiere» e un viaggiatore invidiato per la quantità di articoli che riusciva a scrivere su Suez, Panama, sul problema delle miglia marittime e su quello dei noli d’attracco. Nel racconto si precisa come a lui – fuori dal ruolo specialistico – interessasse soprattutto il mare «vissuto come un territorio indivisibile e provvisto di una varietà di caratteri umani: la rabbia, la bellezza, la calma piatta, l’insistenza, la capacità di inghiottire, la profondità variabile, cioè i metri superficiali o abissali». Intorno ai trent’anni, aveva sommato qualche amore e poche amanti un po’ dappertutto – nessuna con passaporto belga, o ascendenze magiare – e una di loro, un’interprete spagnola conosciuta al terzo giorno di una settimana ad Atene, gli aveva lanciato una frase che lo ritraeva. «Quando ridi fai passare tutti e tutto, come se si riaprisse ogni volta il Mar Rosso, dopo quell’esordio di Mosè con i suoi fuggiaschi» (è, nel testo, la sua sola descrizione fisica).

Era stato sorpreso – un’unica volta per tutte – dalla malattia nel massimo caldo d’estate di Alessandria d’Egitto (agli sgoccioli del regno di Faruk): di mattina tardi, in albergo, in una stanza con l’ elica del ventilatore a soffitto ferma, e oltre 30 gradi stabilizzati, aveva molto freddo ma senza fastidio, senza tremare, senza febbre, e soprattutto senza angoscia. Scopriva, in meno di mezz’ora, quanto gli fosse necessario coprirsi presto come un uomo invernale, e quanto ormai l’afa e la canicola lo riguardassero con la distanza di due stati climatici mai conosciuti, né subiti. Senza dover riesplorare l’armadio e le valigie leggere, realizzava anche di non avere lì niente di utile al suo nuovo bisogno di riparo. Un negozio privo di ambizioni (stoffe, golf e confezioni fatte in serie) individuato poco lontano dall’albergo, e il portiere di quello stesso hotel, gli avrebbero ricordato, nel giro delle ventiquattr’ore successive, la bontà di una regola che aveva assorbito dall’infanzia, per la quale l’assenza di diplomazia – in senso lato, di frasi di circostanza – coincide spesso con la buona educazione. Infatti, sia il negoziante che, nella luce appiccicata di luglio, lo vedeva scegliere e ricoprirsi seduta stante di una giacca, un cappotto e una sciarpa da gennaio inoltrato, sia il portiere (sofferente per la temperatura anche sotto un vestito di poche once) che lo vedeva rientrare intabarrato, ma asciutto, per pagare il conto e fissare un taxi per l’aeroporto, non gli avevano chiesto niente. Solo un gruppo di clienti, nella hall, si era voltato con la stessa sorpresa e la stessa velocità di chi fotografa un oggetto insolito senza guardarlo troppo. E sull’aereo refrigerato che puntava senza scalo su Bruxelles, nella curiosità silenziosa che lo circondava, lui, rinchiuso fino al collo dentro la sua coltre fuori stagione, soppesava il piacere di essersi liberato almeno dell’aria condizionata.

Il medico generico belga – scelto formalmente come una persona di famiglia – avrebbe avuto l’intuizione esatta, cioè non specialistica, e la diagnosi, dopo una visita in tempi rapidi, escludeva qualsiasi cura. Anzi, «tracciava un futuro» (così dice il testo). «Lei non è stato colpito da una vera malattia, da un morbo, anche se, per semplicità, potremmo usare questi termini. Lei ha una sindrome naturale – l’ha sempre avuta – che si è manifestata, nei tempi giusti, in un corpo maturo. O, se preferisce, con un po’ d’esperienza. Oggi lei sa di dover vivere sotto copertura ma immediatamente riconoscibile. Almeno quando la temperatura si alza, o dove è sempre elevata, anche troppo. Alla fine, accetti l’idea di distinguersi quando tutti si scoprono. Ma credo che lei lo stia già facendo: da come mi ascolta e mi guarda – la vedo anche un po’ ridere – sono sicuro che lei si sia già svestito della leggerezza – mi scusi la sintesi – e sia soddisfatto di poterlo fare naturalmente. D’altronde non ha alternative: in determinati luoghi, stagioni e circostanze, la sua unica presenza farà la differenza. Che la notino o meno, che le facciano o no domande sul suo stato, si senta comunque libero e protetto da solo…».

Qualche anno dopo, sempre in luglio (alla fine del mese) e sempre ad Alessandria, era andato ad ascoltare, in mezzo alla folla, il colonnello Nasser – il capo del nuovo Egitto repubblicano, nazionale e socialista – che annunciava la nazionalizzazione della Compagnia anglo-francese proprietaria, da quasi un secolo, delle azioni del Canale di Suez: era coperto più del solito, inosservato come sempre, incuriosito da uno specifico carattere del colonnello – una risata vittoriosa a denti chiarissimi – e molto attento agli aspetti di quel contenzioso marittimo (in realtà geopolitico). Da quando aveva iniziato ad appassionarsi alla Convenzione di Costantinopoli del 1888 – che garantiva «per sempre a tutte le potenze il libero uso del Canale» – non perdeva un’idea né un aggiornamento sul quel tema, e, in generale, sui fatti d’Egitto (che era anche il paese dove la sua sindrome si era liberata). Dopo il discorso di Nasser, faceva previsioni esatte e pubbliche: il governo conservatore inglese e il governo radicalsocialista francese avrebbero reagito all’antica – mediazioni poco convinte per poter poi intervenire con le rispettive marine e i parà – ma, alla fine, sarebbero stati eliminati da quella loro tradizionale zona di potenza. Non aveva invece considerato l’aggiunta d’Israele, né la derivata guerra nel Sinai, né soprattutto la posizione americana contro Londra e Parigi – durissima, anche all’Onu – decisiva nel favorire la vittoria del colonnello. Ma il racconto precisa quanto lui fosse soprattutto concentrato, da responsabile sognatore, su una «questione di libertà marinara». Aveva perfezionato poche idee precise, e a Parigi, in settembre, nel pieno della «crisi di Suez», una riunione ristretta di esperti – giuristi di diritto internazionale e alti ufficiali di marina – lo invitava per ascoltarlo. Protetto da tre strati particolarmente voluminosi di un gilet, una giacca, e un paltò a mezza gamba, parlava, si esponeva, in tre riprese. Nella prima, definiva il colonnello Nasser un «rivoluzionario conseguente». Successivamente, le ragioni inglesi (più che francesi) venivano in qualche modo giustificate citando il paese che, da solo, nel 1940, «aveva resistito alle dittature». Alla terza ripresa, facendo scomparire la cravatta sotto i baveri del paltò ripiegati all’interno, domandava: «Ma le vie d’acqua internazionali non potrebbero diventare, di diritto, una proprietà internazionale? Una specie di Mar Rosso che non si richiude…». Il racconto termina con «i suoni educati di qualche complimento, e dell’acqua minerale che scendeva nei bicchieri»; e, mentre lui era già scomparso nell’uscita, si poteva ancora sentire, in sala, un’osservazione fuori contesto: «Quell’uomo non suda mai».


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