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L’ultima postazione di un Paese non per vecchi

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIII - numero 20 - 31 Ottobre/13 Novembre 2008


diario coverSugli Stati Uniti, fra pochi giorni: attenti ai cambi di postazione, di opinione. E a qualche zona della loro storia. Pensate, nella fase prenatale dello Stato, nel 1769, Benjamin Franklin, ancora vicedirettore delle Poste per le colonie, diceva di Giorgio III: «Stento a concepire un re d’indole migliore, desideroso di promuovere il benessere di tutti i suoi sudditi». Attenti ai cambi di strategia: quella di Washington, durante le battaglie per l’indipendenza, sembrava indefinita. E la postazione più probabile, fino alla vittoria decisiva di Yorktown (dovuta in parte a un ammiraglio del re di Francia), combaciava con l’incertezza del risultato. Attenti anche alla ginnastica del doppio registro: nel 1956, quando l’impero della collusione bipolare (Usa-Urss) non tollerava altri scocciatori, il generale-presidente Eisenhower fermava gli inglesi a Suez. Ma pochi anni dopo, il suo segretario di Stato John Foster Dulles chiedeva, molto in privato, all’ex ministro degli Esteri britannico: «Ma perché vi siete fermati a Port Said?». Attenti anche ai marchi elettorali e alla costante pubblicitaria della lotta primordiale americana: si combatte, dalla nascita, «contro la natura e gli indiani» (da leggere in senso lato) e si cerca, fra pochi giorni, un pretendente alla rigenerazione. Da tutte e due le parti: un altro George Washington, un secondo primo presidente.

Dopo queste attenzioni, una domanda che va da tutte le parti: quello è o non è «un Paese per vecchi»? Non pensate ai 72 anni del candidato repubblicano, ma a quel film sorprendente e sospeso dei Coen dove l’esubero di denaro e omicidi è solo il tema secondario. Quello vero rappresenta tutte le ansie e i giochi del caso, e dei destini, non necessariamente manifesti. Allora, attenti alle parti dei due candidati: la loro sorte, per ora, sta nel muoversi, nel recitare così come sono, e non è poco. Ma proviamo a non nominarli mai – sperando con tutte le forze che il democratico sbaragli l’altro – e a immaginare la loro rappresentazione, fino all’ultimo dubbio, fino all’ultimo voto, in milioni di teste pensanti e ansiose sul loro destino collettivo. Sylvie Laurent è una brava americanista francese, e nel suo libro Homérique Amérique (Seuil) cita anche Joséphine Baker, la magnifica ragazza nera del Missouri che cercava a Parigi «l’indifferenza razziale». Nel suo Paese, il candidato democratico che si muove come Gary Cooper, cerca la stessa cosa di Joséphine, ed è per questo acclamato e detestato. Ha la forza e lo svantaggio di farsi vedere, e forse di essere, l’ultima occasione. Da non perdere, se è l’ultima. Il repubblicano – in un Paese che cerca la sintesi in ogni età – ha sostanzialmente da vendere una giovinezza anni Sessanta dentro due sigle: un ex Pow (Prisoner of war) fuori dal Ptsd (Post traumatic stress disorder). Tutti e due, avranno, forse fino all’ultimo, il problema contrario del carattere attribuito a Winston Churchill: non cambiare la propria postura ma farlo un po’ con i propri territori.


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