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L’eretico Spinoza, un attuale toccasana

Andrea Jacchia
Diario: Anno XI - numero 30/31 - 28 Luglio 2006


diario coverGli immigrati si spostano, per scelta volontaria o per forza, quando sono molto giovani e hanno in genere un campo visivo più largo della media. I figli di immigrati, che ereditano più sicurezza, possono estendere ulteriormente quel campo fino al punto da farsi giudicare molto sospetti.

Trecentocinquanta anni fa. Il 27 luglio 1656, un ventiquattrenne di Amsterdam, figlio di una buona famiglia mercantile di immigrati ebrei portoghesi, orfano dei genitori, poco portato all’amministrazione di una media eredità materiale, ma molto dotato e già molto libero nella speculazione dell’intelletto, viene maledetto per iscritto e bandito in pubblico dai maggiorenti laici della sua comunità d’origine perché parla molto in avanti. (Uso il presente storico perché quel caso ci abbraccia anche così come siamo oggi: europei dell’Unione, variamente dotati nei faccia a faccia quotidiani e legislativi con i nostri nuovi concittadini immigrati, e con il peso di essere «giudaico-cristiani», o con la responsabilità illimitata di essere diventati liberi pensatori privi di un dio che legiferi per noi).

Quel giovane uomo viene maledetto invocando anche «la gelosia del Signore», e i molti membri dell’importante congregazione di Talmud Torah, che ascoltano la lettura in ebraico dell’anatema nella sinagoga sefardita dell’Houtgracht, vengono rassicurati con un «ciascuno di voi è invece vivo quest’oggi». Per lui quasi un certificato di morte, ma anche un caso di morte apparente, perché quel ventiquattrenne molto pallido (blanco, come si dice in quella comunità di portoghesi e spagnoli), molto magro, molto nero di occhi e di capelli, sembra li abbia salutati a distanza in questo modo: «Meglio così; non mi costringono a fare nulla che non avrei fatto di mia spontanea volontà se non avessi temuto lo scandalo. Dal momento che è questo che vogliono, imbocco volentieri la strada che mi si apre davanti, con la consolazione che la mia partenza è ancora più innocente dell’esodo dei primi ebrei dall’Egitto».

Innocente e migrante come un ebreo del Pentateuco: Baruch (in ebraioco) o Bento (in portoghese) d’Espinoza ha la prontezza di un’ introspezione istantanea. Oltre a essere un ex allievo d’eccezione nello studio della Torah e anche della quabbalah alla scuola rabbinica Etz Haim, è una persona chiara, gentile e spesso di buon umore. È devoto all’amicizia e alla conversazione alta con amici devotissimi, ma anche con interlocutori di passaggio: non necessariamente ebrei spagnoli o portoghesi. Insomma, è immerso da molto presto nell’evidenza della sua natura, e quindi della sua ragione, e di come la usa nello scandaglio della natura di tutto: Dio, il corpo, la mente, l’anima, le religioni rivelate, la vita più che la morte, la politica, il rapporto con lo Stato, l’essenza della libertà, la schiavitù della superstizione e la sua analisi. Come ragiona e quello che dice appena uscito dalla seconda adolescenza, e che poi stenderà in latino fino a 44 anni – precoce anche nella morte – configura, come un torrente rivoluzionario, una fila di reati d’opinione, di eresie, e di blasfemìe. Per questo ha il privilegio di diventare in vita «l’ateo Spinoza», poi Spinoza tout court, o ancora «il marrano della ragione», o un battistrada nell’ «avventura dell’immanenza». Leibniz, suo contemporaneo più giovane, lo conosce, scambia con lui lettere piene di cortesia seicentesca e di sostanza filosofica, e dirà che Spinoza «ha annunciato la grande rivoluzione che monta in Europa». Quasi trenta decenni dopo, un celebre cugino acquisito di Marcel Proust, e cioè Henri Bergson – il filosofo dell’«evoluzione creatrice» e dell’«energia spirituale» – avverte che «ogni filosofo ha due filosofie, la sua e quella di Spinoza».

Un amico a Tel Aviv. È anche lui postumo, ma fuori dalla materia dei filosofi. È David Ben Gurion, il molto secolarizzato padre fondatore d’Israele, nonché vincitore di due guerre esterne: la seconda cade proprio nel 1956, tre secoli dopo l’espulsione di Baruch dalla comunità della «Gerusalemme del Nord». È il primo premier dell’Israele risorto, alla lettera, dalle ceneri: cerca, senza nessun risultato, di convincere il rabbinato di Gerusalemme a revocare quell’anatema accalorato di fine luglio 1656 (che ancora oggi resta non ritirato tanto nei suoi termini quanto nelle sue motivazioni). Ben Gurion ha il polso della laicità della politica e dei suoi usi, ma in Spinoza legge con sincera ammirazione qualcosa che gli risuona definitivo. Perché Baruch, nel suo Trattato teologico-politico – l’unica sua opera pubblicata in vita, un capolavoro di esegesi delle Scritture e della loro decostruzione in chiave logica e politica – riesce anche a fare il profeta dentro la Storia. Osserva che il popolo ebraico esiste indipendentemente dalla sua tradizione religiosa, che il suo ruolo è storico e non si giustifica per «elezione divina», che «l’odio delle nazioni è il più adatto ad assicurare la conservazione degli ebrei, come mostra l’esperienza», e infine che «conoscendo la mutevolezza delle cose umane», si può credere «senza riserve che alla minima occasione gli ebrei ristabiliranno il loro impero e che saranno di nuovo eletti da Dio». Sbaglia solo sull’essenza dell’occasione, ma solo perché è un ragionatore e non un veggente: il sionismo nascerà minimo, ma poi crescerà, e la Shoah, massima per definizione, sarà una catastrofe non occasionale. Per il resto è talmudico: dopo aver negato l’elezione divina, la fa rientrare da una specie di serie C delle cause originarie a rinforzo della «mutevolezza delle cose umane», cioè la vera serie A della Storia. Ma non è per queste intuizioni, ancora non perfezionate, che Baruch si ritrova addosso un cherem, una maledizione, nella sua forma più violenta.

L’olandese pensante. Per inciso, Baruch, o Bento, corrispondono a Benedetto. Letterariamente parlando – cioè a colpi di capolavori, l’Ethica e il già nominato Trattato, o Tractatus – diventa Benedictus, perché li scrive in latino. È ovvio che parli senza incertezze il portoghese, lo spagnolo, l’ebraico; diventa presto padrone del latino, del greco e del francese. Diventa anche Benedikt perché assorbe l’olandese, pare con qualche sosta nella pronuncia, come lingua familiare acquisita, e nel suo caso non è un paradosso. Potreste dire che Spinoza oggi condivida con la povera Anna Frank il destino di essere la coppia di olandesi non olandesi più al loro posto nella storia d’Olanda: pensate alla soffitta nascosta della casa di Amsterdam dove lei scrive il Diario; oppure seguite lui nelle diverse città e cittadine e case dove è andato ad abitare – spesso ospite pagante – in mezzo a famiglie e ad amici che lo ascoltano più che ammirati, e che ogni tanto devono anche proteggerlo.

Come quella volta a casa del pittore Van Der Spyck, nell’agosto 1672: Baruch ha appena saputo che il suo amico Johan de Witt, cioè il gran leader della parte repubblicana e più democratica delle Province Unite (il nome ufficiale dei Paesi Bassi di allora), è stato linciato in carcere insieme al fratello da una plebe mista di seguaci del calvinismo più estremo e della fazione pseudomonarchica del luogotenente generale della Repubblica, o statolder, Guglielmo d’Orange. Proprio quell’Orange che poi diventa re d’Inghilterra, il Guglielmo III che apre la «glorious revolution» protoliberale, appoggiandosi e appoggiando il ricchissimo partito whig. Baruch vorrebbe precipitarsi davanti a quella prigione portando un cartello con scritto ultimi barbarorum, e se l’energico Van Der Spyck, molto a fatica, non fosse riuscito a barricarlo in casa, oggi non avremmo l’Ethica. E non potremmo, per esempio, leggere e tenere a mente considerazioni di questo tenore: «L’uomo guidato dalla ragione è più libero nella società, dove vive secondo un decreto comune, che nella solitudine dove obbedisce soltanto a se stesso». O ancora meglio: «Solo gli uomini liberi sono gratissimi gli uni agli altri».

Una bella coppia ideale quella della libertà che nutre la gratitudine. È un po’ la sostanza dei rapporti col mondo di Baruch Spinoza, un migrante molto particolare, cordiale, col culto naturale di amici selezionati (anche in questo Hannah Arendt è una sua specie di sorella postuma) ma tutto interno alla sua natura: in 44 anni non si muove mai da quelle province unite, passa da Amsterdam, dove ogni tanto ritorna, a Leida, e poi alla frazione vicina di Rijnsburg, e poi all’Aia, e infine, molto attaccato a lì, al villaggio di Voorburg (dove è conosciuto come un pezzo unico, «l’ebreo di Voorburg») a casa degli amici Tyndeman che gli preparano anche un laboratorio per la lavorazione delle lenti. Perché quello è il suo mestiere, che lo fa vivere decentemente, anche se il respiro delle polveri ottiche gli rovina i polmoni: Baruch morirà di tisi, in perfetta serenità, alle tre del pomeriggio, dopo aver bevuto un brodo di pollo. (Tenete presente che il Talmud prescrive, fra l’altro, che l’uomo d’intelletto affianchi sempre un’attività materiale al lavoro specultativo).

Se volete, il carattere di quel lavoro di perfezione e di nettezza sull’occhio, ha a che fare, come pura immagine, col campo visivo di cui avete letto all’inizio di questa storia. Sentite come Spinoza vi mette i suoi occhiali su un paesaggio di base: «Per sostanza intendo ciò che è in sé ed è concepito per sé; ossia ciò il cui concetto non ha bisogno del concetto di un’altra cosa dal quale debba essere formato». Oppure leggete come procede su un certo tipo di miopia: «La Scrittura (sacra, ndr) non offre ammaestramenti intorno alle cose in base alle loro cause prossime, bensì si limita a narrare episodi in quell’ordine e con quelle espressioni che hanno più di ogni altro il potere di indurre gli uomini, e la folla in particolare, alla devozione. Perciò in essa si parla in modo affatto improprio di Dio e delle cose in genere, mirando appunto la Scrittura non già a convincere razionalmente, ma a impressionare e a dominare la fantasia e l’immaginazione degli uomini». Se poi avete sufficienti informazioni, e molta preoccupazione, sulle guerre del Medio Oriente (esterne e intestine), su quello che succede lì in questi giorni, sui suoi precedenti storici o mitologici, e, in particolare sul «posto» di Israele nella Storia, guardate come Spinoza se n’è occupato prima del tempo e con tutte le paratìe della sua epoca, e come ha probabilmente aguzzato l’attenzione del suo postumo ammiratore, il laico Ben Gurion: «Spossati da queste e dalle altre battaglie che troviamo spesso descritte nelle storie sacre, alla fine gli ebrei divennero preda dello straniero. Se volessimo considerare i periodi in cui gli ebrei ebbero la possibilità di godere di una pace completa, troveremo questa grandissima differenza: prima del periodo monarchico essi trascorsero in concordia, senza guerre esterne o interne, spesso 40 anni, e una volta persino 80 anni (cosa quasi incredibile); dopo l’avvento del regime monarchico, invece, poiché non si trattava più, come prima, di lottare per la libertà e per la pace, ma per la gloria, leggiamo che tutti i re fecero guerre a eccezione del solo Salomone, la cui virtù, cioè la saggezza, poteva meglio affermarsi in pace che in guerra. S’aggiunga poi la funesta brama del regno, che, nella maggior parte dei casi, insanguinò la strada al trono. E infine si consideri che, fin tanto che il popolo fu sovrano, le leggi restarono incorrotte e furono oggetto di costante osservanza».

Comunque la pensiate, riconoscete a Spinoza la costanza di uno spirito positivo: abituato al lavoro sugli occhi, non perde mai di vista la struttura delle cose, e il pericolo della loro fragilità interna. Incrocia le paci e le guerre, la gloria militare, la tentazione monarchica, e alla fine, l’unica salvezza razionale sta nella concordia fra il popolo sovrano e le sue leggi «incorrotte e osservate». Se guarda agli antichi Stati ebraici, è perché conosce benissimo quelle storie; ne è anche andato molto oltre, da cittadino olandese più che realizzato. Ma non è neanche per questo che lo maledicono.

Sia benedetto il maledetto. Per la precisione, cherem, ovvero il castigo della maledizione e dell’espulsione, coincide in ebraico con l’idea di distruzione o di separazione da qualcosa che è immondo di fronte a Dio. È un gravissimo provvedimento normativo, a diverse gradazioni di intensità, e di cui il gran Maimonide, secoli prima, nel pieno della tolleranza andalusa, ha consigliato di fare un uso controllato. Ma il cherem anti Spinoza è stato applicato ad personam, e quella massima formula sembra sia stata, oltre a tutto, un prodotto d’importazione. Quasi 40 anni prima, nel 1618, il giovane rabbino Saul Levi Mortera va a Venezia: è lui stesso un veneziano di nascita, è emigrato ad Amsterdam nel 1616, ed è ashkenazita, anzi uno dei rari askhenaziti istruiti a fare molta carriera nelle congregazioni ebraiche olandesi, tutte compattamente sephardim ispano-portoghesi, abbastanza ricche e organizzate, e piuttosto altezzose nei confronti dei tudescos (così vengono chiamati gli ashkenaziti, anche se non vengono necessariamente dagli Stati tedeschi). Mortera è tornato in laguna – dove la dottrina rabbinica fa testo – per farsi dare testi di vario genere; fra questi, riceve dalle mani del suo ex maestro, il grande Léon Modena, anche un estremo modello di maledizione dottrinaria. Utile strumento perché le comunità ebraico-olandesi, più esattamente le varie congregazioni, sono recenti, e si stanno costruendo con juicio: sono composte da spagnoli e da portoghesi sfuggiti da tutti i lati dell’Europa occidentale alla tenaglia dell’Inquisizione, e sono prevalentemente fatte di marrani: cioè di quella categoria celebre – e oggi anche un po’ banalizzata – di ebrei fuggiaschi dalla penisola iberica (già resa «pura» dal bando d’espulsione dei «re cattolici» nel 1492) che per proteggersi, lungo tutto il XVI secolo e oltre, si battezzano e mostrano pubblicamente la loro devozione cristiana, restando ebrei nascosti e praticanti a casa loro. Sono in genere intelligenti e intraprendenti: solo che l’abitudine alla doppiezza forzata li rende, in materia religiosa, dei migranti in pena e incerti dal Vangelo alla Legge, e viceversa. Un obbligato strabismo quotidiano. Correggibile però, quando si approda, finalmente, in un Paese relativamente libero: è il caso dei Paesi Bassi settentrionali, cioè delle province unite di Gheldria, Olanda, Zelanda, Utrecht, Frisia, Overijssel, Groniga, già spagnole e già massacrate in grande dalle truppe del duca d’Alba. È uno Stato nuovo, e già completo di tutte le contraddizioni della libertà: è calvinista in maggioranza, ma pullula di un pluralismo (così si dice oggi) di sette non conformiste, è federale, repubblicano, con degli Stati generali e un Consiglio di Stato, un Gran pensionario in genere ultrafederalista, e uno statolder che vorrebbe farsi re. E poi una Chiesa di Stato, «riformata e olandese», durissima nel reprimere ogni dissenso dottrinario. Lo Stato accoglie volentieri quei marrani iberici, con tanto di editto «di libertà religiosa» all’aperto: siamo nel 1613. Il patto politico fra la Chiesa riformata e le congregazioni sefardite sta nel comune programma di contenimento – di repressione, se nessario – di ogni eterodosso particolarmente fastidioso. Singolo o in gruppo. Il problema marrano poi, lì in quei Paesi Bassi, è anche interno, molto dentro alla psicologia del profondo: una comunità nuova, che può finalmente tornare alla propria Legge senza ansie, ma abituata – con grandi risultati di intelligenza – alla commistione e alla scissione (e in questo caso non c’è contraddizione), una volta arrivata alla terza emigrazione, alla riconversione, pretende dai suoi purezza dogmatica. Nel pieno del programma, arriva un ventiquatrenne, già preparatissimo nella Legge, che come risultato dice: 1) che Dio è semplicemente «sostanza infinita», assolutamente identico alla Natura. Nei fatti, non ha personalità né creatrice, né paterna, né giuridica; 2) che l’anima individuale muore col corpo; 3) che Mosè non è l’autore dei primi cinque libri della Bibbia, il Pentateuco, e che quindi nessuno dei suoi precetti è di origine divina. Basta, e forse avanza, questo perché scatti il cherem. Ma siccome lui è anche un ironico buon cittadino, poco più di dieci anni dopo sente di dover precisare, cioè di scrivere, questo: «Sono cosciente di essere uomo e di aver potuto sbagliare: mi sono peraltro assiduamente preoccupato di non cadere in errore e soprattutto di fare in modo che tutto ciò che scrivessi fosse in piena armonia con le leggi del Paese, con il sentimento religioso, e con i buoni costumi».

Meglio di così. Un «maledetto» cittadino d’Europa, poliglotta, democratico, che sperimenta con soddisfazione il più riuscito modello olandese di integrazione, che crede in un mondo così permeato da Dio – un Dio razionale – da poterne fare a meno, che coglie la infinita e immanente sostanza del mondo spostandosi fra cinque città dei Paesi Bassi, che vede il vecchio Medio Oriente in guerra e suggerisce come fare la pace affidandosi alla ragione e non alla religione, anche ora. Un ebreo, ex ebreo, espulso dai suoi, perché lo avevano capito alla perfezione. Molto al limite, un israeliano sefardita molto critico, e temporaneamente emigrato in Olanda: che cosa direbbe di quello che sta succedendo? Avete capito perché Baruch Spinoza è stato qui ricordato con gratitudine e in libertà.


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