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L'eredità Wagner

Andrea Jacchia
Diario: numero 29 - 23 luglio 1997

Parla italiano e vive a Cerro Maggiore, nella Brianza che ha rifiutato la discarica. Gottfried Wagner, pronipote di Richard, musicologo, pioniere del dialogo fra tedeschi ed ebrei, racconta e denuncia la storia della sua famiglia: “Un clan-Dallas mediocre e opportunista, che ha aderito al nazismo, amato Hitler e imbalsamato il festival di Bayreuth”.

LE ORIGINI DELLA STORIA, IN BREVE. Vanno cercate in un uomo dell'Ottocento, alto un metro e 57 centimetri, energico fuori misura, totalmente vegetariano, a cui piaceva, ogni tanto, rotolarsi per terra con i suoi due cani, un barboncino chiamato Pepi e un Terranova di nome Russ. Una “grande, grandissima natura, qualcosa come un Vesuvio” (secondo la definizione di suo suocero Franz Liszt), che diventava pallido se vedeva un fiore reciso, che non sopportava la vista di un uccello in gabbia, e che affermò, fra l'altro, come bisognasse “far paura agli ebrei e ai vivisezionisti”, affinchè “temessero per la loro vita, e credessero di vedersi davanti il popolo armato di bastoni e di scudisci”. Un tedesco di Lipsia, nato nel 1813: nello stesso luogo, cioè, e nello stesso anno di una delle più sanguinose sconfitte di Napoleone primo. E che morì in un'ala del Palazzo Vendramin di Venezia, nel 1883. Un figlio di un funzionario sassone di nome Cari Friedrich Wilhelm Wagner, ma che portò, fino ai 14 anni, il cognome Geyer (in tedesco, avvoltoio) che era quello del secondo marito di sua madre (un attore, già amico di famiglia). Un uomo, quindi, assillato da un problema di origini certe, che, in una lettera d'amore, scritta a 39 anni, si presentava in questi termini: “Io mi sento puro: so, nel più profondo del mio essere, di avere sempre agito per gli altri e mai per rne stesso; lo testimoniano le mie perpetue sofferenze”.
Questo tedesco, “puro”, orripilato dalla carne, dal sangue, e da ciò che chiamava “giudaismo”, posò, un anno prima di morire, per Pierre-Auguste Renoir. Un'”impressione” durata 35 minuti di studio, che produsse un ritratto datato 15 gennaio 1882, e così commentato dal soggetto: “Sembro un pastore protestante”. Il suo nome è, da solo, un ritratto, pesante da un secolo e mezzo circa, e giocato in più punti: palcoscenici politici e musicali, università, case editrici, associazioni culturali. E anche sfilate di partito anni Trenta, feste di regime, e campi di annientamento conseguenti. Il nome e cognome di Richard Wagner, grandissimo musicista-teorico-autore di Tannhäuser, Lohengrin, Tristano, del Ring, dei Maestri Cantori, di Parsifal, artista totale (studiatelo, amatelo o fatevene disturbare, ma, quando vi capita, ascoltatelo) resta, tuttora, quello di un totem tedesco con tabù germanici. O, se volete, una denominazione d'origine. Perché quel cognome che, in tedesco, vuoi dire “fabbro”, portato da Richard in 70 anni di vita, opere (dodici) e scritti filosofici (80, fra libri, saggi e articoli), ha prodotto, nella Germania successiva alla sua morte, un caso unico di definizione interscambiata. In breve, se è vero che i tedeschi del Secondo Reich (Guglielmo II), e soprattutto del Terzo (12 anni di nazismo) hanno pensato di essere complessivamente wagneriani, è certo che Wagner ha particolarmente contribuito a convincerli di questo. Tanto per citare: a lui che commentava, poco mesi prima di morire, un incendio al Ringtheater di Vienna (800 morti), in questo modo: “Gli uomini sono troppo cattivi per compiangerli quando muoiono in massa”; o che teorizzava così: “Considero la razza ebraica il nemico giurato dell'umanità e di tutto ciò che è nobile; è certo che soprattutto i Tedeschi periranno per sua mano, ed io sono forse l'ultimo Tedesco che abbia saputo ancora affermarsi contro l'ebraismo che tiene già tutto in sua balìa”. O che confessava: “La mia sensibilità, che è eccitabile, delicata, eccezionalmente dolce e tenera, deve essere in qualche modo lusingata perché il mio spirito possa assolvere l'impegno orribilmente diffìcile di creare un mondo non esistente”. A lui che così pensò e scrisse, rispondeva, idealmente, nel 1933, Alfred Rosenberg, teorico della razza e nazista degli esordi, in questo modo: “In Wagner si rivela l'essenza dell'arte occidentale: e cioè che l'anima nordica non è contemplativa, non si perde nella psicologia individuale, aspira a vivere secondo le leggi cosmiche dell'anima e a costruirle spiritualmente e architettonicamente”. Per cui, il “fabbro” aveva intuito il fatto suo, anche se qualche anima isolata aveva dettagliato gli avvertimenti. Nietzsche, pezzo unico, come sempre, aveva adorato e poi detestato Richard: scrisse di lui come di un “caso”, di una “nevrosi”, di un reichdeutsch (imperialtedesco), ma anche di “qualcosa di completo”. Wagner era, precisamente, “il coraggio, la volontà, la convinzione nella corruzione”. Quanto a Thomas Mann, decodificò la nevrosi, dopo averla sottoscritta, quando era già tardi: nel 1933, debutto del primo anno zero tedesco, precisava come la musica wagneriana fosse stata creata “per servire il mito”; e nel 1944, in pieno Sterminio generalizzato, aggiungeva come quella stessa musica “si risolveva nell'annuncio spirituale di quel movimento metapolitico che sta terrorizzando l'universo”.
L'universo di Richard era fatto di temi e stati d'animo mitici e mistici (la redenzione, la morte per trasfigurazione amorosa, la patologia eroica), e di relazioni esterne organizzate per alimentarli: il più celebre “incantato”, e usato e abusato dal Maestro, fu Ludwig II di Wittelsbach, re di Baviera, ma wagneriani coscienti sono stati anche Charles Baudelaire, Marcel Proust e George Bernard Shaw. Fra gli amici, Arthur de Gobineau, piccolo-nobile francese e teorico dell’ ineguaglianza fra le “razze umane”. Fra i soggiogati, un gruppo tedesco-ebraico utilizzato per la causa: Hermann Levi, il direttore d'orchestra più sofìsticato dell'Impero tedesco, che diresse la prima assoluta di Parsifal, il 26 luglio 1882, scriveva al padre, rabbino a Karlsruhe, come “la lotta di Wagner contro quello che egli chiama ‘ebraismo’ nella musica e nella letteratura, si spieghi con motivi nobilissimi”; Joseph Rubinstein, pianista-virtuoso delle arie del Ring, confessava, una volta, a Richard come a lui, Joseph, “non restasse altro che la scelta fra il suicidio e una redenzione all'ombra del Maestro” (si suicidò, nei fatti, sulla tomba di Wagner); Alfred Pringsheim, più prosaico, mecenate e uomo di finanza, faceva arrivare, regolarmente, parte delle sue sostanze nelle casse del festival di Bayreuth (inaugurato, ufficialmente, nel luglio del 1876). Il tutto ruotava intorno a un clan funzionale al mito, alle relazioni, e all'afflusso di marchi: Richard amò, sposò, e fu adorato da Cosima, alta 30 centimetri più di lui (e figlia di Liszt), e da questo misto di devozione spirituale e fìsica, nacquero Eva, Isolde detta Loldi, e Siegfried Helferich, amato come Fidi. Ebbene, a partire da questa prima tornata di discendenti, si contano, fino ai giorni nostri, tre generazioni wagneriane pure (loro sì, in senso letterale) vissute ai tempi del Kaiser e del Kronprinz, di Weimar, di Hitler, e della Heimat postbellica, sbriciolata e da rifondare. Una tribù nazionale di depositari del nome e di affini debitamente annessi: il genero più ortodosso e più congeniale a Cosima, era quell'Houston Stewart Chamberlain, marito inglese di Eva, che teorizzò una sorta di “razzismo scientifico” in un celebre testo titolato Le fondamenta del XIX secolo. Un clan solidale in un problema di straordinaria amministrazione: come gestire rendite e debiti psicologici (reali, irreali, travestiti) derivanti da quel patronimico? Come mantenersi “Wagner” di fronte a se stessi, e alla nazione tedesca che da loro si aspettava una coerente fedeltà al marchio? Il problema investì, senza traumi ufficiali, il primo erede maschio, il già nominato Fidi, cioè Siegfried, a cui fecero sposare Winifred Klindworth, un temperamento da capo-clan, che perfezionò il culto di Wagner in versione nazionalsocialista: misero al mondo quattro figli e li chiamarono Wieland, Friedlind, Wolfgang, e Verena. Tutti nati fra il 1917 e il 1920: una tranche sfortunata, quattro Wagner votati a ricevere, nel pieno dei cosiddetti anni più belli, degli amici di famiglia che si chiamavano Adolf Hitler e Joseph Goebbels. E destinati, una volta caduti gli “dei”, a organizzare il silenzio sul passato che ritornava. I due maschi, Wieland e Wolfgang (che immediato suono da coppia wagneriana in questi due nomi, pensate ai doppi Faffner-Fasholt, Siegmund-Sieglinde, Kundry-Klingsor...) sono stati due celebri fratelli in competizione negli allestimenti delle opere di Richard, nella Bayreuth “neutrale” dell'ultimo mezzo secolo. Due registi-manager che hanno giocato a casa loro, con la musica consacrata del capostipite, e con una tradizione (musicale, concettuale) percorsa da Wieland con passo più moderno (la psicoanalisi in scena, Pierre Boulez sul podio) e da Wolfgang più dentro binari ortodossi (il mito certificato da immagini mitiche, cioè, il Medioevo tedesco e la saga germanica evidenti, vestiti da se stessi). Due Wagner dell'era federale-tedesca, in balìa, loro come tutti, del senso di colpa post-Sterminio, dei trionfi della Bundesbank, e di un problema di imprevedibile amministrazione: come gestire, insieme, lutto e forza del marco, in parole povere una certa idea della Germania dopo il 1945? Prima di tutto, andando avanti con il nome, con le generazioni, con la quarta, per l'esattezza. Da Wieland (morto nel 1966) e Gertrud Reissinger sono nati Iris, Wolf Siegfried, Nike e Daphne, mentre Wolfgang (in piena forma, ha oggi 78 anni) e Ellen Drexell hanno messo al mondo Eva e Gottfried Helferich. Sei Wagner anni Quaranta (nati fra il 1942 e il 1947), di cui l'ultimo, Gottfried, che oggi ha 50 anni esatti, veniva chiamato, “piccolo Richard”: perché i lineamenti (ma non l'espressione) erano e sono quelli di un inconfondibile, di un Wagner decisamente più alto, un metro e 81 centimetri, ma segnato, come tutti loro, dal marchio fisiognomico del capostipite. Che, peraltro, Renoir aveva centrato: guardate il ritratto, e poi, foto di famiglia alla mano, notate come gli uomini delle tre generazioni successive a Richard abbiano ereditato, in forme diverse, quell'omogeneità de visu.

L'AMICO RITROVATO. Ve lo presento così, Gottfried, perché l'avevo conosciuto quattro anni fa, e perché sono andato a ritrovarlo, a parlare con lui, per poco più di due ore, sulla sua “incapacità di venire a patri con lo statu quo”, sul suo “rifiuto a mantenere il silenzio sull'oscuro legame del clan Wagner con il primo perpetratore dell'Olocausto, l'amato "zio Wolf di mia nonna Winifred” (cioè Adolf Hitler, chiamato in famiglia zio “Lupo”, così, senza altri giri di sentimenti).
Di Gottfried, di questo “Wagner dopo Auschwitz”, musicologo, saggista, regista multimediale, è uscita, da pochi mesi, in Germania, l'autobiografìa: si chiama Wer nicht mit dem Wolf heult, ossia Chi non ulula col lupo. Ristampata in terza edizione, 25 mila copie vendute, l'ha pubblicata Kiepenheuer & Witsch, l'editore tedesco di Garcia Marquez, e di Daniel Pennac. La copertina è occupata da tre protagonisti: a sinistra Richard Wagner, e sotto di lui, come una moquette, poche righe di Das Judentum in der Musik (Giudaismo in musica), il suo più circostanziato saggio antiebraico; a destra, in basso, il “lupo”, cioè Hitler in una canonica foto; sopra di lui, Gottfried bambino, biondo, col suo cane, che esce da Villa Vahnfried, la casa della sua infanzia. Che, prende, da molto presto, le distanze. Oggi dice: “II mio libro è la controcronaca della Bayreuth ufficiale e dei suoi rappresentanti di un tempo e di oggi, così come della storia convenzionale della famiglia Wagner e del suo festival”. Poi precisa: “Non sarò mai disposto a tacere per motivi di carriera ed in nome di una fedeltà nibelungica a una discutibile tradizione familiare”. E informa: “Fin dalla mia infanzia so che, per questo motivo, mi trovo al di fuori delle norme della ‘morale e della tolleranza’ di un determinato establishment tedesco che reprime, in autoalienazione, il proprio passato”. A questo punto, l'amico rirrovato potrebbe essere visto anche in questi modi: un traditore per un tedesco nostalgico, un radicale per un tedesco conservatore, un “giusto fra le nazioni” agli occhi di un israeliano, un documentatissimo collega per tutti gli studiosi di Wagner e del wagnerismo. Dei quali cita alcuni fra i titoli più recenti (ed eloquenti): Es ist vid Hitler in Wagner (C'è molto Hitler in Wagner) della tedesca Annette Hein, Der Prophet und sein Vollstrecker (II profeta e il suo esecutore) del tedesco Joachim Kohler, Race and Revolution dell'inglese Paul Lawrence Rose, The Antisemitic Imagination of Richard Wagner, del nordamericano Marc Weiner. Per chi gli fa domande, in italiano, è anche una controparte diretta: perché Gottfried lo parla benissimo (l'accento resta, ovviamente, oltre-Brennero), perché sua moglie è italiana, Teresina Rossetti, dirigente d'azienda, di Cerro Maggiore (si sono conosciuti, in Germania, 13 anni fa, lei era lì per perfezionare il tedesco), perché vivono a Cerro, insieme al loro figlio, Eugenio, un ragazzo dodicenne, rumeno di Bucarest, da loro adottato quando aveva cinque anni. Considerate il percorso, anche simbolico, di questo Wagner di quarta generazione. Si è contrapposto a una genealogia tedesca, la sua, più consacrata dì quanto non siano stati gli Hoenzollern, i Wittelsbach, o i Krupp; ha incrociato lingua e passaporti (sono un “uomo globale”); è passato dall'aria bavarese di Bayreuth, luogo storico dove, per oltre un secolo, una certa idea del mito è servita anche per distinguere la “razza” umana fra eroi e scorie, a quella, brianzola, di Cerro Maggiore, 30 chilometri a nord di Milano, dove, per sei anni (maggio 1990/marzo 1996) i comuni circostanti e un comitato ambientalista hanno lottato per far murare 2 milioni e 800 mila metri cubi di pattume. Vale a dire una discarica abusiva, all'inizio di proprietà Berlusconi, sulla quale si sono ammonticchiati, in successione, 9 miliardi di tangenti, un'indagine della magistratura, una condanna per finanziamento illecito ai partiti, e due recentissimi suicidi (dell'ultimo proprietario della pattumiera, e del leader del comitato ambientalista). Un caso di “rifiuto dei rifiuti” fra i più noti del profondo Nord italiano di oggi: inutile dire che Gottfried e Teresina sono stati fra i primi a battagliare, anche loro, contro la montagna di scorie. Considerate, ora, la prima definizione che Gottfried mi ha dato di se stesso, nel lontano 1993: “ottimista militante”. Applicatela ai diversi fronti che da trent'anni tiene aperti, e che oggi mi ripresenta come in un ripasso approfondito.

SUL FRONTE DI RICHARD WAGNER. “Aggiorno continuamente i miei studi su Richard, e la ricerca è spesso, per me, molto dolorosa. Ancora pochi anni fa, sostenevo che lui avesse contribuito, in modo determinante allo sviluppo dell'antisemitismo in Germania, ma che la sua musica non potesse essere considerata una colonna sonora della Shoah. Pensavo a una contraffazione da parte nazista: perché a Hitler e ai suoi mancavano tutti i presupposti spirituali, culturali ed etici per interpretare l'opéra di Wagner. Oggi ho cambiato prospettiva. Richard, in realtà, ha dato la direzione all'antisemitismo e allo sviluppo storico del nazionalsocialismo. Basta leggere, senza paura della verità, le “carte di Bayreuth”, gli scritti sulla “rigenerazione”, Giudaismo m musica, per capire quali fossero i suoi punti forti: un violento sciovinismo culturale, per cui la cultura tedesca era “superiore”, una polemica musicale contro gli stilemi dell'Opera di Parigi, che lui identificava con lo “stile” ebraico di musicisti come Jacob Meyerbeer, una trasposizione di prototipi ebraici “negativi” in alcuni caratteri delle sue opere. I nani dell’Oro del Reno Alberich e Mime, il “giudice” dei Maestri Cantori Beckmesser, il “traditore” Hagen che uccide Sigfrido per impadronirsi dell'anello del Nibelungo. In sintesi, Richard si è visto, prima di tutto, come un filosofo che aveva bisogno della musica, di inventare, come ha fatto, un'opera “totale”, per trasmettere la sua ideologia, il suo messaggio. I suoi scritti si aprono col l'articolo Die Deutsche Oper (L'opera tedesca, del 1834) e terminano con Uber das Weibliche im Menschen (Riflessione sul femminile nella natura umana) scritto nel 1883, 21 giorni prima di morire. Richard ha formalizzato, per primo, l'espressione judenfreies Deutschland, (‘Germania libera da ebrei’), che troviamo, alla lettera, in Mein Kampf”.

SUL FRONTE DI FAMIGLIA. “Considerami un esterno al clan, un hausverbot, che lo conosce alla perfezione, perché ci è nato e lo ha respirato, e che, oggi, riesce a smascherarne l'atmosfera, come se ci vivesse ancora dentro. II clan si comporta come Richard: cancella le tracce. Richard lo faceva negando i debiti di paternità, le influenze musicali che doveva a compositori ebrei come Meyerbeer, o di origine ebraica come Mendelssohn: in Parsifal utilizza, immette, senza mai riconoscerlo, il tema del primo movimento della Sinfonia della Riforma di Mendelssohn, il Dresdner Amen. Il clan, mio padre Wolfgang in testa, presidente e padrone del Festival di Bayreuth cancella, o stinge al massimo livello, le tracce della Hitler-Wagner connection, nasconde le carte, tace. Non ha mai risposto a una lettera in cui gli domandavo che cosa pensasse degli scritti antisemiti di Richard, come considerasse gli influssi decisivi del pensiero di Wagner su Hitler, come fosse cresciuto a Bayreuth, al tempo in cui “zio Wolf” era di casa, ricevuto con ogni onore. Non solo, il clan tradisce anche lo spirito originario di Bayreuth, che Richard vedeva come un grande happening di musica e cultura a lui contemporanee. A Bayreuth non hanno mai avuto il coraggio di eseguire Un sopravvissuto di Varsavia, di Schönberg, non hanno mai osato presentare l'intera opera di Wagner in chiave critica e storica: pensa solo a quanto il Crepuscolo degli dei deve alla tragedia greca, o ai debiti di Lebesverbot nei confronti di Shakespeare (Misura per misura...). Mendelssohn, e Meyerbeer, e Offenbach sono banditi, non esistono... Non mi importa più di tanto che sia un ‘clan-Dallas’ ricco, opportunista e mediocre: quello che non perdono è l'omissione di testimonianza”.

SUL FRONTE TEDESCO. “La Germania di oggi è fatta di due società che si odiano. Una brutta realtà. È un paese, giuridicamente unito, dove il problema delle relazioni fra maggioranza e minoranze (culturali, religiose, economiche) è così bruciante da venire, per ora, rimosso. Resta un paese che fa ancora fatica a portare il lutto del suo passato, e che cerca la stima di sé attraverso l'affermazione economica e finanziaria. Se i tedeschi non lavoreranno a fondo sulla propria storia, almeno dai 1870 in avanti, saranno sempre tentati di cambiare i loro ruoli: farsi vittime della storia ‘globale’, dopo aver teorizzato e, in parte, attuato, la distruzione degli altri. O, semplicemente, dopo essersi mantenuti neutri, ‘impolitici’. Mio padre, e i tedeschi come lui, rappresentano, in questo senso, un prototipo”.
Dopo queste sintesi, penso possiate considerare, se volete, il nostro amico Gottfried come un “secondo caso Wagner”. Nella direzione contraria a quanto scriveva Nietzsche: non un Wagner completamente convincente «nella corruzione», bensì un uomo convinto nel trasformare rendite e debiti dì famiglia, in crediti morali, ed esigibili, nei confronti del clan e dei suoi valori.

L'AMICO CREDITORE. Chiese il suo primo rendiconto nel 1956, quando aveva nove anni (era nato, naturalmente a Bayreuth, il 13 aprile 1947): nella sua scuola il ministero della Cultura bavarese aveva fatto diffondere uno dei primi documentari girati sui campi di annientamento nazisti, lo “spettacolo” di Buchenwald, appena liberato dagli americani. Alla domanda sul perché di quelle “montagne di cadaveri” (che gli tormentavano le notti, senza dileguarsi, una volta sveglio) si sentì rispondere da Winifred, la nonna, in questo modo: “Filmati della propaganda ebraica di New York”. New York, e gli americani in generale, erano i bersagli postbellici dei Wagner umiliati dalla vittoria alleata (Villa Vahnfried bombardata, Bayreuth sospeso, Winifred messa definitivamente a riposo, come condizione per riprendere il festival e il suo rito stagionale): dire “Usa”, in famiglia, ma anche con gli amici e i finanziatori del festival, significava ricordare, in codice, “Unser Seliger Adolf”, cioè “il nostro defunto Adolf”. Così come citare, altrettanto in codice, ìl numero 88 voleva dire raddoppiare l'ottava lettera dell'alfabeto (HH), e far risuscitare, in privato, una defunta sottoscrizione ideologica, cioè “Heil Hitler”. Di queste tracce, la custode era sempre Winifred: una Wagner d'acquisto, con un problema, anche lei, di origini, perché orfana adottata da Karl Klindworth, allievo di Liszt e pianista di origine danese cui si deve la prima trascrizione per pianoforte del Ring. Le combinarono il matrimonio con un Wagner vero, ma, come precisa Gottfried, “autenticamente disinteressato alle donne”. Winifred amò, sempre, Hitler e tutte le sue versioni: gli fece avere, in prigione, a Monaco, nel 1923, i fogli sui quali lui avrebbe scritto Mein Kampf, scrisse, nello stesso anno, una celebre lettera aperta in cui dichiarava il proprio entusiasmo verso la sua “divinità”, lo considerò, dopo la caduta, «una vittima della Storia». E ogni 20 aprile, data di nascita dello zio Wolf, veniva organizzato un party per non farne appassire la memoria. Gottfried, vittima potenziale di quell'atmosfera, dice oggi: “Sono cresciuto permanentemente martellato ma mi sono accorto presto della manipolazione”. Poco più che adolescente abbandonava il protestantesimo, dopo aver scoperto l'antisemitismo di Lutero (“II mio pastore mi ha dato una buona istruzione storica”); nello stesso periodo il suo insegnante di letteratura, il professor Kroll (“Un socialdemocrarico moderato, considerato dai miei un comunista, che aveva una figlia, Maria, di cui ero innamorato”), gli faceva leggere gli autori di Weimar e le punte della creatività tedesco-ebraica: Heine, Ludwig Börne, Arnold Zweig, Kafka, Walter Benjamin, eccetera. A 18 anni “rompeva” con Bayreuth, abbandonava il campo wagneriano, per passare, successivamente, nei campus dell'università di Vienna: militò anche lui, in quegli anni buoni, fu “trotskista”, ma, alla fine, anche un plurilaureato. In letteratura tedesca, filosofia, e musicologia. Una delle tesi la dedicò a Bertolt Brecht e Kurt Weil: che sono diventati il titolo di uno dei suoi libri più importanti di analisi musicale (Weil e Brecht, pubblicato in Italia da Studio Tesi). “Brecht e Weil”, spiega Gottfried, “erano due ragazzi con molto talento, più anarchici che marxisti, che reagirono al wagnerismo che imperava anche nei liberi anni di Weimar: hanno stravolto il modello del Musikdrama, preso per il collo il mostro dell'opera, lo hanno disfatto con i mezzi della lirica stessa, gli hanno iniettato la coscienza sociale, attraverso il sapore della canzone e della musica popolare. Personalmente erano molto diversi: Bertolt, con le sue bellissime giacche abbondanti, era un radical-chic dei suoi tempi, un giovanotto di Augsburg ricco e protestante; Kurt veniva da una vecchia famiglia ebraica di Dessau, rabbini e cantori del tempio, non ricchi, e di una cultura raffinatissirna. Due spiriti liberi, fondamentali nella storia della cultura tedesca: se vuoi, due tedeschi di cui ci si può fidare. Io, a casa mia, non potevo fidarmi di nessuno”. Così ribadisce Gottfried, spiegando come la frattura primordiale sia diventata tensione, ansia di saperne sempre di più, di spostarsi, di viaggiare. A Parigi, Londra, New York, le capitali della sua giovinezza emancipata da Richard, dalle citazioni dello zio Wolf, da una Bayreuth normalizzata nei programmi, e più che educata negli inviti. “Negli anni Sessanta e Settanta”, sottolinea l'implacabile amico, “si sono ricevuti a Bayreuth uomini di cultura, psicoanalisti, intellettuali di sinistra: mio zio Wieland e mio padre, hanno accolto con tutti gli onori Ernst Bloch, il filosofo, marxista ed ebreo, anche lui coscientemente smemorato su quello che Bayreuth e la mia famiglia hanno significato durante e per il nazismo. Immagina un luogo dì prestigio mondiale organizzato da un gruppo di manager che avevano bisogno di vendere, nel più asettico dei modi, un prodotto-salvezza, un festival conservatore e “silenzioso”, rassicurante tanto per il clan, quanto per gli sponsor, i Siemens, gli americani...». Immagino, mentre mi parla, gli anni Sessanta, Settanta, Ottanta, fino a oggi, percorsi da un Wagner errante soprattutto in un mondo non tedesco (Stati Uniti, Francia, Israele e Giappone, in particolare), che lo ascolta, che gli riconosce scritti, conferenze, programmi radiofonici, video, interviste. E ruoli conseguenti a un impegno “culturale e umanitario”, soprattutto sul versante del dialogo “fra tedeschi ed ebrei oggi”, e fra Israele e Germania: negli Stati Uniti Gottfried è stato direttore della Kurt Weil Foundation di New York (presidente era Lotte Lenya, la vedova di Kurt) e ha fondato, a Cincinnati, nel 1992, insieme allo storico Abraham Peck, l'associazione Post-Holocaust Dialogue Group.
In Israele, oggi, è un amico più che ritrovato: ci arrivò, per la prima volta, nel gennaio di sette anni fa, per parlare di Richard, della sua musica “proibita”, del senso, e del non-senso di quella proibizione. Dodici giorni, da ospite dell'Università di Tei Aviv, che, ha scritto, “mi ritornano sempre in mente come in un sogno”. Un auditorio costantemente sovraffollato, che ascoltò la musica di Wagner senza alcuna protesta. Seguì, nei mesi successivi, la decisione della Radio israeliana di trasmettere brani dal terzo atto della Valkiria, e la Trasfigurazione di Isotta. Sempre in quei giorni israeliani, Gottfried e Teresina, lessero sul Jerusalem Post, un articolo che parlava di adozioni internazionali, di come fossero possibili, e delle modalità per ottenerle. Una serie di informazioni che aiutarono i Wagner, in uno dei loro sogni più importanti.

EUGENIO. Un Wagner, cresciuto, fino ai cinque anni, come un “Caspar Hauser”: orfano di entrambi i genitori, lo Stato romeno di Ceausescu, lo aveva avocato a sé, escludendolo, però dalla categoria A, di orfani privilegiati, degni, cioè, di essere cresciuti come futuri agenti della Securitate. Eugenio, classificato di serie B, visse il primo tempo della sua vita in una stanza senza luce, mal nutrito, in un silenzio quasi assoluto, ricevendo solo ingiunzioni fisiologiche: mangiare, dormire, eccetera. Quando Gottfried e Teresina riuscirono a “ottenerlo” e a portarlo in Italia, restò zitto a lungo: imparò a parlare di sé, del suo passato, quando Gotffried ebbe l'idea dì fargli ascoltare un disco di musica tzigana. Oggi è un Wagner estroverso, con due bellissimi occhi lunghi, sorridenti, e in guardia, che parla italiano, e che mi chiede mentre lascio la casa di Cerro, dopo l'incontro con suo padre: “Chi erano i dittatori nella Roma antica?”. Rispondo, scolastico: «Dei personaggi pubblici, a cui venivano affidati, temporaneamente, tutti i poteri». Poi mi ricarico in macchina, e facendo uno sforzo d'ordine fra tutte le carte e gli appunti wagneriani, riguardo il biglietto da visita che Gottfried mi aveva già lasciato quattro anni fa: grigio-bianco, la dicitura Dr. Gottfried Helferich Wagner, e, in alto a sinistra, un piccolo cigno, la metamorfosi di Gottfried, il cavaliere incantato del Lohengrin. Un biglietto del passato, mi aveva detto Gottfried, “uno degli ultimi che ho tenuto in casa, in esaurimento, che non farò più ristampare”. Un incantesimo, o un marchio di “purezza”: ma ridotto, da taschino, che si può anche perdere.

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