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Just do it

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 12 - Ottobre 2009

diario coverLa Vittoria di Samotracia, la Nike, è una statua greca di marmo bianco di Paros, senza braccia ma con due ali che le sostituiscono, senza testa ma con uno slancio in avanti, col vento in poppa. Sfiderebbe l’osservazione troppo pedante di un ortopedico, o quella di un architetto ancorato alle norme della proporzione: è una donna – esattamente una dea – alta due metri e 45 centimetri, coperta fino ai piedi di una tunica drappeggiata. È stabile, da 126 anni, in cima alla scalinata Daru del Louvre: è quindi diventata francese, ma anche così, decapitata (anzi, trovata senza testa, durante uno scavo archeologico di metà Ottocento), a nessuno può venire in mente di associarla alla ghigliottina dei tempi andati.

La libertà di scavo, per gli europei dominanti del XIX secolo – inglesi, francesi e tedeschi in particolare – coincideva con la passione per l’antichità, e poi con l’asporto, o il trasporto, dei pezzi a Londra, Parigi, Berlino, dopo averne trattato il prezzo d’emigrazione (nella Grecia e nel Mediterraneo orientali, la controparte, in genere non difficile, era il governo ottomano). La Nike era stata scoperta per caso sull’isola di Samotracia nel 1863 dall’entusiasta viceconsole francese ad Adrianopoli Charles Champoiseau: un devoto alla statua. Grazie a lui, nei vent’anni successivi, e attraverso varie mediazioni e altrettanti imbarchi, tutte le parti della Nike sarebbero state rimontate al Louvre, facendolo diventare anche il museo di tre gloriose donne indiscutibilmente senza età (le altre due sono la Venere di Milo e Monna Lisa). Della Vittoria alata, tre aggiornati enciclopedisti parigini hanno scritto, nel 1986, che dà l’impressione di una “forza in azione” e, insieme, di “una vela”. Meno plastico, ma anche lui fervido, il critico d’arte Michel Ellenberger le rivolge per iscritto (in un suo bel libro, una biografia totale della statua) una domanda impegnativa: “Celebri la vittoria del libero arbitrio sulla predestinazione?”. E questo, dopo averle fatto un complimento sociale: “Tu non incoroni chi è stato designato prima dal destino, tu sei l’opposto della dea della fortuna che cova i principi amati dagli dei”. Ma qualcun altro, sempre un francese, e di primo livello, le ha scavato addosso una diversa rappresentazione, come se quella leggerezza dall’alto di due metri e mezzo smisurati celebrasse volentieri i propri limiti. Lui, Auguste Rodin – lo scultore del Bacio e del Pensatore – si piazzava di fronte alla Nike, nel 1911: immaginatelo girarle intorno, pensandoci a ritroso, più che abbracciandola dal basso in alto con la soggezione di un visitatore incantato. Poi ascoltate le sue impressioni scagliate in una conversazione-intervista dello stesso anno: “La loro Vittoria era la loro Libertà, ma come era diversa dalla nostra! 
Il suo corpo, meravigliosamente bello non era fatto per le taglie quotidiane, i suoi movimenti, anche vigorosi, erano sempre equilibrati e armonici. Ma non era la libertà di tutti gli uomini, ma solo quella degli spiriti sofisticati. I vinti, gli schiavi che lei faceva frustare, quelli non potevano avere tenerezza per lei. Il suo ordine esaltava i filosofi, ma offriva qualcosa di troppo fermo. Quei filosofi che si figuravano il mondo delimitato da una grande sfera di cristallo, avevano paura dell’indefinito e anche del progresso”. (Quasi cento anni prima di queste osservazioni, nel 1830, il progresso della libertà – anche nella sollevazione, nel disordine generale – Eugène Delacroix l’aveva rappresentato come una donna quasi nuda fino alla vita, col berretto frigio e il tricolore francese in mano, “che guida il popolo”: il quadro è interclassista – in primo piano ci sono un borghese in redingote e un bambino delle barricate con la pistola in mano – e anche lui, mette in scena una vittoria, contro il re Carlo X. Ma lì quella libertà non vola, è incontenibile e anche esibizionista).

Nel 190 a.C. la libertà dell’isola di Rodi e dei suoi cittadini era congegnata da tempo con un preciso senso dell’ordine: una repubblica ricca e patrizia, con un gruppo autoselezionato di famiglie che governavano facendo i politici, gli armatori (civili e militari) e i mercanti ai livelli più alti e più spericolati sul piano delle alleanze (con Roma e la sua volontà di potenza, per esempio). Ma anche uno Stato fondato sulla legge e su un suo contratto sociale bilanciato: gli schiavi e il divieto di soggiorno in città ai contadini poveri erano la norma condivisa a fianco di un sistema d’assistenza a chi era a corto di mezzi, di indennizzi ai disoccupati, e al rifiuto di usare truppe mercenarie. In quello stesso anno, la salvezza e la capacità di autodifesa di quest’isola-città-Stato – una specie di preannuncio greco e marinaro di Venezia – e del suo ordine aperto, coincidevano con due vittorie navali a distanza di tre mesi e contro uno stesso nemico: nell’attuale golfo di Antalya e nel mare di Myonnesos, un po’ al di sotto di Efeso, la rapidità e la tecnica dei rodioti e delle loro navi si catapultavano – anche con marmitte piene di sostanza incandescente – sulla flotta del re greco-orientale Antioco III “il grande”, facendola fuori con un consuntivo di 29 navi colate a picco e 12 catturate.

La Nike, la statua alata, era il monumento di quei cittadini alla loro vittoria: più o meno dieci anni per scolpirla, da un autore sconosciuto, in un atelier di Rodi o forse dell’Asia Minore. Con un piedistallo di marmo grigio a forma di tolda di una nave (che tuttora, un po’ a pezzi e crepe meravigliose, fa da base per quel volo celebrativo e protettore). Ma perché quella scelta di andare a innalzarla molto a est, su un ultimo pezzo di terra galleggiante in un Egeo già dirimpettaio all’Asia, e in un santuario dedicato ai Cabiri, divinità molto locali, antiche, preolimpiche? Samotracia – con quel nome di confine, oggi lo tramortirebbero definendolo interetnico o bietnico – è tuttora un’isola poco abitata, con coste diroccate, falesie, montagne e foreste. E resta, dicono, un eden di ricerca per gli archeologi. Fra chi si è posto qualche domanda retorica sulle ragioni di quella preferenza, Ellenberger è uno dei più suggestivi: “I cittadini di Rodi hanno voluto tornare alle antiche divinità del Mediterraneo, lontano dalla religione opportunista delle città e dei principi? Oppure, nel momento in cui i nuovi culti venuti dall’Oriente e dalla valle del Nilo portavano come dei venti bollenti i loro fremiti e le loro violenze, hanno voluto riaffermare alla sua fonte misteriosa la perennità della religiosità greca?”.

Nell’estate del 2001, Samotracia ospitava un festival rave con circa novemila persone previste – ed effettivamente sbarcate – su un’isola che ne contiene abitualmente tremila o poco più. Un parigino che conosco da molto tempo – un osteopata della mia età, appassionato di scultura classica – mi raccontava di aver rinunciato, in quell’anno e in quell’occasione, a prendere il traghetto da Alessandropoli (la città greca che guarda Samotracia) all’isola proprio per quell’affollamento, anche allegro, ma per lui troppo scomodo. Il racconto partiva alla larga: sua madre si chiamava Nicole, era morta in luglio, poco prima di quel viaggio, me la descriveva «slanciata, svagata, sempre un po’ come una vela in balia di una libertà condizionata dai venti». La Nike alata e la sua isola dove non era riuscito a mettere piede, diceva, «mi occupano, forse, in modo viscerale».

Spostando la chiacchiera – a quel punto commossa, quasi indiscreta – su come la libertà e le sue rappresentazioni, ognuno le vede, le sente e le assorbe come gli pare, anche a seconda dell’età e di quello che gli è successo o immagina gli possa succedere, siamo arrivati a una deriva ordinata, e forse un po’ troppo d’accordo su tutto. Sulle arti, in particolare, dove approdavamo per difenderci da una seconda deriva nell’intimità: sul fatto che la donna di Delacroix esibisce una prima età retorica e travolgente e, poi, sulla maturità più che soddisfatta e offerta come esempio per tutti, che emana dalla Statua della Libertà americana, la matrona del porto di New York.

Alla fine, prima di salutarci, in piedi, fuori da un caffè di rue de Rennes, lui è tornato alla fonte: «Guarda che la Vittoria alata è la più libera di tutte, la più adulta: è senza testa, non ci ragiona troppo». Nel dirlo era segnato da una vaga incertezza e dalla volontà di controllarla.


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