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Israele la stanza del figlio

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 10 - Agosto 2009


british flag

french flag

diario coverNei tardi anni della Repubblica di Weimar, un saggio cabarettista ebreo berlinese girava ogni tanto fra i tavoli dei locali e dei caffè lanciando una canzoncina di questo tono: “Ci sono due modi per vivere in una stanza passata di mano /Sorpresi come se tutto fosse sempre nuovo /O comodi come se foste lì da millenni /Nel primo caso, signore e signori /vi crederete degli allegri individui dentro l’avventura /Nel secondo, dei borghesi fatti e finiti /Non c’è dramma apparente/Sarete un po’ gli uni e un po’ gli altri /Ma non perdete la chiave della porta / E lasciate almeno una finestra socchiusa”.

Il 9 luglio, quasi un mese fa, nel caldo bagnato (poco meno di 40 gradi) del tardo pomeriggio di una via centrale di Tel Aviv, una signora di circa settant’anni era seduta su una seggiolina di metallo a chiacchierare sui bordi del marciapiede con un gruppo di suoi coetanei: molto rossetto, bei gesti, mani ossee come una Karen Blixen vecchia, soprattutto un cappello di paglia rosso, largo, elegante. Ero lì, la guardavo come se fosse risorta da un tipo “Weimar” o “Berlino”. Dietro di lei, un violinista di strada, biondo, crespo, con la coda, ventenne o poco più, sparava allibito gli occhi superazzurri perché un passante gli lasciava cadere nella custodia dello strumento una superelemosina, una banconota, non monete. Li vedevo abitare lì, comodi e alla giornata. Lei antica e ferma, lui con l’avventura del sopravvivere attraverso un po’ di musica avventizia.

Quattro giorni dopo, il 13, un lunedì di prima sera, alle sette e mezzo, a Gerusalemme – parte ebraica, sulla grande terrazza ristorante del centro Begin, col vento magnanimo che fa rinascere dall’afa – ascoltavo questo concetto lanciato nel blu quasi viola del cielo: «Qui è un mondo apparentemente senza orologio. Qui oggi si dice “fluisci, sii fluido”, in ebraico tizrom. Oppure, “vai con quello che viene”. È diventato anche un mondo post borghese. Qui tutto è da sempre sfasato: il Sessantotto c’è già stato negli anni Venti, quando si rifiutava il padre, la famiglia, gli anziani di riferimento, la sessualità nella norma. Oggi siamo in un ipopresente: lo sguardo è basso, nel giorno per giorno. E difensivo. Di fronte a un iperfuturo».

Il giorno prima, a Tel Aviv, in un ansioso metà pomeriggio, nella stanza di un albergo messa insieme come un fondale un po’ scalcagnato di un’opera di Offenbach, ricevevo al telefono – in un inglese molto est-europeo – un’altra prospettiva: «Here, live is more than survive. Qui c’è più vita che sopravvivenza. Un paese che ha università migliori di quelle europee e un high-tech ai massimi mondiali non sopravvive. Guarda molto, molto in avanti. E neanche all’America come modello di riferimento o alternativa dove eventualmente andare a vivere».

Chiusa la conversazione – serrata ma gentile – ho riletto su un libretto di appunti una frase che mi ero ricopiata nei tempi andati e che ogni volta mi diverte stordendomi: “Non credo in Dio, ma nel watercloset. La nostra missione, di noi ebrei, consiste nel portare al mondo l’acqua calda corrente e l’elettricità”. L’immagine è dell’estate del 1931. Fa parte di una lettera scritta da Theodor Lessing, da Damasco, alla moglie Ada, durante un giro mediorientale anche nella Palestina governata dagli inglesi (Lessing era un coraggiosissimo giornalista-filosofo tedesco del periodo imperiale e di quello di Weimar: pubblicamente detestato e attaccato, veniva ucciso da sicari nazisti nell’estate del 1933. Nell’esilio di un albergo cecoslovacco di Marienbad. È stata la prima vittima celebre della Shoah).

Quello stesso 9 luglio, un giovedì mattina, ero salito su un aereo El Al – con Sabina, mia moglie – constatando che tornavo in Israele dopo 22 anni e dopo quattro volte, a partire dai miei diciott’anni, nel 1969. Azzerando l’ovvio che mi era stato ripetuto con le migliori intenzioni («Vedrai, è un altro paese»), la mia testa era occupata da un’ipotesi arbitraria – un paese in qualche modo bipolare, di epici del presente e di precari del futuro – e da un insieme di immagini accavallate. L’ipotesi coincideva anche con una domanda elementare e con la ragione per cui avevo deciso di passare sette giorni – troppo poco, al volo delle impressioni più dirette – fra Tel Aviv e Gerusalemme: mi chiedevo come vivono, nel profondo delle proprie emozioni, rimozioni, fragilità, sicurezze, circa sette milioni di cittadini di uno dei paesi più sicuri, più impopolari, e quindi, in prospettiva, meno sicuri al mondo. Mondo in senso completo, nel totale dei suoi 194 Stati generalmente riconosciuti.

Al momento dell’imbarco, la correttezza non tignosa dei controlli dell’intelligence e, dopo, sull’aereo, un dilagare di attenzioni delle hostess mi sorprendevano rispetto ai ricordi che avevo della leggendaria e anche irritante informalità israeliana: ho pensato a quanto si impara, nei rapporti col mondo, quando ci si sente fragili e quando si sceglie, da isolati, di offrire il massimo dell’accoglienza in cambio del massimo della comprensione. Durante il volo, vedevo agitarsi o dormire molti bambini che “tornavano” coi loro genitori, e pensavo a quanto il senso del futuro – si dice anche “progetto”– possa non avere niente a che fare con il fatto di mettere al mondo tanti figli; e come invece questo possa coincidere con un’appassionata immersione nel presente. Un’ immagine più fredda, a mezz’ora dall’atterraggio a Tel Aviv, riguardava una memoria italiana e costante che continuo a non capire: perché il nome Israele risulta ogni tanto così difficile da pronunciare, diventando, anche nel pieno dei telegiornali, «Isdraele»?

Rileggevo anche qualche nota sparsa che mi ero portato dietro. Una, pseudoprofetica, di Spinoza, sempre sul tema dei tempi a venire: quando, in pieno XVII secolo, quel grande spirito in rotta totale con la sua comunità d’origine, facendo la conta della durata media di uno stato ebraico secolare – si riferiva ovviamente ai vecchi regni di Giuda e Israele – non andava oltre gli 80 anni. Un’altra, più poetica, era un frammento anonimo trovato nel vecchio ghetto di Praga due secoli fa. Parla dei sei occhi degli ebrei: “Se stessi nel mondo e contro il mondo, se stessi su di sé e contro di sé, se stessi verso e contro Gerusalemme”. Un’ultima riflessione, velocissima, aveva a che fare coi cognomi, e su che cosa significa cambiarli a un certo punto della propria storia. In Israele, fino a poco tempo fa, i nomi di famiglia, quelli dell’origine, della “dispersione”, venivano spesso rinaturalizzati all’ebraica: un Gutman, un Hamburger, un Lipschitz, potevano diventare un Aloni, un Shomron, un Kenan. Oggi – tutti me l’avrebbero confermato – non succede quasi più, o molto meno. Così come conservare un secondo passaporto (europeo, americano, dei paesi bianchi del Commonwealth) sta diventando una regola protettiva o, forse, di evasione (quel cabarettista berlinese dell’inizio suggeriva di tenere “almeno una finestra socchiusa”).

In albergo – l’Hotel Cinema di Tel Aviv – la prima sera ho anche riletto come Abraham Mendelssohn Bartholdy – il banchiere ebreo di Berlino che aveva scelto di diventare protestante insieme a tutta la sua famiglia – suggerisse, nel primo Ottocento, al figlio Felix (il sublime musicista) un’uscita di sicurezza e un’accettazione nel mondo e nella carriera attraverso un passaggio d’identità: «Tu non puoi chiamarti Felix Mendelssohn, tu devi chiamarti Felix Bartholdy. Un Mendelssohn cristiano non può esistere quanto un Confucio ebreo. Se tu ti chiami Mendelssohn sei automaticamente ebreo, e questo non ti è di giovamento, tanto più che non è vero».

La verità, anche un po’ ossessiva, che cercavo sfiorando di nuovo Israele (quanto vi sentite precari, se vi sentite così, oggi e in prospettiva?) mi aveva fatto escludere incontri o interviste ai quattro, o cinque, più celebri scrittori israeliani, sempre nominati e richiesti dappertutto: troppo marketing, al di là del loro valore anche morale. E poi, come mi avrebbe detto uno dei miei interlocutori, alle 11 del mattino in un caffè di Tel Aviv: «Hanno tutti un sottotesto ideologico».

Sono stato però così fortunato da avere degli amici italiani che, a catena, anche in loco, in Israele, mi hanno suggerito pochi nomi, e intelligenze molto particolari, con cui avrei potuto nutrire la mia indiscrezione. Li nomino qui subito, tutti insieme, ringraziandoli per la loro libertà di pensiero oltre che per la loro disponibilità. Gli psicoanalisti e psicoterapeuti Etan Lwow-Maier e Dina Wardi; l’architetto Ari Avrahami e sua moglie Frieda Klapholtz, costumista teatrale; Gabriela Padovano, traduttrice in ebraico di letteratura e saggistica italiana; Maria Grazia Guidetti, lettrice di italiano, da cinque anni in Israele; Yuval Rothman, bizantinista, con cinque anni di insegnamento a Yale; Moshe Idel, massimo studioso del pensiero e della filosofia ebraica, e professore all’Università ebraica di Gerusalemme; Aldo Baquis, giornalista e corrispondente da Israele per l’Ansa, e collaboratore della Stampa e di Diario. Con loro, l’italiano, che quasi tutti conoscevano, è ridiventata una lingua franca di conversazione e ragionamenti – come ai tempi di Lorenzo Da Ponte – mentre il francese veniva usato un po’ per vezzo, e l’inglese come rifugio dove non si sbaglia.

Con loro si è parlato anche dell’architettura moghul del Rajastan, della bellezza di Vernazza, di Emanuele Luzzati e del Teatro della Tosse di Genova, di Eduardo De Filippo e della “grande magia”. E di Barack Obama, in questi termini: «Con lui, finalmente, il bambino – Israele – ha la possibilità di staccarsi dalla madre americana. E lei di emanciparlo». Non li citerò, concetto per concetto, separatamente: li ho considerati, spero con grazia e riservatezza, come dei pazienti dentro le loro libere associazioni, o in sedute d’analisi ubique e un po’ sincopate. Anche con i loro silenzi e le loro resistenze. E, dato che ero lì, ho immaginato che Gerusalemme era la loro madre ebrea (portatrice ma anche sconvolta dalla tradizione, dall’origine) e Tel Aviv il loro padre mondano, evasivo, più giovane, anche incosciente.

«Che tipo di paese è oggi Israele?», chiedo – sempre a Tel Aviv, sempre in un caffè, il 12, una domenica mattina – mentre leggo che il menù offre anche un immoral breakfast. La risposta è chiara: «Voleva essere un paese europeo, poi è diventato est-europeo, oggi è sempre più mediorientale. Fra qualche anno la sua vita politica potrebbe assomigliare a quella dell’Egitto. Certo, la società, o almeno una sua parte, funziona ancora: i giornali, i media non difettano di spirito critico. E poi, non è una società omofoba, resta libera. L’avvento del religioso, se vuoi chiamarlo così, investe tutto il Mediterraneo, anzi il mondo» (a Gerusalemme – che il poeta israeliano Yehuda Amichai ha chiamato “la Venezia di Dio”– un taxista arabo mi avrebbe detto con un certo sarcasmo: «Il Vaticano l’abbiamo qui». Si riferiva alla città – non è un quartiere – degli ebrei ortodossi, degli haredim). Ma sentite di nuovo il mio interlocutore del caffè: «Il mio compagno, che è psicologo e lavora anche con i palestinesi, mi prende in giro: dice che ragiono sempre in termini di società, mentre lui si concentra sull’individuo». Domando: «Tu di che cosa hai paura oggi?». «Che le persone a cui voglio bene possano perdere umanità. E poi di un nuovo spirito di ghetto, e del razzismo. Gli immigrati non sono considerati, sono usati come mano d’opera senza riconoscimento di diritti. Per quanto riguarda i palestinesi, bisognerebbe immaginare cittadinanze diverse entro questo territorio, ma senza confini troppo definiti» (a Gerusalemme, due giorni dopo, avrei letto questa frase, riportata su un pannello lungo il percorso di Yad Vashem, il memoriale della Shoah: “Un paese non è solo quello che fa ma anche quello che tollera”. Lo pensava e l’ha scritto Kurt Tucholsky, uno degli intellettuali di Weimar, poeta, scrittore, giornalista, un ebreo indifferente alla tradizione, morto suicida, in Svezia, nel 1935). Prima di lasciare Tel Aviv, in un ufficio accogliente del centro, avevo avuto questo particolare del quadro: «Se devo parlarti come un israeliano medio, ti dico che il presente, almeno rispetto agli altri è questo: i palestinesi non li incontriamo, possiamo non vederli mai. E quando viaggiamo, e lo facciamo molto in Europa, quando andiamo in Olanda, o in Portogallo, o in Italia, vediamo paesi di immigrazione musulmana, che si sono riempiti di arabi. L’inquietudine, anche la paura, vengono di conseguenza. Se vuoi, vediamo sempre meno l’antisemitismo classico come il pericolo immediato».

Un giorno prima, durante una chiacchierata piena di spunti diversi, avevo chiesto, come al solito, da cosa e come si proteggono gli israeliani. Prima, arrivava una risposta indiretta: «Forse dicono troppo, o lo pensano, “io voglio”». Poi seguiva uno sguardo d’insieme, solidale e un po’ sconsolato: «Pensano che bisogna sperare». Poi, ancora, uno squarcio di sicurezza: «Il giorno della memoria dei soldati morti per difendere il paese è importantissimo, ha un clima di festa. L’esercito, con i ragazzi che partono a diciott’anni per tre anni, e le ragazze per due, è una specie di tutela mitologica». Alla fine, la sorpresa di mediatori abbastanza subdoli: «Un certo tipo di cattolici italiani – frati dossettiani ma anche del monastero di Bose – parlano qui degli arabi come “partigiani”, usano il “noi” per dire loro, e pensano che i governi d’Israele siano sostanzialmente fascisti» (a Gerusalemme dormivo all’Austrian Hospice, un posto austero e magnifico a ridosso della Via Dolorosa, entrando dalla porta di Damasco: un po’ di suore, ragazzi austriaci e svizzero-tedeschi che servivano al bar, ma anche un grande ritratto di Francesco Giuseppe quarantenne o poco più nella sala da pranzo. Lui notoriamente proteggeva i suoi ebrei).

A Yad Vashem, alla fine del percorso, fuori dal memoriale, mi ha sorpreso una specie di tetralogo inatteso (ma che lì ha un senso, drammatico e positivo): “Commemorate the victims, connect to our past, educate future generations, secure a better future”. Gli ultimi due comandamenti (sull’educazione delle future generazioni e sull’assicurare un miglior futuro) mi hanno ritrasportato su quell’aereo dell’andata, su quei tanti bambini e sui loro genitori. E così, a Gerusalemme, in quella prima sera ventosa su quella terrazza ristorante del centro Begin, il mio interlocutore ha centrato il tema e le angosce: «Qui, circa ogni otto anni, ci si chiede quanto manca alla prossima guerra. L’Europa, con la sua pax augustea che tiene da oltre sessant’anni, è lontana. Qui il genitore israeliano è permissivo, indulgente: il figlio va soldato ed è una dimensione dominante dell’esperienza. Le angosce sono a livello dei genitori: si sentono schiacciati tra il senso di colpa verso i loro predecessori per non avere costruito una società giusta, socialista, e il senso di colpa verso i figli per non aver costruito una società sicura. E il futuro, un iperfuturo, è in qualche modo opprimente. E questo, mentre i ragazzi viaggiano, in Europa, in Oriente, con in testa un’idea vaga di quello che faranno o saranno. Certo, il vero “altro” non è il mondo dei gentili, ma è il palestinese, ed è vissuto come il nemico. Tieni però presente che siamo in un paese post sionista, con due variabili molto importanti che potrebbero cambiare le cose, forse anche in meglio: i religiosi, e soprattutto i russi. L’Israele post russo è ancora un’incognita».

A Tel Aviv, la stessa persona a cui avevo chiesto di che cosa aveva paura, aveva aggiunto anche un saggio commento: «Non credo a un “rising and fall”, almeno non in una visione così netta. Siamo dentro a un processo di cui non sappiamo l’esito». A Gerusalemme, l’ultima sera, sulla terrazza di una bellissima casa di Marcus Street, si è parlato anche di cosmopolitismo e di patria. Ho ripetuto una scoperta che ho fatto recentemente: come lo intendevano i greci del terzo secolo a.C., un cosmopolita era un “cittadino dell’universo”, non del mondo. L’universo era anche la loro vita interiore, da cui attingere, dato che il loro mondo, la polis, la loro democrazia, era stata appena fatta fuori da Filippo il Macedone. Ho poi buttato lì l’unica idea di patria che, per ora, mi riguarda: «La mia lingua, le persone che amo, e oltre 400 anni di musica, a partire da Monteverdi». A Tel Aviv, tre giorni prima, mi era stato detto: «Sono tornato in Israele, perché questa è la mia società e perché qui vivono il mio compagno e le persone che amo».

Sulla spianata delle moschee, uno dei luoghi più belli del mondo, raggiunta a rotta di collo fra le undici e mezzo e mezzogiorno di mercoledì 15 – ore e giorno precisi riservati alle visite dei non musulmani – un soldato israeliano, molto simpatico e con una bella faccia, si è messo a parlare di Parigi e dell’entroterra di Nizza, dove andava a passare le vacanze da alcuni suoi parenti. Portato in Israele quando aveva pochi mesi, figlio di ebrei di origine algerina. Mi ha informato, in un languido francese, di questo fatto: «Lo sa che ogni anno si trasferiscono qui tremila ebrei francesi?». Ho commentato, da disperso naturale: «Ma non è un peccato che la Francia perda progressivamente i suoi ebrei?». Ha risposto sorridendo: «Forse sì». Un giorno prima uno dei miei “pazienti” mi aveva avvertito di altri arrivi: «Ci sono perfino degli ebrei inglesi che vengono qui per vivere. Qualche migliaio».

A Londra, quasi trent’anni fa, un mio amico, figlio di un’italiana cattolica e di un inglese ebreo e osservante, studiava e parlava, a ritmi quasi ossessivi, di storie della diaspora, e di cultura ebraica religiosa e secolare. Su un gruppo di libretti di tela beige ricopiava in italiano (la sua lingua “madre”, alla lettera) frasi, pensieri, brani di lettere e di letteratura sempre su quel tema: potevate trovare pezzi di Disraeli, di Freud, di Cesare Lombroso, di Proust, di Heine, di Buber, di Zweig, e di tantissimi altri. Su una di quelle pagine ho trovato, una volta, una citazione che mi sembrava spaesata: la fine di Sotto il vulcano, il romanzo di Malcom Lowry. Gli ho chiesto: «Ma cosa c’entra?». Mi ha risposto, come una cosa ovvia: «C’entra, non si sa mai». Ho letto, e leggo: “A un tratto egli urlò e fu come se quell’urlo rimbalzasse lanciato da un albero all’altro, come se la sua eco ritornasse, poi, come se gli stessi alberi si avvicinassero, lo stringessero da presso, serrati gli uni agli altri, chinandosi su di lui, pietosi…”.


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