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Io all’ultimo

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 9 - Luglio 2009

diario coverNel 1960, il 2 maggio, alle 10 del mattino, moriva nella camera a gas della prigione di St. Quentin, California, Caryl Whittier Chessman, di St, Joseph, Missouri. Aveva 39 anni, lo avevano arrestato a 27. Prima, i suoi confini erano stati quelli di vari riformatori minorili e di un po’ di prigioni.

La condanna a morte per rapina, sequestro e abuso sessuale era stata preceduta da otto rinvii, da un’indagine di due giornalisti che avevano dimostrato, anche con una foto di Chessman tumefatto, i reiterati pestaggi dei poliziotti per obbligarlo a una confessione firmata, dal rifiuto del governatore Edmund J. Brown (un politico ufficialmente contrario all’omicidio di Stato) di ammettere un eventuale errore giudiziario, da una finale e forzata testimonianza di una donna che aveva creduto di riconoscere Chessman come suo stupratore. Lui, in dodici anni blindato in carcere, non aveva ceduto: si dichiarava totalmente innocente e quindi non domandava la grazia. Si difendeva da solo e studiava le leggi; scriveva libri – ne ha scritti quattro – che davano addosso all’implacabilità della società costituita, o raccontavano la sua propria formazione “asociale”, o incrociavano le due cose già a iniziare dai titoli: Cella 2455 braccio della morte, Il volto della giustizia, Quel ragazzo è un killer!, Violenza è la mia legge. Tutti pubblicati. Con 17 capi d’accusa, se fosse stato graziato, lo avremmo visto uscire più o meno oggi, nella primavera-estate del 2009, come una specie di abate Faria, non saggio né probabilmente benevolo, di 88 anni. Per lui – detenuto in attesa della morte, scrittore obbligatoriamente introverso, ma già primo marchio pubblico degli abolizionisti – avevano firmato appelli altri scrittori come il rivoltoso Norman Mailer, il cosmico Ray Bradbury, il cosmopolita Christopher Isherwood, il monumentale Aldous Huxley. E anche Eleanor Roosevelt – una first lady a vita – e il violoncellista Pablo Casals. L’ultimo spazio vitale di Chessman era stato occupato da una miratissima ripetizione di innocenza – “Non sono io il bandito della luce rossa” (un lampeggiante rosso trovato dalla polizia sulla macchina di Chessman era stato ritenuto una prova determinante) – e dal colmo di una sfortuna indegna: quando il giudice Goodman telefonava chiedendo la sospensione di un’ora perché un giornale aveva offerto prove inaspettate a discarico, e la camera a gas non poteva più venire riaperta per non danneggiare il pubblico che assisteva dietro la cortina delle tende.

Nel 1960, a metà maggio, prima di sera, nella sala dei giochi di un collegio molto poco autoritario di Cortina d’Ampezzo, due bambini italiani di nove anni improvvisavano una scena complice. Uno, il più solido, quasi tarchiato, aveva i capelli rossi, l’altro, un biondino, era magro e sempre un po’ imbambolato. Avevano sentito raccontare delle “ultime ore di Chessman”, e decidevano anche loro di “fare Chessman”. Avrebbero giocato quello stesso ruolo, a rotazione rapidissima, guardandosi mentre morivano inspirando il gas, o cercando di resistergli. La finzione alternata diventava una gara a chi era meno terrorizzato della fine e più attore nel rappresentarla. Una signorina, una delle bambinaie, con il viso pieno di angoli ma non rigido, vedendo dal fondo della sala quei due corpi che provavano a lasciarsi andare con la goffa maestria dell’infanzia, si inseriva con una domanda: “A cosa state giocando?”. Rispondeva il rosso, senza censure: “Siamo morti come Chessman”. E l’imbambolato precisava: “Facendolo noi così, giocando, nessuno ci ammazza, o ci ucciderà come hanno fatto con Chessman”. La signorina angolosa li avvertiva: “Non è un gran gioco. Immaginate cosa pensava il povero Chessman prima di morire, e non fategli il verso”.

Siccome ho 58 anni, mi ricordo del “caso Chessman” con la stessa età, la stessa paura, lo stesso voyeurismo acerbo e la stessa voglia di autodifesa preventiva di quei due bambini; vi assicuro anche che quella rappresentazione in collegio è vera alla lettera. Il centro di tutte quelle angosce incrociate era stato dichiarato dalla bambinaia: che cosa pensava, come viveva il “povero Chessman” a ridosso della morte per esecuzione? Giustiziato – fermatevi sull’orrore equivoco di questo verbo – con qualche pillola sciolta di cianuro. Detta in esteso, e anche proteggendosi finché si può (perché si può subito piangere), la domanda è questa: come occupano o come si ritirano nei propri ultimi spazi un uomo o una donna che sanno con esattezza a che ora e come verranno ammazzati con il massimo rituale di violenza rappresentata? Il loro terreno è misurato su poche ore prima di diventare “un cervello in meno, un mondo in meno” (come scriverebbe Orwell). E sulla paura: “Farà molto male?”, chiedeva della lama l’ultima donna a essere stata ghigliottinata in Francia – dopo la condanna a morte per procurati aborti – sotto il regime di Vichy. O sulla forza delle constatazioni: “Sono rassegnato al mio destino. Per un migliore futuro non ho fatto veramente nulla di particolare, perciò la mia vita non doveva venire sacrificata, ma la vendetta è la vendetta e noi siamo definiti ‘comunardi’. Questo basta per ucciderci” (dall’ultima lettera di Karel Morkes, ferroviere boemo di 42 anni, iscritto al Partito comunista cecoslovacco dal 1921, arrestato dalla Gestapo il 20 aprile 1943, poi processato e messo a morte nel carcere nazista di Dresda il 19 ottobre 1944).

Oppure quella misura, anche allungata di qualche giorno e di qualche notte, può coincidere con un’indistruttibile grazia, molto terrena, ancora appiccicata al piacere di essere e di stare al mondo. Ascoltate il racconto del conte Jean Claude de Beugnot detenuto a Parigi, alla Conciergerie, nel dicembre 1793, quando il periodo terrorista della rivoluzione si perfezionava: “Nessuna promenade parigina ha fatto vedere in quel tempo una riunione di donne così eleganti come il cortile della Conciergerie a mezzogiorno: sembrava una platea decorata di fiori ma inquadrata nel ferro. Una donna di quarant’anni, ma ancora fresca e che conservava dei bei tratti e un corpo elegante, era stata condannata a morte insieme al suo amante, un ufficiale dell’armata del nord, un uomo giovane che sembrava riunire uno spirito elevato a una figura affascinante. Erano usciti dal tribunale verso le 6 di sera, li avrebbero separati per la notte. Ma la donna aveva saputo dispiegare i mezzi di seduzione che usava con successo, ottenendo di riunirsi al suo amante: avrebbero offerto all’amore la loro ultima notte, ancora una volta si sarebbero spossati nella coppa della voluttà, e non si sarebbero distaccati dalle braccia dell’uno e dell’altra se non nel momento di salire sulla carretta fatale”. Avete visto una coppia godersi fino all’ultimo spazio: non sappiamo chi siano perché il signor de Beugnot non fa nomi (forse non li sa), ma li vediamo insieme, restando amanti in tutto. E quell’infinita sensualità, quel fare l’amore ai confini, senza pensarci su, e i loro corpi delle ultime ore ci arrivano integri nella forza dell’abitudine e del piacere. Di fronte a loro, il taglio del giorno dopo sembra quasi una svista del caso, un eccesso di sceneggiatura rivoluzionaria, uno spazio della storia violento e introverso. Ma ascoltate adesso un uomo totalmente solo – la condizione feroce dei condannati a morte – e quale ritratto, quale compagnia, lascia a sua madre e in esteso a tutti i suoi, nell’ultima lettera, scritta in una “cella 411”. Si chiama Kim Malthe-Bruun, è un ex marinaio, un canadese di Edmonton – nello Stato dell’Alberta – cresciuto dai nove anni in poi in Danimarca, dove è diventato un partigiano, e poi un catturato e un torturato dalla Gestapo nell’inverno del 1944. E alla fine un fucilato dell’ultima ora, cioè dell’ultimo mese prima della liberazione: il 4 aprile 1945 (i nazisti si arrenderanno ai danesi il 5 maggio). Kim, a 21 anni, si vede così: “Vorrei esser stato un Socrate, ma il pubblico è mancato. Sento la sua stessa calma, e vorrei che ve ne rendeste completamente conto”. Nelle righe precedenti, l’estrema immagine è tracciata con quella calma: “Non sono vecchio, non dovrei morire, ma tuttavia mi pare naturale e semplice”. E dopo, fino all’ultima parola – se volete, con Socrate vicino – l’emozione scritta diventa una visione e un programma, il contrario di un pezzo di memoria: “È assai strano esser seduto qui, intento a redigere questo documento per la vita. Ogni parola resta impressa, non può esser modificata, mai mutata. Vedo quale svolta prendono le cose nel nostro paese, ma ricordati, e ve ne dovete ricordare tutti, che il sogno non deve essere di tornare ai tempi prima della guerra; il sogno per voi tutti, giovani e vecchi, deve essere di creare un ideale per noi tutti che non sia unilaterale. Il nostro paese tende verso una grande meta, qualcosa a cui anche il piccolo contadino aspirerà, mentre con gioia sente che il suo lavoro e la sua lotta hanno fatto suo questo qualcosa”.

Chi di voi ama come me – moltissimo – Turandot, l’ultima opera di Puccini, sa che è anche una fiaba con tante teste tagliate dal boia di Pechino, tranne una: quella dello straniero arrivato da fuori – il principe Calaf – che, indovinando tre enigmi (la forza della concentrazione e del sapere) e poi offrendo gratuitamente la sua vittoria (la tenerezza di una virilità consapevole) diventa uno scampato, un amante in trionfo e, alla fine, un personaggio immortale insieme alla principessa, a Turandot, da lui conquistata in tutto. Considerate che fino a metà dell’opera, si sente cantare: “Ungi, arrota, che la lama sprizzi sangue…”. E poi: “E decapita! Uccidi! Estingui! Ammazza! Addio, amore, addio, razza! Addio, stirpe divina…”. Quando da bambino ascoltavo e riascoltavo – da guardone innocente e terrorizzato – tutti quegli incitamenti, non riuscivo a non rimuginare, fino alle lacrime, una conta troppo impari: Calaf ce l’aveva fatta, ma prima di lui erano morti decapitati “il principe di Persia, l’indiano gemmato Sagarika cogli orecchini come campanelli, il tartaro dall’arco di sei cubiti, il mussulmano, il prence dei kirghisi…”.

Mi consolavo nell’irrealtà, immaginando che a tutti i condannati a morte del mondo venisse offerta l’ultima possibilità di un indovinello facile, e che tutti loro, con la risposta giusta, si salvassero. Dopo un bel po’ di tempo, oggi, continuando a leggere di teste tagliate, di corde e capestri, di colpi alla nuca, di iniezioni letali, provo a mischiare l’orrore e la rabbia con la fantasia di scene inaspettate: il cappio che continua a spezzarsi, ogni proiettile che rimbalza sulla testa, la lama che si scioglie, e anche una brigata dell’ultima ora che spara al boia portandosi via il condannato o la condannata. Poi, nella realtà, e con infinita tristezza, provo a rientrare nel loro ultimo enigma (di nuovo, che cosa avranno pensato?), e in quello che sono stati, scrivendo, alla fine. Che è poi un abbraccio di immortalità e di vita. In nome di tutti loro, ho scelto – come avete già visto – alcune vittime di due tempi diversi: combattenti antifascisti e antinazisti d’Europa, insieme a processati dal Tribunale rivoluzionario di Parigi nel 1793-94. In più, François-Noël Babeuf, detto Gracco Babeuf, ghigliottinato nel 1797. Scrivono, e continuano a dire, queste cose.

Tenco Hubenov Mutafov, di Gorski Izvor, Bulgaria, ex soldato, fucilato il 7 ottobre 1943: “Gli atti di accusa corrono come al cinema, uno appresso l’altro. Il più interessante è questo, che per ognuno di essi si richiede la condanna a morte. Cosa me ne faccio poi di tante morti? Una mi basta”. Jaroslav Dolák, tipografo cecoslovacco, ucciso a Monaco il 31 agosto 1942, insieme a dodici compagni del Partito comunista clandestino del suo paese: “Non ho nessun incarico da affidare, nessuna volontà o desiderio da esprimere. Tra un po’ di tempo il mio ricordo non sarà che un sogno, un sogno non bello né gradevole. Non piangete molto, ma moderatamente, perché le lacrime fanno male agli occhi, anche se fanno bene al cuore. L’ultimo mio pensiero? Quante cose potevo fare!”. Marie-Jeanne Micault Lamotte-Laguyomarais, contessa, sposata a un gentiluomo bretone, accusata di “complotto realista”, ghigliottinata nel 1793: “Non mi resta che un rimpianto, di lasciarvi in miseria. La nostra felicità deve consolarvi, e i nostri addii vanno ai nostri cari domestici. Ho finito, il mio cuore e la mia mano sono freddi, contro la mia volontà: saprò riprendermi da questa debolezza?”.

Kurt Beer, giornalista moravo, comunista, ucciso in una cella delle carceri di Dresda il 25 settembre 1941: “Non mi sento mai solo. Non ho paura dell’avvenire, anche se dovessi appartenere a coloro che trasportano il bambino al di là del fiume. Ma che fiume è! Io qui leggo la Critica della ragion pura di Kant, il massimo calibro della fredda e astratta analitica e un buon antidoto contro gli influssi eccessivi degli avvenimenti generali e particolari”. La “cittadina Fournier”, al marito detenuto in attesa di giudizio alla Conciergierie: “Ti mando un piccione, un po’ di ribes, delle albicocche e una bottiglia di vino. Non ti mando della biancheria perché non me l’hai chiesto. Ti abbraccio con tutto il mio cuore. Sono la tua amica e tua moglie”. Il conte de Poutet, ghigliottinato negli ultimi giorni prima della caduta di Robespierre, il 9 Termidoro dell’anno II (27 luglio 1794). A sua moglie: “Rispettate le leggi come mi avete sempre visto fare. Il comportamento di una donna è sempre più facile di quello di un uomo. La vita interiore a cui vi siete sempre attenuta con il vostro gusto, è più necessaria che mai”.

Josef Formánek, meccanico cecoslovacco, comunista, “giustiziato” a Dresda il 23 agosto 1944. A sua moglie Marie: “Viviamo in un’epoca così grande, che non sarebbe il caso di piagnucolare sul destino. Se cadrò, cadrò come un uomo e mi aggiungerò alla catena della storia come un anello ben forgiato. Ho soltanto una preghiera: sii sempre una buona mamma per i ragazzi, hanno ancora bisogno di te. Tu stessa comportati come credi, ti auguro maggior felicità di quella che hai avuto con me; i ragazzi capiranno, quando saranno grandi”. Maria Antonietta d’Asburgo Lorena, già arciduchessa d’Austria e regina di Francia, ghigliottinata il 16 ottobre 1793: “Che mio figlio non dimentichi mai le ultime parole di suo padre, che gli ripeto direttamente: non cerchi mai di vendicare la nostra morte. Chiedo sinceramente perdono a Dio di tutte le colpe che ho potuto commettere da quando esisto. Ho avuto degli amici, l’idea di esserne separata per sempre, e le loro sofferenze sono uno dei miei più grandi dispiaceri. Sappiano almeno che fino al mio ultimo istante ho pensato a loro”.

Christian Ulrik Hansen, studente in teologia, danese dello Jutland, fucilato il 23 giugno 1944. Agli amici: “I ricordi condurranno una loro vita silenziosa, e altri risolveranno i problemi”. Franz Mager, falegname, ucciso a Vienna il 26 febbraio 1943. A “Karla amatissima”: “Tieni un diario. Ma che non sia meschino; segna in esso tutte le tue esperienze, conoscenze, giudizi, desideri e propositi; se in avvenire li confronterai con le tue successive conoscenze, riconoscerai il tuo sviluppo, il confronto ti servirà per restare fedele a te stessa, per trovare la strada giusta, diritta”. Emmanuel de Neckere, sacerdote belga, fucilato l’11 novembre 1942 nei boschi fiamminghi di Tilligen. Al padre: “Fra qualche minuto… due o tre ore, congiungerò il mio sacrificio cruento della mia vita al sacrificio di Gesù nella Consacrazione che in quel momento si compirà. Mi spiace privare i miei superiori della mia attività: la continuerò da Lassù”. Gracco Babeuf, giornalista e combattente socialista ante litteram, ghigliottinato a Vendôme – dipartimento Loir-et Cher – il 27 maggio 1797. A un “amico degno e sincero”: “Sento una pena, un’indifferenza, un vuoto di idee che non posso spiegare; mi sembra di voler provare qualcosa per mia moglie, per i miei bambini, ma non sento più niente. Malgrado la sofferenza che mi agita, sento che fino all’ultimo minuto non farò nulla che sia contrario alla memoria di un uomo onesto. Addio”.

Quando pensavo, molto tempo fa, con l’istinto dei bambini, all’aiuto immediato che un uomo, o una donna avrebbero potuto avere poco prima di essere ufficialmente ammazzati, mi spiegavano che i principi o, ancora di più, la fiducia nella vita degli altri e nella memoria dei morti in loro, potevano essere il territorio di un’ultima compagnia. Lo pensa e lo scrive Thomas Mann: “In queste lettere di addio cristiani e atei si ritrovano nella fede della sopravvivenza, che rende tranquilla la loro anima. ‘Vivrò in voi’. Chi potrebbe dubitarne?”. Oggi, nel suo valore immenso, mi sembra una compagnia relativa. E allora penso, o cerco di vedere, o di avvicinarmi a un condannato che cerca altro, senza averne coscienza. Perché ha paura. E lo trova, a sorpresa. Come quel detenuto, sempre in quella stessa Conciergerie – un editore parigino scampato alla morte – che, dopo, più che vivo, può ricordare: “Non mi abbandonò mai, e anche oggi, quando ormai la tempesta rivoluzionaria sembra placata, lo conservo ancora con una cura estrema, sia per risvegliare dei ricordi che non vanno dimenticati, sia per conservare in tutte le situazioni della mia vita questo sguardo tranquillo e sereno con cui allora affrontai l’avvenire”.

Era una dose d’oppio benevolmente procurata da un compagno di cella.


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