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Il nudo e il torto

Andrea Jacchia
Diario: Anno VIII – numero 12 – 28 Marzo/3 Aprile 2003


diario coverVent’anni prima della Seconda guerra mondiale, Carl Gustav Jung è in giro per il mondo e capita anche fra gli indiani Pueblos del Nuovo Messico. Con un loro capo, Ochwía Biano, che vuol dire Lago di Montagna, parla senza «incagliarsi nei banchi di sabbia delle cose conosciute da tempo» e gli sembra di galleggiare come una nave «su mari profondi, sconosciuti». Lago di Montagna gli dice dei bianchi: «I loro occhi hanno uno sguardo fisso come se stessero sempre cercando qualcosa. Che cosa cercano? Sono sempre scontenti e irrequieti. Noi non sappiamo cosa vogliono. Non li capiamo. Pensiamo che siano pazzi». Jung gli chiede perché, e il capo risponde: «Dicono di pensare con la testa». Da vecchio, scrivendo dei suoi ricordi, Jung parte anche da Lago di Montagna e con una logica e un lessico «bianchi» varia il ragionamento: «Come potremmo renderci conto delle caratteristiche nazionali, se non avessimo mai avuto l’occasione di considerare la nostra nazione dall’esterno? Significa considerarla dal punto di vista di un’altra nazione». E poi: «Tutto ciò che ci irrita negli altri può portarci alla comprensione di noi stessi». Nell’Iraq di oggi i soldati volontari mandati a occuparlo trovano, a dir poco, tutto quello che li può irritare, o rendere scontenti e irrequieti, ma anche una postazione esterna: per la comprensione di loro stessi lì, o almeno per non farsi dire in futuro che lì, con lo sguardo fisso, era come se stessero sempre cercando qualcosa.

Nel 1773, facendo propaganda preventiva contro gli inglesi, Benjamin Franklin scrive una satira: Regole per ridurre un grande impero in uno più piccolo. Un titolo forse buono, oggi, per gli Stati Uniti in Iraq: ammesso che il termine «impero» sia consono all’esperienza o alla forza elementare americana. E ammesso che quell’esperienza e quella forza siano oggi all’altezza della situazione. Il sociologo francese Emmanuel Todd è certo che non lo siano: il suo ultimo libro Dopo l’impero (Marco Tropea Editore) è un capolavoro di decostruzione di un già debole «sistema americano». Mentre lo storico americano Francis Jennings, morto tre anni fa, nel suo La nascita dell’America (Einaudi) ha fatto in tempo a ricostruire ragioni, uomini, personaggi, e anomalie con cui i rivoluzionari del 1776 «organizzarono la loro nuova comunità indipendente alla stregua di un nuovo impero». Il sistema di azioni e reazioni americane che seguono sono al presente storico, perché tutta la loro storia è in corso.

OPERAZIONI MILITARI. 1781, settembre-ottobre, nel territorio compreso fra le città americane di Williamsburg, Newport, e Yorktown, tutte sulla costa orientale. Una flotta britannica prova a bloccare, senza risultato, una trentina di navi da guerra francesi al comando dell’ammiraglio de Grasse-Rouville. Sbarcano 7.800 soldati professionisti più 8.845 americani: per metà miliziani della Virginia, tutti più o meno alle prime armi, pagati con denaro di dubbia provenienza. Li guida George Washington, un capolavoro di perseveranza: già cacciato dagli inglesi da New York, ha però imparato dal suo insegnante d’armi von Steuben a dire a un soldato: «Questo è il motivo per cui dovresti farlo». Il generale francese Rochambeau si mette ai suoi ordini, dopo aver pagato la truppa americana con un prestito di 20 mila dollari: le istruzioni vengono da Parigi, alleata delle colonie ribelli dal 1778. Per l’inglese lord Cornwallis, difensore di Yorktown, la città diventa una trappola assediata: capitola il 19 ottobre, dopo aver visto combattere soprattutto i francesi, dall’inizio alla fine. Comunque, due anni dopo, il 4 marzo 1782, la Camera dei Comuni chiede la pace, e l’indipendenza delle vecchie provincie è fatta.

2003, 16 novembre, Londra. Buckingham Palace riceve la richiesta di far blindare le finestre delle stanze previste per ospitare il presidente George W. Bush e sua moglie Laura, in visita ufficiale e brevissima: e questo, nell’eventualità di un attacco terroristico per via aerea. La regina rifiuta, facendo osservare da un portavoce della corte come «non ci sia rinforzo che possa proteggere il presidente in tale eventualità». Una volta arrivato fra gli alleati inglesi, il presidente dichiara diverse cose. Risponde al benvenuto di Elisabetta con un esordio fuori dal tempo: «Fra noi le cose non sono iniziate bene» (ma Yorktown l’hanno presa i fucilieri di Luigi XVI). Poi preme sulla cronaca (una decina di morti al giorno fra attentati e soldati alleati di stanza in Iraq) e non sorprende nessuno: «Non ci ritireremo di un millimetro, e se sarà necessario aumenteremo le nostre truppe». Ma,

forse, le truppe americane di terra sono da sempre fragili: questione di comportamento «burocratico, lento, inefficace». Lo scrive, nel 1973, sir Basil Henry Liddell Hart, altro inglese, gran esperto del mestiere delle armi: nell’inferno della battaglia di Montecassino, per esempio, lo «spirito di sacrificio» è stato un appalto naturale dei francesi e dei polacchi, e sempre i polacchi hanno stanato i nazisti arroccati vicino alla Falaise, in Normandia, durante lo sbarco del giugno 1944. Aggiornato a oggi e a terra (non sul mare e nei cieli, dove gli Stati Uniti dominano in assoluto) quel motivo «per cui dovresti farlo» si specchia in un principio di irrealtà molto in voga: la guerra senza perdite umane. Per perderne il meno possibile (non in Iraq, dove gli uccisi alla giornata continuano a smentire i vivi) si sperimenta una maniera «afghana» con tanto di sentinelle isolate: nel Paese stazionano 12 mila soldati americani, mentre si tratta coi capi clan, pagandoli all’ingaggio; la zona strategica in senso lato, già spazio comunista, è piantonata da 1.500 uomini in Uzbekistan e un centinaio in Georgia. Senza aspettare i tartari, che sono già lì, potrebbero diventare ostaggi. Mentre circondano, paradossalmente, la Russia e la Cina. C’è un termine, «micromilitarismo teatrale», brevettato da Emmanuel Todd: data l’insufficienza militare degli Stati Uniti, vuol dire «dimostrare la necessità della presenza dell’America nel mondo schiacciando lentamente avversari insignificanti; concentrarsi sul mondo musulmano in nome della lotta contro il terrorismo; fare di quel mondo, estremamente debole, il bersaglio preferenziale». Con Israele usato come portaerei fissa nell’area della ricchezza: che coincide, più o meno, col centro del mondo. In generale: nessun problema geopolitico vada risolto in modo relativamente stabile, ogni azione militare indefinita sia così giustificata, un mazzo di micropotenze, Iraq, Iran, Cuba, Corea del Nord (con cui però si tratta) sia oggetto di fissazione militare, o di controllo a vista (aerei, flotta). Strategia immaginata, nel peggiore dei casi: gestire al meglio il declino dell’America. Niente o poco di imperiale, alla fine.

Prima di non riuscire mai a controllare l’Afghanistan, gli inglesi del primo Ottocento sanno almeno far combaciare una forma imperiale con una speranza strategica. 1838, sir John Lawrence scrive ad Afzul Khan, uno dei pretendenti al potere centrale: «Amico mio, il nostro governo intrattiene rapporti con chi in Afghanistan esercita il potere effettivo. Se Vostra Altezza riesce a consolidare il Suo potere e desidera sinceramente essere amica e alleata del governo britannico, io sarò sempre pronto ad accettare Vostra Altezza come tale».

NEMICO INTERNO. Giorgio III, il re inglese con padre e nonno immigrati sul trono parlando con naturalezza il tedesco (la dinastia è Hannover), è il primo per importanza della storia americana: è interno perché quelle provincie sono pur sempre Stati distinti nell’ambito dell’impero, perché quella che scoppia dal 1776 è una guerra civile, perché le giubbe rosse e i costosi mercenari dell’Assia combattono per i «giusti diritti e i domini di Sua Maestà in quelle zone». Oltre a tutto, un Proclama regio (Royal Proclamation) del 1763 stabilisce una linea di frontiera che manda in bestia in particolare quelli della Virginia: dice che le terre riservate agli indiani sono designate «territori della Corona appartenenti agli indiani». Così, oltre due secoli prima di Ronald Reagan, viene presentato un prototipo di impero del male: il governo di re Giorgio è riconosciuto anche come «potere barbaro e infernale che ha incitato gli indiani e i negri ad annientarci». Potere e nemico anche esterni: perché la democrazia di frontiera pianifica la propria esportazione sulle terre dell’ovest «libere di essere prese». Siccome quella è una guerra civile, l’altra parte diventa il software puro del nemico: oltre 200 anni prima di George W. Bush, per 13 imperi in embrione (le 13 colonie fondatrici), i lealisti e i pacifisti sono il bersaglio. Vogliono, per esempio, la riconciliazione i quaccheri di Pennsylvania: si fanno chiamare Società religiosa degli Amici, nel loro Stato non c’è Chiesa ufficiale, la tolleranza verso gli altri culti è la regola praticata, sono l’unico punto dell’impero dove anche i cattolici possono celebrare la messa in pubblico, trattano con gli indiani «per principio», sono in nuce l’America dei diritti e della «democrazia borghese» aperta. Hanno i loro nemici interni soprattutto nei presbiteriani rivoluzionari della Nuova Inghilterra, in particolare quelli del Massachusets, col loro «fanatismo legalizzato». Quando poi la rivoluzione corre, la «devozione alla causa diventa la misura della fedeltà agli interessi della comunità»: da cui, ampi profitti per gli informatori che segnalano le persone da privare dei diritti civili. Nuovo mestiere, con un futuro. Il primo americano impiccato senza processo, dopo un decreto di confisca e morte civile, è del 1777: fa parte di un gruppo di 386 persone, tutte denunciate e poi scampate al capestro perché le prove contro di loro sono «troppo inconsistenti per un processo».

Quando la rivoluzione è in corso, gira sul versante militare una fila di espressioni in codice: smart money è il denaro che i reclutatori di truppe si mettono in tasca illegalmente, mushroom gentlemen sono i patrioti diventati ricchi molto in fretta, customhouse oaths vuol dire false testimonianze, jockying significa liberarsi della cartamoneta prima che non valga più niente. Francis Jennings propone una morale: «La morale della favola è che questa guerra non fu poi così diversa dalle altre».

RELAZIONI ESTERNE. O pubbliche relazioni: quando sono ben congegnate coincidono, in genere, con relazioni private che man mano si perfezionano. In modo regale, o imperiale, se si è forti e beneducati. Emmanuel Todd è sconsolato ma suggerisce: «Una politica autenticamente imperiale indurrebbe alla ricerca di una pax americana tramite l’istituzione di relazioni di paziente condiscendenza con Paesi dallo status in tutta evidenza provvisorio. Il regime nordcoreano, quello cubano (…) cadrebbero senza interventi esterni. L’Iran si sta trasformando positivamente sotto i nostri occhi». Ma Tengh Tilman, aiutante di campo di George Washington nel 1779, è stato il massimo della sintesi contemporanea: «Noi americani siamo tipi svegli». Una delle forme americane di guardare gli altri in se stessi, cioè il minimo dei rapporti col mondo, può coincidere con un libro, uno studio. Una guida all’azione, e quando va bene all’introspezione. Il mondo di Zbignew Brzezinski (è stato consigliere per la Sicurezza di Jimmy Carter, viene spesso accusato di arroganza più o meno imperialista), visto nel suo ultimo libro The Grand Chessboard, la grandiosa scacchiera, del 1997, sembra fatto per rendere gli svegli americani più accorti nelle mosse: mappamondo alla mano, l’America resta lontana dall’Eurasia, ma ne ha bisogno per i suoi ricchi e per la sua plebe, perché lì si concentra l’essenza della popolazione e dell’attività economica mondiale; interesse dell’«impero» è, insomma, che europei e asiatici siano soddisfatti della sua direzione. In particolare: il Giappone ha diritto a un ruolo mondiale, la Cina a un atteggiamento magnanimo, la Francia a uno comprensivo, il binomio Francia-Germania a un grande rispetto strategico. La Russia resterebbe l’unica minaccia ancora militare, la Gran Bretagna una «non protagonista». Un gioco di relazioni e interessi privati possibile, del tutto inapplicato, e che per questo avrebbe soddisfatto Tengh Tilman (un «tipo sveglio» interviene).

La scarsa educazione di Brzezinskij verso l’amico inglese richiama poi due antichi maestri americani delle pubbliche relazioni col mondo, due caratteri all’opposto. Tutti e due molto efficaci per la causa. Tom Paine che lancia nel 1776 il suo celebre opuscolo Common Sense, vi scrive per esempio: «Che whig e tory siano nomi destinati ad estinguersi; tra noi non dovrà risuonarne nessun altro se non quello di bravo cittadino, amico aperto e risoluto, virtuoso sostenitore dei diritti dell’umanità e degli Stati Uniti d’America liberi e indipendenti». Spicca quel «non dovrà risuonarne nessun altro».

Benjamin Franklin, il bonario filosofo, è capace di convincere la corte di Versailles, cioè la monarchia assoluta francese, a dissanguarsi fino all’estremo per la causa della democrazia in America, ma ha anche un passato da vicedirettore delle Poste per le colonie. In uno stesso anno, il 1769, riesce a scrivere di Giorgio III una frase di questo tenore: «Stento a concepire un re d’indole migliore, di virtù più esemplari, o maggiormente desideroso di promuovere il benessere di tutti i suoi sudditi»; e in privato un commento di questo tipo: «Se avessimo continuato ad avere alle spalle il potere dei francesi, pronti a sostenerci e ad assisterci ogniqualvolta ritenessimo opportuno resistere alla vostra oppressione (…) non avreste mai osato usarci come avete osato»

IPOTESI ESTREME. Presa alla lettera da Francis Jennings: «Se l’appartenenza all’impero britannico pregiudicò a tal punto la libertà, come ha fatto il Canada a diventare un Paese ricco e indipendente? Volendo essere ancora più blasfemi, se la Rivoluzione americana non ci fosse mai stata o fosse fallita, si sarebbero potuti evitare gli orrori e le carneficine della guerra civile? Vale la pena di rifletterci».


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