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Il giardino senza confini

Andrea Jacchia
Diario: numero 50/51 - 20 dicembre 2002

Quarant’anni fa Giorgio Bassani con l'invenzione elaborata dal vero delle vicende della famiglia Finzi-Contini, firmava una delle grandi opere del Novecento italiano.

Da Ferrara, Claudio Abbado, che è milanese, ha detto una volta che in Italia tutto accade in provincia. Trentasei anni fa, a Venezia, uno scrittore ferrarese nato a Bologna, ma dal dopoguerra centrato a Roma, ha dovuto far fronte a una protesta provinciale, lanciata dai francesi: nel 1966, Giorgio Bassani aveva 50 anni, presiedeva la giuria della Mostra del cinema e premiava con il Leone d'oro il regista Gillo Pontecorvo (di 47 anni, pisano di nascita, ma anche lui stabilmente romano) per il suo film La battaglia di Algeri. Dove si vedeva come una provincia nordafricana di un grande Paese europeo potesse sconvolgerlo al limite della guerra civile; e dove si raccontava, fra l'epico e il documentario, come una maggioranza colonizzata da oltre un secolo avesse dichiarato guerra a un esercito metropolitano e a una minoranza che si credeva assimilata a quella stessa provincia. Una doppia e molto efficace invenzione dal vero.
In quel frangente lo scrittore-presidente si è difeso bene: da intellettuale antifascista, abituato al tennis, adatto allo smoking, e che, fra l'altro, amava l'opera. In particolare, Un ballo in maschera. Dove, nel XVII secolo, tutto accade in una provincia decentrata dell'universo inglese (Boston): buon governo, congiure, fedeltà coniugale non creduta, profezie vere, morte lirica. Nel 1962, quattro anni prima della vittoria di Pontecorvo, gli algerini avevano vinto a Evian, Alta Savoia, perché lì avevano siglato con il generale-presidente de Gaulle la loro indipendenza. E in quello stesso anno anche Bassani c'è l'aveva fatta a Viareggio, letterariamente premiato: per 293 pagine di un'invenzione elaborata dal vero, raccontata in quattro parti sorprendentemente aperte (da un prologo, ma anche da un epilogo), e con un'unica illustrazione, un'acquaforte di Giorgio Morandi che ritrae un campo da tennis. Giulio Einaudi, l'editore, vinceva anche lui, condividendo il trionfo con un doppio patronimico che era poi la metà del titolo del libro, complementare all'altra metà.

DUE NOMI NEL VERDE. Il doppio nome ebraico-italiano dei Finzi-Contini di Ferrara può avere, alla lettera, l'efficacia sonora dei Buddenbrook di Lubecca, ma alla fine si impone più per autoprotezione istintiva che per orgoglio nella Storia: nel suono (e nei gesti) dei Buddenbrook i sociologi trovano tracce di studio, tra i Finzi-Contini e la vita, il patto, tutto psicologico, dà spazio a posti in sospeso, a ruoli definiti ma naturalmente distanti, a una sostanziale indifferenza sugli esiti delle cose. I Finzi-Contini vi dicono, autoritraendosi: “Anche le cose muoiono. E allora se anche loro devono morire, tant'è meglio lasciarle andare. C'è molto più stile oltre tutto”. Sono "educati sempre, magari troppo, e gentili: proprio come degli ospiti”. Sono protetti dalla loro natura e da quella che li precede: il libro è Il giardino dei Finzi-Contini, cioè un parco sterminato che Moisè Finzi-Contini, il capostipite, “comperò dai marchesi Avogli”, dal sangue “bluissimo”; si proteggono a casa loro (la magna domus “così fuori di mano”) da un'antica città murata che è la loro anticamera, ma molto in fondo. Perché li introduce e li rispecchia nella Storia fino a un certo punto: in quel Ventennio provinciale e italiano, loro si difendono dalla maggioranza e dalla dittatura, il capofamiglia rifiuta la tessera d'iscrizione al Partito fascista “con la scusa che è troppo vecchio, che in vita sua non si è mai occupato di politica, eccetera”.

LA FAMIGLIA. Li ascoltate, in una loro lingua, parlare “lentamente, in genere sottolineando certi vocaboli di poco rilievo, di cui essi soli sembrano conoscere il vero senso, il vero peso, e invece sorvolando bizzarramente su altri, che uno avrebbe detto di importanza molto maggiore”. Sono italiani-ebrei al livello più alto dell'integrazione e del suo contrario: hanno la loro carrozza “con una minuscola corona nobiliare che spiccava argentea sul fondo blu degli sportelli”, ma hanno anche ottenuto dalla Comunità il permesso di ripristinare “per uso della famiglia e degli eventuali interessati l'ex sinagoga spagnola incorporata nello stabile del Tempio di via Mazzini" e poi, a casa loro il Carducci era stato ospite nel 1875 per una decina dì giorni consecutivi e aveva lasciato “un mannello di lettere autografe”. Gli altri, gli italiani-ebrei che vivono dentro le mura, il più delle volte con un solo cognome (Lattes, Tabet, Corcos) sono ebrei “moderni”, cioè anche iscritti al Fascio: al 90 per cento della Comunità nel 1933, l'anno della cosiddetta “infornata del Decennale”. Per tutti loro, il padre del narratore traccia, dal basso in alto, la sua distanza dai Finzi-Contini: “Altro che aristocrazia! Invece che darsi tante arie, avrebbero fatto assai meglio, almeno loro, a non dimenticare chi erano, di dove venivano, se è positivo che gli ebrei — sefarditi e aschenaziti, ponentini e levantini, tunisini, berberi, yemeniti, e perfino etiopici -, in qualunque parte della terra, sotto qualunque ciclo la Storia li abbia dispersi, sono e saranno sempre ebrei, vale a dire parenti stretti". I Finzi-Contini sono quattro, hanno tre parenti stretti veneziani, vivono nel libro insieme ai Finzi-Contini del salto sociale (due generazioni prima) con i loro accoppiamenti giudiziosi (c'è una Josette Artom, del ramo di Treviso, baronessa di Susegana, figlia di una Olschki di Berlino) i loro morti bambini (Guido Finzi-Contini, sepolto a sei anni), la loro tomba di famiglia (“Una specie di tempio vagamente antico e vagamente orientale, come se ne vedeva nelle scenografie dell'Aida e del Nabucco”). I quattro sono il professor Ermanno, sua moglie Olga Herrera, di Venezia (famiglia sefardita ponentina “molto buona”), i loro due figli Alberto e Micòl. Micòl è un nome femminile: quei genitori tanto patrizi quanto ebrei hanno pensato alla versione assimilata di Mikhal (figlia del re Saul, nel Libro di Samuele I,14,49), per la loro secondogenita, nata nel 1916 da un padre di 51 anni e una madre di 26.
Di fronte al narratore “era poco più che una bambina, nel 1929, una tredicenne magra e bionda con grandi occhi chiari, magnetici”, mentre lui era “un ragazzetto in calzoni corti, molto borghese e molto vanitoso”. Dieci anni dopo, quasi alla fine della storia, e del nome (Alberto muore di un linfogranuloma, un anno prima che tutti i suoi vengano deportati in Germania), lei gli spiega il mistero della distanza: “Io... io le stavo di fianco, capivo? non già di fronte: mentre l'amore - così, almeno, se lo immaginava lei - era roba per gente decisa a sopraffarsi a vicenda: uno sport crudele, feroce, ben più crudele e feroce del tennis!, da praticarsi senza esclusione di colpi e senza mai scomodare, per mitigarlo, bontà d'animo e onestà di propositi». Gioca molto bene Bassani, in casa e fuori di casa: il tennis è il suo sport, e qui, riascoltando quella ragazza, spiega, lui a noi, come Il giardino dei Finzi-Contini, più che il romanzo di Ferrara e degli ebrei ferraresi reinventati, sia una trascrizione lirica fuori dal Comune. In ogni senso, anche musicale. Sentite: “Quell'ultima luce invitava a continuare, a insistere in palleggi non importa se ormai quasi ciechi». In certi autunni, nel campo da tennis dei Finzi-Contini, “chi ne aveva voglia, poteva tirare avanti a giocare fino alle cinque e mezzo e oltre”. “Faceva caldo nel giardino”.

L'ITALIA DESCRITTA E DIPINTA. Il giardino, la natura dei Finzi-Contini, rappresentava “di per sé qualcosa di raro, di eccezionale (...). Alberi di grosso fusto, tigli, olmi, faggi, pioppi, platani, ippocastani, pini, abeti, larici, cedri del Libano, cipressi, querce, lecci e persino palme ed eucaliptus». Era, quella, una certa idea di “far collezioni: di cose, di piante, di tutto”, ma anche di una campagna subito fuori città e a debita distanza. State attenti, adesso, a come si presentavano certe campagne italiane nelle pagine di chi aveva saputo trascriverle o descriverle mentre nasceva, e poi trionfava Il giardino di Bassani. Eccola la Brianza ispano-americana (a colpo d'occhio già allora devoluta) di Carlo Emilio Gadda: “Altre villule dov'è lo spigoluccio più in fuora si dirizzavano su belle belle m una torricella pseudo-senese o pastrufazianamente normanna, con una lunga e nera stanga in coppa per il parafulmine e la bandiera. Altre ancora si insignivano di cupolette e pinnacoli vari, di tipo russo o quasi, un po'come dei rapanelli o cipolle capovolti, a copertura embricata e bene spesso policroma...” (da La cognizione del dolore, Einaudi, 1963). Ed ecco la Sicilia storica di Fabrizio di Salina, cioè del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, in trionfo postumo proprio grazie a Bassani (soltanto lui l'aveva capito e lo aveva fatto pubblicare da Giangiacomo Feltrinelli nel 1958): “Quando i cacciatori giunsero in cima al monte (...) riapparve l'aspetto della vera Sicilia, quello nei cui riguardi città barocche ed aranceti non sono che fronzoli trascurabili: l'aspetto di una aridità ondulante all'infinito in groppe sopra groppe, sconfortate e irrazionali, delle quali la mente non poteva afferrare le linee principali, concepite in un momento delirante della creazione...".
Fra nature così diverse, state attenti ai caratteri affini, a come si capiscono, da libro a libro, le minoranze tra minoranze ritratte da una letteratura che “ha saputo ricordare”: il principe di Salina, nel 1860, “primo (e ultimo) di un casato che per secoli non aveva mai saputo fare neppure l'addizione delle proprie spese e la sottrazione dei propri debiti, possedeva forti e reali inclinazioni alle matematiche; aveva applicato queste all'astronomia e ne aveva tratto sufficienti riconoscimenti pubblici e gustosissime gioie private"; nello studio “da gabinetto faustiano” di Ermanno Finzi-Contini i moltissimi libri sono “di argomento letterario, mescolati con quelli di scienza”; quelli di storia patria, ferrarese o veneziana, con quelli di “antichità giudaiche”. Micòl tira le fila: “ripeteva di continuo che il futuro, in sé, lei lo abboniva, a esso preferendo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd'hui, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato”.

GLI ETRUSCHI. Nessuno potrà mai trascurarli, o scordarli: anche perché Bassani apre Il giardino dei Finzi-Contini con loro, raccontandoci come tutti (ebrei, non ebrei, maggioranze, minoranze, i Finzi-Contini, gli altri) siamo loro parenti prossimi. Un prologo straordinario che ci assicura radici certe. Giannina, di 9 anni, viene portata a visitare tombe etrusche di quattro-cinquemila anni fa. Chiede al padre: “Perché le tombe antiche fanno meno malinconia di quelle più nuove? “. Risposta: “Gli etruschi è tanto tempo che sono morti, è come se non siano mai vissuti, come se siano sempre stati morti”. Giannina, come Micòl, tira le fila: "Adesso che dici così, mi fai pensare che anche gli etruschi sono vissuti, invece, e voglio bene anche a loro come a tutti gli altri".

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