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Il generale, il presidente, e il loro re che li bloccò

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIII - numero 19 - 17/30 Ottobre 2008


diario coverRivedendole come se fossimo tristemente a teatro, le ultime ore prima della vittoria di Mussolini a Roma mettono in scena la tragedia di un atto mancato: la pura e semplice difesa di Roma. Cioè dello Stato, dello Statuto, del sistema (e non regime) parlamentare, e quindi anche dell’ atto fondatore, la presa di Porta Pia. Rivivendole, come dovrebbe venir spontaneo fare con una propria Storia ben assorbita, non si smette di disperarsi: soprattutto per il ruolo improvviso dei due immobilizzati della scena stessa, Luigi Facta ed Emanuele Pugliese, un civile e un militare. Facta è il presidente del Consiglio liberale, a cui Vittorio Emanuele III, il re (tornato controvoglia da San Rossore, la sera del 27 ottobre), rifiuta, alle nove della mattina del 28, la firma dello stato d’assedio, assicurata fino al giorno prima. Al punto che il governo ha già fatto affiggere sui muri di Roma il proclama regio della difesa militare. A 48 anni, Pugliese è l’alto ufficiale più decorato d’Italia (ha anche combattuto a Vittorio Veneto) ed è, soprattutto, il generale comandante del presidio della capitale: il suo immobilizzo è tanto più drammatico perché ha preparato la città con una resistenza offensiva di 28-30 mila soldati capaci di spazzare via facilmente quell’armata privata, terrorista e rivoluzionaria. Il generale è quindi il mancato vincitore sul campo delle camicie nere: se avesse potuto agire, la nostra Storia sarebbe stata molto diversa e nelle nostre scuole, altrettanto diverse, avrebbe forse avuto un ricordo post-risorgimentale. È diventato invece il tecnico dell’autodifesa effettiva dello Stato che Vittorio Emanuele non si è degnato di consultare quando ha deciso, insonne (fra le cinque e le nove), il voltafaccia. Facta è sconvolto e Pugliese ignorato: ma sono due devoti alla dinastia, cioè alla massima rappresentazione dello Stato en tout cas. Pugliese fa anche parte del gruppo di quegli alti ufficiali ebrei del tutto integrati nel clima di lealtà sabauda. Discriminato, anche lui, dalle leggi razziste del ’38, non le citerà mai nel dopoguerra (erano firmate dal re) e sfiderà, non accettato, a duello Emilio Lussu, che aveva ipotizzato una sua vaga (ma improbabile) benevolenza verso le squadre fasciste a ridosso di Roma, a fine marcia. A 88 anni, nel 1962, proprio per quella resistenza militare preparata quarant’anni prima, sarà fatto Cavaliere di Gran Croce all’Ordine della Repubblica. Morirà nel 1967, a 93 anni: un’altra tarda fine del Risorgimento, dopo quella, feroce, del 1922.

Uscendo da quel dramma del 28 ottobre, da quell’atto dovuto e mancato, e dalla scena di quelle lealtà bloccate, la domanda, triste, potrebbe essere questa: quanto e perché, nei suoi quasi centocinquant’anni in corso, lo Stato italiano – liberaldemocratico o viceversa – ha rifiutato volentieri la sua autodifesa?


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