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I signori Foà, Zevi, e i loro libri

Breve ritratto di una biblioteca immaginata e poi molto ben nata, e dell’importanza di essere uomini difficili o con più qualità.

Andrea Jacchia
Diario: numero 11 - 18 marzo 2005

“L’anticipazione  di  circostanze future nella fantasia ha un potere immenso”. Ecco un dono naturale raro, o più semplicemente, un bel carattere: l'ha delineato, in un pensiero, Hugo von Hoffmanstahl nel suo Libro degli amici. Qui può accompagnarvi nel ricordo di altri caratteri: quello di una biblioteca immaginata e poi diventata la casa editrice nata da quella fantasia (l’Adelphi) quelli di due fra i creatori di quella casa. Due amici in qualche modo infiniti - Luciano Foà e Alberto Zevi - che passavano insieme tanto la vita editoriale, letteraria, quanto spesso quella delle vacanze, soprattutto in montagna, con le loro famiglie. Che avevano anche condivìso, da perseguitati razziali a Ginevra, gli ultimi giorni dell'umanità, cioè la guerra tout court, e la guerra antisemita. Nei confronti dell'idea, cioè di quei libri, spesso classici, che avrebbero formato quella biblioteca e che in Italia non avevano ancora territorio (traduzioni, terreno di coltura e di comprensione), la fantasia e il trattamento derivato avrebbero avuto un'impronta musiliana: una persona - e un libro - la si ama perché la si conosce e perché non la si conosce. Una delle più perfette petizioni della vita, oltre che uno dei concetti finali dell' Uomo senza qualità. Oggi quella biblioteca Adelphi, quella casa, è più che visibile, produce pensiero, oltre che successo. A posteriori, qualche suo carattere originario potreste scovarlo, come in un serio gioco di assonanze, in una fila di titoli e di autori. Se cadete su qualche autore, per caso col cognome in “H” - Hillman, Heine, Hoffmanstahl - vedete alcune loro opere che si chiamano La forza del carattere (Hillman), Gli dei in esilio (Heine), L'ignoto che appare, Il libro degli amici, Andrea o i ricongiunti, L'uomo difficile (Hoffmanstahl). Pochi titoli, presi liberamente a simbolo, per far combaciare qui immagini, concetti e quel tempo ritrovato: di caratteri e della loro forza, di amici e dei loro libri, dell'apparizione di qualcosa che non è conosciuto, dell'esilio e della ricongiunzione (di uomini e libri), di uomini difficili.
Luciano Foà è morto due mesi fa, aveva 90 anni, e una fisionomia riconosciuta. Su più versanti: “Quando parlava, era come se facesse un passo indietro nella testa per raccogliere gli elementi costitutivi del pensiero, ma poi li esprimeva con assoluta chiarezza” (Michele Ranchetti). “Ogni libro è come un orologio e alla perfezione non c'è mai fine. Ma nessuno come Luciano Foà, governatore appartato e silenzioso dì favolosi Orienti librari, c'è andato tanto vicino” (Ernesto Ferrerò). “Foà è stato un caso unico nell'editoria non solo italiana, per la sua capacità naturale di associare la progettualità, la concretezza necessaria alla realizzazione senza pregiudizi (...) con il piacere disinteressato, goduto della lettura sino a sfiorare una provocante ma non esibita civetteria” (Claudio Gorlier).
Foà non prendeva gli aerei, ma questa non era una civetteria, né provocante né esibita. Solo una scomodità, o una difficoltà personale accettata. Per questo non era a Stoccolma quando a Elias Canetti - un autore Adelphi - veniva dato il Nobel per la Letteratura, nel 1981. Era invece in Inghilterra, nel 1986, a ritirare il carteggio fra Ljuba Blumenthal (Valerie Fernbach) e Bobi Bazlen, il più che conosciuto demiurgo letterario dell'Adelphi: quelle lettere le aveva avute in eredità dalla stessa Ljuba. Foà era lì con Zevi, a casa di Zevi: a Sissinghurst, nella campagna di Vita Sackville-West. Una foto li ritrae abbastanza distaccati. Come due amici, o due uomini di lettere, riservati.
GRANDI IDEE E GRANDI INGLESI DA GINEVRA. A 20 anni, nel 1940, Alberto Zevi aveva uno «sguardo acuto e canzonatorio, dalla fitta parlantina infiorettata di paradossi e battute (...); aveva un'intelligenza acutissima, i suoi giudizi erano sempre originali, era profondamente onesto e generoso e la conversazione con lui era straordinariamente stimolante». È il ritratto che Giorgio Fuà aveva fatto a sua moglie Erika Rosenthal, e che oggi si può leggere nel suo bel libro Fuga a due, pubblicato dal Mulino. Nel 1938, Zevi si trasferiva a Ginevra, dove si laureava in economia; in pochi anni, la città sarebbe diventata il rifugio e poi l'entourage di molte intelligenze ebraiche d'Europa: già braccate e lì salvate. L'amicizia fra Zevi, Adriano Olivetti e Foà, e poi il loro lavoro nei libri e per le “idee” sarebbero nati proprio a Ginevra. Nel 1943, Zevi mandava a Milano, a Giorgio Fuà, molti libri, e fra questi: la Bibbia, Il Circolo Pickwick, Robinson Crusoe, i poemi di Shelley, La storia di Henry Esmond di Tackeray, tutto Shakespeare. Tutti, naturalmente, in inglese. Ed erano alcuni “inglesi” di Zevi: e Pickwick e Robinson Crusoe sarebbero diventati “biblioteca” Adelphi.
Zevi è morto nel 1993, con quell'originalità e quell'intelligenza più che intatte: perfezionate dagli stimoli del suo carattere e della vita. A Gerusalemme, nel 1995, durante la Fiera del libro e nell'ambito di un convegno dedicato al suo ricordo, Peter Mayer, l'editore della Penguin, lo ha ritratto anche come «a difficult homme des lettres, a difficult homme des affaires». Zevi ha fatto nascere l'Adelphi anche finanziandola (come hanno fatto inizialmente anche Roberto Olivetti e Giulia Devoto) e l'ha guidata come presidente dal 1975 alla morte. Quella doppia qualità - lettres e affaires - non si addice molto all'Italia: qui il “complesso del denaro” - che è anche il titolo di un bellissimo racconto Adelphi, di Franziska zu Reventlow - raramente riguarda chi lo possiede e sceglie eventualmente di impiegarlo nella passione del sapere (nei libri). Appartiene più spesso agli altri, ai destinatari “di Mecenate”. E Zevi, uomo difficile nell'interrogare continuamente se stesso, ha ogni tanto dovuto assistere anche alla difficoltà degli altri nel sceglierlo, o nel preferirlo, o anche solo nel nominarlo, come portatore di idee, oppure di “mezzi”. Un paradosso, se pensate che proprio una doppia qualità (quella di editore-autore, cioè Roberto Calasso) è uno dei caratteri dell'Adelphi di oggi
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Alla fine - e valga anche per gli uomini dei libri - ha ragione Hoffmanstahl: “Riconoscere il merito è più difficile che entusiasmarsi”.

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