@ andrea.jacchia@gmail.com
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home   

 

dettaglio disegno


Gli anni prossimi a Gerusalemme

Andrea Jacchia
Diario: Anno VII – numero 15 – 19/25 Aprile 2002


«Mein Liebchen, was willst du noch mehr?» (Mia amata, che cosa vuoi di più?)

Heinrich Heine

L’Europa della seconda metà dell’Ottocento ha trattato i suoi ebrei con «lucida doppiezza», come avrebbe detto Nietzsche: nel tempo della rivoluzione industriale, delle Costituzioni e delle scienze positive li avrebbe resi, insieme, cittadini liberi e popolo «semita», cioè non indoeuropeo, non «ariano». Il termine «antisemita» è moderno, laico: aveva pretese antropologiche, sarebbe stato un sintomo, avrebbe avuto un futuro disastroso, avrebbe prodotto una doppia identità europea. Molto in sintesi, l’Europa del «secolo lungo» e più concentrato della sua storia (1845-1945) sarebbe stata l’Europa del capitale (Marx), dell’impero indiano (Disraeli), delle fanciulle in fiore (Proust), delle donne con i colli lunghi (Modigliani), della percezione titanica (Mahler), dell’interpretazione dei sogni (Freud), della metamorfosi (Kafka), dell’immensità relativa (Einstein), e insieme dei pogrom russi, delle teorizzazioni e delle leggi razziali, di Auschwitz. Di fronte alla doppia novità (cittadini e semiti), gli europei ebrei di quei cento anni reagirono come un gruppo storico-religioso fra i più evoluti: variando al massimo il modo di guardare se stessi. Altro che due identità! La sfida «ebraica» all’antisemitismo coincise con un’infinità di autoanalisi: positive, autodistruttive, remissive, mistiche, orogogliosamente o disperatamente «nazionali». I casi, o ragionamenti, erano spesso lontani anni luce gli uni dagli altri. Nell’estate del 1933, con sei mesi di nazismo già imperante in Germania, Felix Jacoby, storico dell’antichità all’Università di Kiel, confessava: «In quanto ebreo, mi trovo in una situazione difficile. Ma in quanto storico ho imparato a non considerare gli eventi storici da un punto di vista personale. Voto per Adolf Hitler sin dal 1927 e mi considero fortunato a poter tenere un corso sul poeta di Augusto nell’anno della rinascita nazionale. Augusto è la sola figura della storia mondiale che possa essere paragonata ad Adolf Hitler». Ernest Gombrich, il grande storico dell’arte, viennese di nascita, ebreo di ascendenza paterna e materna, esule a Londra dal 1936, chiarirà se stesso in questi termini: «Ero solito pensare di essere viennese, o austriaco, ma poi un gran numero di miei concittadini scoprì che ero un non ariano, e mi avrebbero trattato di conseguenza se non fossi stato fuori portata di mano. Nel frattempo, mezzo secolo dopo, delle persone piene di buone intenzioni cercano evidentemente di convincere i loro compatrioti che i “non ariani”, o ebrei, non sono dei cattivi, ma dei buoni che contribuirono alla gloria di Vienna, o che effettivamente la crearono». Il caso del giornalista ungherese Theodor Herzl (1860-1904) è fra i più conosciuti e fra i più originali: inviato a Parigi dalla celebre Neue Freie Presse di Vienna per seguire le prime fasi del processo contro il capitano Alfred Dreyfus (alsaziano, patriota francese fino al midollo, ebreo più che integrato, buon padre e marito, buon borghese più che in pace con la sua classe sociale) accusato ingiustamente di alto tradimento, scoprì tre cose in un colpo solo. Che metà di quella libera Repubblica era «antisemita» (ma l’altra metà era eroicamente giusta), che lui stesso era ebreo (lo era e lo sapeva, ma come per Dreyfus quella variabile originaria lo discriminava improvvisamente e in modo traumatico), che tutti gli ebrei sarebbero diventati liberi solo «a casa loro». Avrebbe scritto Lo Stato ebraico, un libro enfatico ma a suo modo eversivo, avrebbe fondato un movimento e fatto nascere, mezzo secolo dopo, un’inedito Stato palestinese con il più ebraico dei nomi (Israele). La Palestina di fine Ottocento era intanto un vilayet (provincia) dell’impero ottomano, diviso in tre sangiaccati, o circoscrizioni amministrative (Acri, Nablus, Gerusalemme), di cui la più importante era quella di Gerusalemme. Qui di seguito potete leggere alcune voci e farvi un’idea di alcune atmosfere che hanno accompagnato la nascita dello Stato di Israele.

PASSAGGIO A SUDEST. Sion è un bisillabo pronunciabile con enfasi. Era anche un’antica fortezza dei gebusei, poi residenza del re Davide, poi trasformata da poeti e profeti in Gerusalemme; in senso traslato il Santuario del re d’Israele, cioè di Dio.

Theodor Herzl, che da Sion ha tratto un aggettivo politico (sionismo), era nato a Pest e a sette anni era stato beneficato da Francesco Giuseppe. Nel 1867, con l’Austria che diventava Austria-Ungheria, un testo di legge firmato dall’imperatore stabiliva: «Gli israeliti residenti nel Paese godranno dell’eguaglianza dei diritti, allo stesso modo degli abitanti di religione cristiana, nell’esercizio di tutti i diritti civici e nell’accesso a ogni funzione politica. Tutte le leggi, le tradizioni e le ordinanze contrarie a questo principio sono abolite». Theodor (o Tivadar all’ungherese, o Theo), aveva il dono delle metamorfosi fantasiose: per entrare in un club studentesco sceglieva come soprannome Tancredi, il cavaliere crociato che era stato principe di Nablus e di Galilea e duca d’Antiochia. Un bel travestimento siropalestinese. Theo era anche predisposto alle pubbliche relazioni ad alto livello: dote massimamente usata per la sua causa. Che era quella di far passare dal centro dell’Europa a una provincia mediterranea dell’impero ottomano il maggior numero possibile di «popolo ebraico». Per presentare lo «Stato degli ebrei» incontrò quasi tutti quelli che contavano. A monsignor Agliardi, nunzio apostolico a Vienna, spiegava: «Non sceglieremo la monarchia, ma la Repubblica aristocratica. Per questo sollecitiamo l’accordo delle grandi potenze e, in particolare, quello di Sua Santità. Poi costruiremo noi stessi la nostra patria, concedendo l’extraterritorialità ai luoghi santi. Quanto al sultano, per ricompensarlo del territorio che ci darà, metteremo ordine nelle sue finanze». Commento del nunzio: «Voialtri ebrei possedete un’energia particolare di cui noi manchiamo, un dono speciale di Dio». Un’altra volta era in udienza dal principe Hohenlohe, cancelliere dell’impero tedesco, che osservava con un certo acume: «Il sionismo sarà la prima emigrazione di ebrei verso l’Oriente; fino ad oggi è sempre verso l’Occidente che si sono diretti». Risposta di Theo: «Assolutamente no, Altezza! Anche questa volta si va verso Occidente. Gli ebrei hanno abbracciato il globo. L’Oriente ridiventa Occidente!». Il Kaiser Guglielmo II visitò a Gerusalemme Mikveh Israel, una delle prime colonie ebraiche organizzate; Theo faceva l’anfitrione. Guglielmo: «Come sta, dottor Herzl?». Theo: «Bene, grazie, Maestà, sto visitando il Paese. Come sta andando il viaggio di Sua Maestà?». Guglielmo: «Fa molto caldo! Ma questo Paese ha un futuro. Ha bisogno d’acqua, di molta acqua». Theo: «Sì, Maestà, ha bisogno di irrigazioni su larga scala». Guglielmo: «È comunque un Paese che ha un avvenire».

SICUREZZE MISURATE. Quelle di chi ha pensato con diplomazia e apprensione che una convivenza fra ebrei e arabo-palestinesi potesse avere un regolato avvenire.

L’11 dicembre 1918, all’hotel Carlton di Londra, si incontravano in modo riservato un probabile discendente del Profeta, uno scienziato ebreo (un chimico) di origine bielorussa e un colonnello dell’esercito britannico, che aveva appena organizzato la rivolta araba contro i turchi. In discussione, la formazione di uno Stato arabo indipendente nei territori ex ottomani (Siria e Iraq) e il futuro della Palestina. Il principe Faisal Ibn Hussein, figlio dello sceriffo della Mecca, il dottor Chaim Weizmann, leader del movimento sionista, si parlavano con la traduzione simultanea, dall’arabo all’inglese e viceversa, di T. E. Lawrence, che parlava tutte e due le lingue. Faisal sarebbe diventato il primo re dell’Iraq, Weizmann sarà il primo presidente d’Israele, Lawrence «d’Arabia», dopo aver scritto due storici libri su se stesso e la rivolta araba, avrebbe scelto l’anonimato, cambiando nome (Ross), e sarebbe morto in un incidente di motocicletta. Da quell’incontro veniva fuori un accordo in nove punti, in cui si diceva fra l’altro: «Saranno adottate tutte le misure necessarie per incoraggiare e promuovere su vasta scala l’immigrazione degli ebrei in Palestina e per stabilire al più presto possibile sulla terra gli ebrei immigranti mediante denso insediamento e coltivazione intensiva del suolo. Nel prendere tali provvedimenti dovranno essere assistiti i contadini e gli agricoltori affittuari arabi per il progresso del loro sviluppo economico (…). L'Organizzazione sionista farà tutti gli sforzi per assistere lo Stato arabo nel provvedere i mezzi per lo sviluppo delle sue risorse naturali e delle sue possibilità economiche». Quasi un anno dopo, il 3 ottobre 1919, il principe veniva intervistato dal Jewish Chronicle, il più importante periodico dell’ebraismo inglese, dove precisava: «Saluteremmo l’aiuto che un’immigrazione di ebrei ci porterebbe nello sviluppo del Paese (…). Essi sono cugini e noi ne faremmo volentieri fratelli, ma quando certi sionisti dicono che la Palestina deve diventare ebraica, come l’Inghilterra è inglese, costoro parlano davvero in modo poco ragionevole. Se i diritti storici rivendicati dagli ebrei avessero valore, gli arabi potrebbero rivendicare la Spagna».

DOVE DA DOVE. Dove si spiega come nella Palestina amministrata dagli inglesi dal 1917 al 1948, cercavano un avvenire ebrei da tutto il mondo, con motivazioni le più diverse.

Religiosi, mistici, nazionalisti, socialisti e soprattutto chi doveva salvarsi la vita prima dai pogrom e poi dalla persecuzione nazista. Quei profughi potevano apparire, nello stesso tempo, al loro posto ed estranei a se stessi. Nel 1934, quando la prima ondata di profughi dalla Germania contava 40.000 persone, Isaiah Berlin, filosofo in formazione, recente suddito inglese, intellettuale lettone ed ebreo, faceva il suo primo viaggio nella Palestina sionista. Apprezzava l’organizzazione di quei tedeschi: a Tel Aviv gli autobus passavano quando volevano, ma per fortuna c’era ogni tanto un ebreo tedesco, che arrivava in soccorso precisando:«C’è tutto scritto negli orari». In quell’insieme, Isaiah vedeva la Palestina come «una scuola privata britannica», dove però anche lui aveva qualcosa da imparare su se stesso: «Per quanto riguarda gli ebrei, sono assolutamente bizzarri e affascinanti e mi sentivo ugualmente a disagio con loro e senza di loro, come parenti che non si sono visti per 30 anni o giù di lì, ai quali si sa di essere e perfino ci si sente imparentati, ma che non si conoscono veramente, e che si temono, e che si devono trattare con modi bizzarramente familiari, sebbene non si sappia niente di loro e se ne abbia perfino paura». Dieci anni dopo Isaiah era a Washington con la funzione di scrivere precisi resoconti sulla politica americana per il Foreign Office: arrivavano sulla scrivania di Churchill e Isaiah veniva presentato come «il signor Berlin, ebreo di origine baltica, di professione filosofo»; Churchill notava che i rapporti erano ben scritti e Anthony Eden aggiungeva: «Sono d’accordo. C’è forse un gusto orientale troppo ricco».

SE NON FOSSE SUCCESSO. Il 20 gennaio 1942, durante una conferenza al Grosser Wansee, fuori Berlino, furono coordinati i piani nazisti dello sterminio finale degli ebrei d’Europa. Per un totale di oltre 11 milioni. Tutti calcolati, Paese per Paese, su un protocollo dattiloscritto.

Lo studioso Zeev Harvey ha scritto nel 1989 («La crisi della fede dopo la Shoah», Il Mulino, numero 321): «Credo sia impossibile comprendere la condizione attuale del popolo ebraico senza aver presente la realtà dell’Olocausto, senza ricordare che durante gli anni del terrore nazista è stato ucciso un terzo del popolo ebraico: prima della Seconda guerra mondiale nel mondo vivevano 16.700.000 ebrei, oggi sono 13 milioni (…). Quanti sarebbero oggi gli ebrei nel mondo se non ci fosse stato l’Olocausto? Probabilmente più di 20 milioni. Chi può dirlo esattamente? (…) Quali nuovi insegnamenti ci verrebbero dalle famose scuole talmudiche della Lituania, che oggi non ci sono più? (…) A quali nuove e straordinarie conoscenze teologiche sarebbe arrivata in Germania la generazione figlia di Buber e Rosenzweig, se a questa generazione fosse stato concesso di vivere? Negli Stati Uniti, in Francia e in Israele operano oggi molti teologi e filosofi ebrei, ma difficilmente i loro libri riescono a eguagliare le grandi opere di Herman Cohen, Buber o Rosenzweig (…). Come sarebbe lo Stato d’Israele oggi? Quale sarebbe la sua cultura se potesse contare sul contributo di persone e di idee della comunità ebraica dell’Europa orientale? Se non ci fosse stato l’Olocausto oggi gli ebrei e gli arabi vivrebbero in pace nel Medio Oriente? Se non ci fosse stato l’Olocausto forse gli ebrei e gli arabi avrebbero avuto il tempo di imparare a convivere e la nascita dello Stato d’Israele sarebbe avvenuta in pace. Forse. Ma queste sono domande che non possono avere risposta. Il fatto stesso di porle, tuttavia, serve a mettere in evidenza le terribili conseguenze che l’Olocausto ha avuto sul popolo ebraico». Harvey ipotizza ancora che «l’intero popolo ebraico si trova in una situazione analoga a quella dei figli e dei sopravvissuti». Forse questo aiuta a capire il bisogno di sicurezza di Israele e la richiesta della scrittrice israliana e pacifista Manuela Dviri: «Non lasciateci soli».

POSTAZIONI ABBASTANZA IGNOTE. Dove si va a scoprire che qualcuno si era accorto molto presto quanto era difficile la convivenza in Palestina, quanto non era giusto che lo fosse, e quanto avrebbe potuto non esserlo. E dove si va ad ascoltare un suddito inglese che si era fatto una buonissima posizione e che aveva tutte le ragioni per non volersi sentir dire che lui non era inglese.

Asher Hirsch Ginzberg (1856-1927) era un ebreo ucraino educato in modo tradizionale e predisposto alla letteratura, al giornalismo e all’apprendimento delle lingue. A 20 anni imparò il russo di nascosto, poi il tedesco, il francese, l’inglese e il latino; viaggiava e studiava molto, soprattutto a Odessa, Berlino, Vienna e Bruxelles. Fece anche per sei anni il direttore di un periodico culturale ebraico che si chiamava Hashiloah, ma la sua indipendenza economica se la assicurava lavorando per Visotsky, il famoso mercante russo di té. Diventò sionista nei primi anni del secolo, membro del comitato per la colonizzazione della Palestina, assunse uno pseudonimo ebraico definitivo, Ahad Ha-am, ossia «uno del popolo», e sviluppò la sua idea di come avrebbe dovuto essere la Palestina ebraica. Pensava a un «centro nazionale spirituale della Torah e della scienza, della lingua e della letteratura, del lavoro fisico e della purezza spirituale; una vera miniatura del popolo ebraico, un asilo sicuro per l’ebraismo». Conosceva la Palestina e dopo il suo primo viaggio lì, nel 1891, scriveva: «Noi siamo abituati a credere che Eretz Israel sia attualmente quasi completamente desolato e che gli arabi siano selvaggi del deserto, simili a muli che non vedono né capiscono ciò che accade intorno a loro, ma questo è un errore fatale (…). Se verrà un giorno in cui il nostro popolo compirà in Palestina progressi tali da mettere alle corde la popolazione del Paese, allora non cederanno tanto facilmente il loro posto». Nel 1922, dopo che un gruppo di giovani ebrei aveva ucciso un giovane arabo, mandava una lettera al giornale Ha’aretz: «Ebrei e sangue: esistono due termini più antitetici di questi? Cosa siamo e qual è il futuro della nostra vita in questo Paese? È solo per aggiungere in un angolo dell’Oriente un altro piccolo popolo levantino che competa con i levantini (…) nella vendetta e nella faida? Se questo è il Messia non voglio vederlo». Alla fine della sua vita fece due passi in avanti: «Il diritto storico del popolo ebraico non annulla il diritto degli altri abitanti del Paese, i quali hanno un diritto reale dovuto a generazioni di residenza e di lavoro. La sede nazionale del popolo ebraico deve costruirsi senza distruggere con ciò la sede nazionale degli altri abitanti». Martin Buber (1878-1965), il grande filosofo galiziano (il solo che, in Israele, nel 1961 si opporrà al capestro per Adolf Eichmann), interveniva così al sedicesimo congresso sionista nell’agosto del 1929: «È stato per me spaventoso notare in Palestina quanto poco noi conosciamo gli uomini arabi. Io non mi illudo né mi dò a intendere che oggi esista fra noi e gli arabi una concordia di interessi, oppure che essa possa facilmente crearsi. Con tutto ciò in ogni divergenza di interessi che non derivi solo dall’illusione e dalla politica è possibile una politica locale comune, poiché ambedue si ama questa terra; quindi insieme essa è amata e inisieme essa è desiderata».

Edwin Samuel Montagu (1879-1924) era un uomo politico inglese, molto rispettato e con una rispettabilissima carriera pubblica: cancelliere del ducato di Lancaster, segretario finanziario del Tesoro, ministro dei rifornimenti e degli approvvigionamenti durante la Prima guerra mondiale; infine segretario di Stato per l’India, una sorta di inviato politico della corona e del governo mandato a Delhi per coadiuvare l’azione del viceré. Capiva e appoggiava le aspirazioni degli indiani all’indipendenza e fu l’autore del Governement of India Act, il primo documento ufficiale inglese che dotava l’India di ampi poteri di autogoverno. Edwin era anche uno dei più autorevoli esponenti dell’ebraismo inglese, uno che stava con naturalezza tra i Rothschild, i Montefiore, i Samuel e i Rufus Isaacs.È stato, a suo modo, uno dei più acuti ebrei antisionisti, e questo nel momento della gestazione della dichiarazione Balfour: quella lettera dattiloscritta con cui il ministro degli Esteri britannico Arthur James Balfour (discendente diretto di un ministro di Elisabetta I) dimostrava il favore del governo verso un focolare nazionale ebraico (homeland) in Palestina. Il 4 ottobre 1917, durante una seduta del governo piuttosto tesa, Edwin, prossimo all’incarico indiano, fece la sua osservazione, argomentandola più o meno in questi termini: «Ma io, come potrò trattare con i popoli dell’India a nome del governo di Sua Maestà quando il mondo avrà saputo che il governo di Sua Maestà ritiene che la mia sede nazionale si trova in territorio turco?». Edwin era preoccupato: i diritti civili dei sudditi inglesi ebrei non sionisti avrebbero potuto essere compromessi dal riconoscimento della Palestina come altra sede nazionale degli ebrei stessi. Alla fine la dichiarazione Balfour passò, venne trasmessa un mese dopo per lettera al vicepresidente della Federazione sionistica britannica (lord Lionel Walter Rothschild), mentre Edwin era già stato spedito in missione in India.

SICUREZZE E INSICUREZZE SMISURATE. Dove l’attuale capo di Israele non riesce a guardare oltre il giorno per giorno, mentre il capo storico di Israele era molto preoccupato per il futuro. E dove il caposcuola della psicologia analitica non era capace di muoversi in una psiche che, secondo lui, non era cresciuta su nessuna terra.

Vera Scheinermann era una giovane donna bielorussa emigrata in Palestina nel 1922, che aveva studiato medicina e amava molto leggere e scrivere lettere. La sua lingua naturale era il russo, ma, nella cooperativa agricola di Kfar Mallal, a qualche chilometro a nord da Tel Aviv, dove viveva con suo marito Samuel, si parlava quasi esclusivamente ebraico e yddish, due lingue che lei non conosceva né voleva imparare. Suo marito, agronomo, era un sionista puro e duro. Ma lei non condivideva né quell’ideale né soprattutto quella vita collettiva popolata di agricoltori e operai. Con gli anni, le sue giornate sarebbero state distribuite in minima parte nel lavoro dei campi e in gran parte in lunghi pomeriggi e serate chiusa nella sua stanza a rileggersi vecchi testi d’anatomia e a scrivere una quantità di lettere a parenti e amici sparsi fra Parigi, Istanbul, Tiflis e Baku. Una donna sostanzialmente sola e con molti rimpianti. Uno dei suoi figli nacque nel 1928 e fu chiamato Ariel. Il cognome originario della famiglia venne ebraizzato diventando Sharon. Ariel Sharon, futuro generale, ministro e primo ministro di Israele, ricorderà l’isolamento di sua madre, il carattere poco conciliante del padre e anche i rapporti costantemente complicati con i vicini di quella cooperativa. A Kfar Mallal Samuel era stato l’unico a erigere una siepe molto alta intorno a casa sua e a mettere un voluminoso lucchetto alla porta; ad Ariel ripeteva che loro erano venuti lì a «riconquistare le terre sacre degli antenati» e non a costruire un modello di società socialista. Lo avvertiva anche che «un uomo ha l’obbligo di difendere i suoi beni». Ariel cresceva così quasi esclusivamente a casa sua, domandandosi però che cosa raggruppassero gli interni delle case degli altri, soprattutto dei suoi compagni di gioco. A 65 anni ricorderà come si sentisse «solo, isolato». Poi aggiungerà: «Ma ho scoperto il lavoro, non c’è niente di più importante. Nel lavoro ci si può perdere».

Alla fine dell’anno scorso, in un’intervista a L’Express, quando era già stato eletto primo ministro, Ariel ha dichiarato di essere ossessionato dal paragone della guerra d’Algeria, ma ha precisato come in quel paragone gli israeliani facciano, secondo lui, la parte degli algerini, non dei coloni francesi: «Qui noi siamo come in Algeria. Non abbiamo nessun altro luogo dove andare. E d’altronde non abbiamo nessuna intenzione di andarcene». La sua nevrosi da autoprotezione ha fatto da eco all’ansia di sicurezza della maggioranza degli israeliani che lo hanno portato alla testa del governo, esaudendo anche il desiderio del suo vecchio amico, il giornalista Uri Dan, che nel 1983 aveva dichiarato: «Tutti quelli che, prima della guerra del Kippur, non hanno voluto Sharon come capo di Stato maggiore, lo hanno avuto poco dopo come ministro della Difesa; e quelli che oggi non lo vogliono più come ministro della Difesa, se lo troveranno un giorno come Primo ministro». La sua elezione l’anno scorso ha fatto dire al giornalista Avishai Margalit che in Israele «è stato messo un piromane alla guida di una brigata di pompieri».

Una notte del 1956, Nahum Goldmann era rimasto a casa di David Ben Gurion, allora primo ministro di Israele fino alle tre del mattino. Argomento principale, il problema arabo. Così argomentava David: «Perché gli arabi dovrebbero fare la pace? Se fossi un loro dirigente non la firmerei mai con Israele. È normale. È vero che siamo originari di Israele ma la cosa risale a duemila anni fa: in che cosa li riguarda? Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma è stata colpa loro? Loro vedono solo una cosa: siamo venuti e abbiamo rubato il loro Paese. Perché dovrebbero accettare questo fatto? Forse fra una o due generazioni dimenticheranno, ma per il momento non c’è nessuna possibilità. Allora è semplice: dobbiamo restare forti, avere un esercito potente (…). Avrò presto 70 anni. Se tu mi chiedessi se quando morirò sarò sepolto in uno Stato ebraico ti risponderei di sì. Tra dieci, quindici anni, credo che ci sarà ancora uno Stato ebraico. Ma se mi chiedessi se moi figlio Amos, che avrà 50 anni alla fine dell’anno, ha possibilità di morire e di essere sepolto in uno Stato ebraico, ti risponderei: al 50 per cento».

In una lettera del 22 dicembre 1935 allo psicanalista Erich Neumann (tedesco, ebreo, sionista, immigrato in Israele dopo la guerra), Carl Gustav Jung, che proprio in quegli anni dimostrava qualche debolezza filonazista, scriveva: «Trovo molto valida la sua forte convinzione che la terra di Palestina sia essenziale per l’individuazione ebraica. Come quadra tutto ciò con il fatto che gli ebrei in generale hanno vissuto molto più a lungo in altri Paesi che non in Palestina? Perfino Moses Maimonides preferiva il Cairo-Fostat pur avendo l’opportunità di vivere a Gerusalemme. Ciò dimostra forse che l’ebreo è così abituato a essere un non ebreo da aver bisogno in concreto della terra di Palestina per ricordarsi della sua ebraicità? A malapena riesco a muovermi in una psiche che non è cresciuta su alcuna terra».

INFERMITÀ E PSEUDONIMI. Come venga in mente in questi giorni di guerra il titolo di una bella mostra di quasi trent’anni fa: «La ricerca dell’identità». E come di quella mostra ci si ricordi in particolare di un quadro di Paul Klee, che rappresenta un viso con un occhio solo.

Sembra che in questa guerra i belligeranti e i rispettivi sostenitori si guardino in modo volutamente monocolo. Se il colpo d’occhio è uniforme, Sharon può diventare tutto Israele e Israele tutti gli ebrei del mondo. In senso traslato, tutti gli ebrei del mondo stanno spianando ferocemente la Palestina. Allo stesso modo, i palestinesi visti in mucchio come tutti gli arabi del mondo o addirittura come tutti i musulmani della terra, diventano un miliardo di bombe umane, pronte a farsi esplodere a qualsiasi fermata d’autobus. Se poi quell’occhio è particolarmente sinistro, strizza a questo o a quel belligerante con una complicità strumentale o apparente. Qualche esempio. Gianni Baget Bozzo scrive che «lo Stato d’Israele si trova esattamente nella stessa posizione degli Stati crociati nel secolo XII e XIII. Questi Stati potevano esistere solo come una punta avanzata della Cristianità in uno spazio geografico, dalla Spagna fino all’Iran, completamente islamizzato (…) Haifa torna a essere San Giovanni d’Acri. Forse avremo la restituzione dell’onore ai difensori del Santo Sepolcro del secolo XII e XIII: ci voleva per questo che Sharon seguisse le orme di Goffredo di Buglione». Pur sapendolo, omette di ricordare quanto le spedizioni crociate dall’Europa alla Terra Santa siano state cementate da alcuni fra i più celebri massacri di ebrei nel Medioevo. José Saramago, scrittore portoghese e premio Nobel, visita Ramallah e ritorna dicendo che lì è come Auschwitz, anche se non ci sono «ancora le camere a gas». Inutile commentare. José Bové, no-global francese, dice sicuro che «è stato il Mossad a incendiare la sinagoghe francesi». Vittorio Feltri, capace di scrivere sul suo giornale che «“La vita è bella” è uno stomachevole film giudaico-massonico», non ha nessun problema a sottoscrivere, insieme ad altri, l’Israele day. Intanto, il vecchio termine «antisemita» espande il suo significato. Secondo Marek Halter (lo scrittore francese di origine ebraico-polacca attivissimo in Sos Racisme) «oggi, con la presenza in Francia di quattro milioni di musulmani, uomini e donne, in maggioranza di origine semita è difficile parlare di antisemitismo quando ci si riferisce agli ebrei. Preferisco parlare di antigiudaismo». E Malek Boutih, francese di origine cabil, nonché presidente di Sos Racisme, accetta il termine come sinonimo di pregiudizio antiebraico indicandone però un nuovo, doppio uso. L’«antisemitismo choc», attribuito ai giovani immigrati maghrebini delle banlieux è citato così ad arte e in continuazione da mettere sapientemente in ombra il vecchio ma vegeto «antisemitismo chic»: vecchio stile, laico o cristiano, fascista, o di sinistra. Insomma, il vecchio esperanto dell’Ottocento europeo che ha inventato a suo tempo il «problema ebraico», e dato vita, senza saperlo prima, al «sionismo». E a questo proposito se volete chiudere con un’illuminante scena di inizio secolo sentite che cosa suggeriva lo scrittore galiziano ebreo Soma Morgenstern al suo amico galiziano ebreo, e grandissimo scrittore, Joseph Roth: «Sono giunto alla convinzione che i sionisti, con la fondazione di uno Stato ebraico, risolveranno solo a metà la cosiddetta questione ebraica. Perché in realtà non esiste una questione ebraica. La questione è pittosto se sarà mai possibile convertire al cristianesimo i cattolici e anche una parte dei protestanti antisemiti. Finché ciò non avverrà, i sionisti hanno un buon motivo per propugnare la creazione di uno Stato ebraico, e io stesso sono favorevole. Ma questo servirà soltanto per gli ebrei che intendono emigrare in Palestina. Per quelli che rimangono – e saranno la maggioranza e forse resteranno sempre la maggioranza – per loro la vecchia questione rimarrà irrisolta. E in grado di risolverla sono soltanto i cristiani, perché è una questione cristiana».


Back to Top



  andrea jacchia
disegni   |   articoli/racconti   |   bio   |   home