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Contro la citta’

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 7 - Maggio 2009

diario coverPer denunciare una città simbolo, i suoi modi di vivere e le sue presunte perversioni, bisogna essere in genere degli efficaci architetti d’immagini. A volte basta un termine intonato in un certo modo: megalopoli. Oppure un titolo da cinema diventato una visione impressionante: giungla d’asfalto. O anche due bersagli canonici: Babilonia, Sodoma. Alla televisione francese, recentemente, veniva citata quest’espressione per descrivere l’attacco alle Torri Gemelle: «Due oggetti nomadi scagliati contro due oggetti sedentari». Il primo livello dell’invettiva è spesso molto diretto. Martin Lutero, in un suo trattato contro Roma, scrive di aver pubblicato «figure e immagini di cui ognuna rappresenta tutto un volume», e conclude: «Oh! Come la troia si rivolterà nel suo letamaio». La «troia» è il papato mediceo. Osama Bin Laden, un ex laureato in ingegneria civile, proclama dopo il suo successo del settembre 2001: «Quelle superbe torri simboliche, che parlavano di libertà, diritti umani e umanità sono state distrutte, ridotte in fumo». Nel loro bel saggio Occidentalismo (Einaudi, 2004), Ian Buruma e Avishai Margalit analizzano prima di tutto la polemica, e gli insulti conseguenti, contro la città occidentale: «Superbia, edifici imperiali, secolarismo, individualismo e fascino del denaro sono elementi associati alla scandalosa Città dell’Uomo. I miti sulla sua distruzione esistono da quando l’uomo costruisce città nelle quali si commercia, si accumulano saperi e si vive nel benessere».

In questa prospettiva, due visioni distruttrici, citate nel libro, meritano attenzione. La prima, di una tecnica verbale sorprendente, è del poeta T.S. Eliot: «Mille vigili che dirigono il traffico non sanno dirvi né perché venite né dove andate. O città miserabili d’uomini intriganti, sciagurata generazione d’uomini colti, traditi nei dedali del vostro stesso ingegno, venduti dai profitti delle vostre invenzioni…». Detta da Eliot, colpisce almeno la tirata contro la «sciagurata generazione d’uomini colti». La seconda visione, in presa non diretta, parla delle »fotografie dei khmer rossi che entrano a Phnom Penh, ragazzi contadini macilenti che guardano increduli la grande città di cui devono eliminare gli abitanti. Lí c’erano un’architettura occidentale, ristoranti francesi, mercanti cinesi e un’economia urbana relativamente moderna».

Il termine «moderno» è stato un’ispirazione stabile per una schiera di ritrattisti critici particolarmente dotati. Sapendo che cosa voleva dire all’osso del suo significato («modo di vivere nel presente»), e di una serie di caratteri derivati, lo hanno usato per spianarci davanti agli occhi una serie di città-tipo: la città corrotta, la città sconvolta dalla rivoluzione, la città borghese, la città socialista, la città sensuale, la città variamente malata. Con i loro cittadini.

Secondo la Scrittura, a Sodoma (ma anche a Gomorra), «se un forestiero entrava in città la folla lo scherniva, lo percuoteva e gli rubava gli averi. E se lui andava a lagnarsi dal giudice, questi lo puniva invece di punire i ladri». Nella capitale dell’Uomo senza qualità (la Vienna, mai nominata, di Musil) i cittadini vivevano in mezzo a «irregolarità, avvicendamenti, precipitazioni, intermittenze, collisioni di cose e di eventi, punti di silenzio abissali; nell’insieme, una vescica ribollente posta in un recipiente materiato di case, leggi, regolamenti e tradizioni storiche». La sensualità di Babilonia, stando al Libro dell’Apocalisse, era ridotta ai minimi termini: la città essendo «la madre delle prostitute e degli abomini della terra». Mentre Freud, sull’erotismo dilagante fra i viennesi del loro ultimo scorcio gaudente, era costretto a difendersi in prima persona. Girava in città l’idea che l’enfasi sulla sessualità della teoria psicoanalitica fosse lo specchio di quell’erotomania urbana. E allora lui commentava in una lettera del 1910: «È facile leggere fra le righe che noi viennesi non siamo soltanto maiali, ma anche ebrei».

Si può anche capitare nel mezzo della capitale rivoluzionaria per definizione, cioè Parigi nel 1792. D’estate, in agosto. Il cronista postumo (ne scrive poco più di sessant’anni dopo) è Hyppolite Taine. Storico non accademico e paesaggista sociale, non risparmia i colori forti: «Mai cambiamento cosí brusco ha preso degli uomini cosí in basso per portarli cosí in alto. Degli scribi del fango, degli arringatori di taverna, dei frati o preti spretati; falegnami, tornitori, droghieri, calzolai, politicanti girovaghi e sbraitoni pubblici che, come i ciarlatani, da tre anni sfruttano la credulità popolare, relegati dai loro vizi fuori dal recinto del lavoro utile, cacciati a pedate dagli impieghi subalterni fino nei mestieri equivoci, rotti al salto mortale, con la coscienza slogata come le reni di un saltimbanco e che, senza la rivoluzione, striscerebbero ancora nel fango natio, si può immaginare l’ebbrezza crescente di tutti costoro, a misura che bevono nella coppa senza fondo del potere assoluto”.

Un potere assoluto moderno può scegliere anche di cambiare la propria capitale. E perdere cosí un’occasione d’immagine. Quella, per esempio, di presentare almeno una scena un po’ più allentata del potere stesso. É uno dei tanti aspetti sui quali Iosif Brodskij (in esilio dal suo paese e dalla sua città, Leningrado, dal 1974) non perdona niente a Lenin. «Se Lenin si fosse fermato un po’ di più in questa città, la sua idea dello Stato sarebbe forse diventata un tantino più umile. Pietroburgo non fu mai, nemmeno durante il suo periodo più reazionario, sotto Nicola I, un centro di potere. La natura stessa della città, in cui la grandeur architettonica si mescolava con la ragnatela della tradizione burocratica, sfidava l’idea del potere. La verità sui palazzi, specialmente sui palazzi d‘inverno, è che non tutte le loro stanze sono occupate. Mentre il paese, col ritorno della capitale a Mosca, si ritraeva nella sua vita uterina, claustrofoba e xenofoba, Pietroburgo non avendo nessun posto in cui ritrarsi, si bloccò come in una fotografia che l’avesse fissata nella sua posa ottocentesca. Gli interni della città diventarono quindi più dostoevskiani, mentre le facciate si scrostavano e assorbivano polvere, questa tintarella dei secoli».

La nuova capitale del primo Stato socialista della storia era in realtà la vecchia città madre della Moscovia. Nei suoi confronti, il termine «asiatico» è stato sempre usato dai russi che tendevano all’Ovest, e dagli occidentali che cercavano di risolvere in una parola il confronto con i russi. Quando Walter Benjamin, nei primi anni Trenta, va in giro per Mosca, usa anche lui quell’aggettivo, ma con un acume del tutto particolare, e parlando del tempo. «Nemmeno nella capitale della Russia c’è, malgrado ogni razionalizzazione, il senso di un valore del tempo. Il Trud, l’Istituto sindacale del lavoro, a mezzo di manifesti murali, ha condotto una campagna per la puntualità. Da allora si è assistito a Mosca a una proliferazione di orologiai. Ci si domanda a cosa veramente possano servire. Nell’impiego del tempo, il russo resterà fino all’ultimo “asiatico”. Una volta avevo bisogno di essere svegliato alle sette. Questo provocò nello svejcar, cosí si chiamano qui i portieri, il seguente monologo shakespeariano. “Se ci ricorderemo, la sveglieremo; se però non ci ricorderemo, allora non la sveglieremo. In verità, di solito ci ricordiamo, e quindi in tal caso chiamiamo. É vero, qualche volta succede che ci dimentichiamo se non ci pensiamo. Allora non svegliamo. Un obbligo vero e proprio non c’è, ma se ci viene in mente al momento giusto, allora lo facciamo. Dunque, a che ora vuole essere svegliato? Alle sette? Ecco, adesso lo scrivo; vede, il biglietto lo metto qua. Cosí lo troveranno. Naturalmente, se non se ne accorgeranno non la sveglieranno. Ma per lo più noi chiamiamo”».

La città «della borghesia», descritta a un massimo livello di sintesi, resta quella del Manifesto del partito comunista. Un ritratto in dieci righe scomponibile sia nelle sue parti sia nelle intenzioni dei suoi due coautori, Marx ed Engels. È analisi, cinema, denuncia, ma anche scelta di campo da conquistare e da rivoltare. Attacca così: «La borghesia ha assoggettato la campagna al dominio della città. Ha creato città enormi, ha accresciuto su grande scala la cifra della popolazione urbana in confronto a quella rurale, strappando in tal modo una parte notevole della popolazione all’idiotismo della vita rurale…». Notevole questa istantanea con la sua caratteristica: la vita rurale e il suo idiotismo. Notevole anche perché ci porta in campagna, in un quadro comunitario, naturale. Nell’antitesi al vivere urbano della «società».

Nel secolo scorso, e per tutta la sua vita, Martin Heidegger rimarrà «in tutto e per tutto un uomo della campagna». Lo scrive, in un saggio, George Steiner, precisando il ritratto: «Il campo e il bosco sono il cuore del mondo di Heidegger. Sono il boscaiolo e il coltivatore che agiscono, in affinità immemorabile con il proprio ambiente, a fornirgli una pietra di paragone di esistenziale rigore». Da rettore dell’Università di Friburgo, il 25 novembre 1933 (Hitler è al potere da dieci mesi) Heidegger cosí parla alla festa d’immatricolazione dei suoi studenti: «La natura è liberata come potenza e come legge di quella nascosta tradizione dell’ereditarietà di disposizioni e impulsi essenziali. Forse che “primitivo” significa solo possedere assai meno conoscenze rispetto agli eruditi, essere meno versati nell’uso dei loro metodi da lungo esercitati? Oppure essere “primitivi“ non significa piuttosto stare là dove la cosa comincia, presso ciò che è primo e semplice? Studenti tedeschi! Questa città, la sua terra e popolazione, sono dominate dalla Selva Nera. Noi dell’Università di Friburgo percepiremo in futuro nella Selva Nera innanzitutto i monti patrii, i boschi patrii e le valli patrie. Heil Hitler!».

Heidegger era nato nel 1889, nella cittadina di Messkirche, a ridosso di quella foresta, nel Baden-Württenberg; morirà 86 anni dopo, sempre a Messkirche. Si sposterà da quei luoghi sei volte. Una volta, nel 1929, per andare non lontano, a Davos, a un congresso dove si confronterà su Kant con la quintessenza di un filosofo cittadino come Ernst Cassirer. Poi quattro volte in Francia, fra il 1955 e il 1969, e un’unica volta in Grecia, nel 1962. Verso la conclusione del suo saggio, Steiner sintetizza: «Se prendiamo in considerazione la carriera di Heidegger, con la sua sorpendente economia di movimento e con la sua capacità di generare la leggenda, il tratto che emerge è quello della furbizia contadina. La bocca corrucciata e i piccoli occhi sembrano scrutare l’interlocutore da un millenario retaggio di accorta reticenza».

Il topo di città e il topo di campagna dei racconti per i bambini sono due specie di cugini parlanti che si fanno visita constatando la distanza delle loro abitudini, e restando convinti della superiorità dei loro rispettivi panorami. In realtà – essendo due uomini travestiti da topi – si disprezzano. Ma il topo di città, una volta rientrato nel suo rango vero di animale dovrebbe intristirsi. Ha un feroce destino d’immagine: quello del degrado, spesso presunto, della vita di città, o addirittura quello di un suo carattere permanente. Piu lesto e schifoso, condivide questa sorte con gli altri animali urbani che si adattano a tutto come una folla senza pedigree: i cani raminghi in sovrabbondanza – uno dei problemi di Bucarest, qualche anno fa – lo sparpagliamento randagio dei gatti del sud del mondo, connesso all’operazione di salvezza delle donne che li raccolgono.

Nella Germania nazista, la visione dei topi urbani è stata usata con mefitica precisione: in un celebre filmato di propaganda, Joseph Goebbels – costruendo un apologo zoomorfo da Fedro perverso – faceva vedere un fiume in piena di ratti che infestavano strade e case delle città tedesche insieme a gruppi di ebrei che li rappresentavano. Anzi che erano loro travestiti da umani. Potreste dire: un «virus e un fermento». Prendete nota di queste due parole, che in qualche modo si alimentano: le usa, nel 1956, lo scrittore romeno francesizzato Emil Cioran (già molto antisemita nella sua giovinezza, poi pentito, molto a parole) per avvertire i suoi lettori come gli ebrei siano «esseri» integralmente cittadini ma anche apolidi naturali. Il saggio si chiama Un popolo di solitari, è un catalogo, velenoso ma steso benissimo, di complimenti alla particolarità ebraica. Dove uno dei colpi d’occhio è questo: «Non esistono esseri meno anonimi. Senza di loro le città sarebbero irrespirabili; essi vi mantengono uno stato febbrile, senza il quale ogni centro urbano diventa provincia: una città morta è una città senza ebrei. Efficaci come il fermento e il virus, ispirano un duplice sentimento di fascino e di disagio. Quando iniziano a decadere e li crediamo ormai perduti, si rialzano e si ribellano alla quiete del fallimento. Cacciati dal proprio paese, apolidi nati, non hanno mai avuto la tentazione di abbandonare il campo».

Con le intenzioni più oblique (nei confronti degli ebrei e di una loro rappresentazione standard), ma anche con la fortuna di vivere in una capitale piena di apolidi come lui (Parigi), Cioran fissa almeno uno snodo: fra città e patria. Con le loro convergenze e dissonanze, e con tutta la gamma di sentimenti annessi. È un incrocio che interessa molto a Voltaire quasi due secoli prima, nel 1764. Morde, e ride, come sempre. Proprio di Parigi e dei suoi cittadini: «Tu, gaudente parigino, che non hai mai fatto altro viaggio fuori che quello di Dieppe per andare a mangiare il pesce fresco, che non conosci nient’altro che il tuo palazzetto in città, la tua villa in campagna, e il tuo palchetto in quel teatro dell’Opera dove tutta l’Europa si ostina a venirsi ad annoiare, che parli abbastanza piacevolmente il tuo linguaggio perchè non ne sai nessun altro: tu ami tutto questo, e ami anche le donnine che mantieni, lo champagne che ti arriva da Reims, le tue rendite che il Municipio ti paga puntualmente ogni sei mesi; e mi vieni a dire che tu ami la patria!».

Quando, nel 322 a. C., muoiono Demostene, Aristotele, la democrazia ateniese, e l’idea stessa della polis, dirsi «cosmpolita» significa presentarsi come «cittadino dell’universo». In questo senso, così sì spiegato da Moses Finley: «Da allora la ricerca della sapienza e dell’esistenza morale si concentrarono completamente sull’anima individuale», dato che la «cittadinanza era diventato un concetto privo di senso».

Nella città di Alphaville del film di Godard (1965), lo spirito dei suoi abitanti viene manipolato dal potere del computer Alpha 60 che li trasforma tutti in «alfabeti». E in mutanti che vivono della sua luce in un paesaggio urbano impietosamente bianco o nero. La città sta dall’altro lato della circonvallazione esterna. Il detective Lemmy Caution (Eddie Costantine) che arriva dai «Paesi esterni» col compito di indagare su quella «capitale del dolore», finisce anche in mezzo a un corso di semantica. Uscendone, domanda a Natacha (Anna Karina, nella parte dell’alphavilliana assai bella che si innamora di lui): «Ma perchè la gente qui ha l’aria così triste?». Lei risponde: «Perché mancano d’elettricità».


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