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Anche il nazista è salvo

Andrea Jacchia
Diario: Anno XIV - numero 2 - Gennaio 2009


diario coverUn mese fa, nell’aula di un’università della Svizzera italiana. La proiezione del film Uno specialista, dell’israeliano Eyal Sivan, sul processo Eichmann a Gerusalemme nel 1960-61, porta, alla fine, l’insegnante di Storia contemporanea a chiedere: «Che impressioni avete avuto?» Prima impressione, di una ragazza: «Una grande tristezza, per lui, Eichmann, poveretto. Rinchiuso in quella teca di cristallo antiproiettile a difendersi per aver eseguito degli ordini.» Risposte successive, di un gruppo di allievi, a un quasi unisono: «Che cosa poteva fare? Se non avesse obbedito lo avrebbero ammazzato. Oggi, tutti noi, qui, faremmo la stessa cosa. Per salvarci.» La pietà e l’autoprotezione di quegli spettatori, in quell’aula, emanano da un’età media di 23-24 anni; da quel processo – scandito da testimoni diretti e scampati allo sterminio specialistico di Adolf Eichmann – sono passati soltanto 48 anni. Nel 1994, il 6 maggio, Sam Donaldson, giornalista americano della rete televisiva Abc chiede al vecchio Erich Priebke che cosa avesse fatto, lui in prima persona, alle Fosse Ardeatine. Risposta dell’ex giovane capitano delle SS: «Non ho ucciso nessuno. Ho obbedito soltanto agli ordini. Un ordine era un ordine, ragazzo! Facemmo quello che ci era stato ordinato, e questo, sa, non è un crimine».

La primavera scorsa, nel discorso inaugurale di Gianfranco Fini, nuovo presidente della Camera, il termine mare nostrum, snodato verso la fine, non mi sorprende: lo leggo come un lapsus cosciente e come un omaggio di genere a una delle più schiette convinzioni personali dello stesso Fini: quel «Mussolini è stato più grande statista del secolo», pronunciato nel 1992 e ripetuto nel 1994. In quei giorni, di «destra moderna» di nuovo al governo, penso come la marcia su Roma abbia tenuto modernamente il passo lungo 86 anni, e leggo quanto un suo ammiratore – Adolf Hitler, in Mein Kampf, capitolo 15 – la considerasse un esempio: «Fu in quel tempo in cui, lo confesso apertamente, concepii profonda ammirazione per il grand’uomo a sud delle Alpi che, pieno di fervido amore per il suo popolo, non venne a patti col nemico interno dell’Italia, ma volle annientarlo con ogni mezzo. Ciò che farà annoverare Mussolini fra i grandi di questa terra è la decisione di non spartirsi l’Italia col marxismo, ma di salvare dal marxismo, distruggendolo, la sua patria». Sempre in quei mesi di aprile-maggio 2008, mi capita di evadere, con letture saltuarie, nel linguaggio dei fisici e di associarne qualche espressione specifica alla storia politica: se il fascismo e il nazismo sono state due «singolarità iniziali», due Big bang affratellati, la loro nuova vita, il loro maquillage nell’oggi, potrebbe procedere in successione spontanea, in Italia. Prima il subfascismo aggiornato in 15 anni: il capo azienda Primo ministro, la «razza» lombarda, la gioventù di An che sfila dando della «puttana» alla Repubblica, i ministri di mezza età di An cresciuti nell’onore ai «vinti del 45», il giornale Libero che allega la vita del Duce attraverso i suoi scritti e le sue dichiarazioni (titolo: Mussolini. «Io vi parlo di me»). Poi, il passaggio dell’altro, dell’ex «alleato germanico»: nella norma degli storici che si adattano, e in quella di tutti i giorni, dello spot, della réclame, più o meno espliciti. Anche nel pietismo verso la condizione umana: quel «a Stalingrado faceva freddo per tutti», usato come immagine e con brutti presentimenti dalla sociologa canadese Régine Robin. Dentro questa prospettiva, una sera, al telefono, chiedo, diretto, a un mio amico, uno storico sociale fra i più acuti: «Quando pensi che passerà anche il nazista, dopo il fascista normalizzato?» Risposta: «Non lo so, per ora». Oggi, nei giorni della memoria, leggo a caso dei «cinque minuti meccanicamente misurati di un’opera di Beethoven». Dove, secondo il fisico Ilya Prigogine, «ci sono tempi rallentati, accelerati, ritorni indietro, premesse di quanto accadrà in seguito». Scusandomi in memoriam con Beethoven e Prigogine, uso l’ultima distribuzione di quel tempo per constatare un’ipotesi e un incubo: ci sono le premesse di quanto accadrà in seguito, forse è in circolo il nazista storico salvabile, e, in parte, già salvato. Con gaffe, sentimentalismi miserabili, parole banalizzate, aggiornamenti concettuali pelosi. Un documentario in corso, che ha preso la mira.

Primo dicembre 2008, su La7, a mezzanotte. Il clima e il modo di narrare del documentario Storia proibita sullo sbarco alleato in Sicilia e la liberazione di metà Italia, hanno un metodo e delle intenzioni: far duellare la memoria singola, il fatto che scompagina le vite in guerra, con il contesto, la causa per cui avanzano, e muoiono, quei soldati angloamericani. Lungo un’ora, in uno snodo di filmati e commenti drammatizzati, quella causa viene spaesata. Storici di genere vario (militari, del costume, delle donne, anche della musica e del teatro) danno il tono. Le coste siciliane sono «invase», e la mafia di Lucky Luciano ha aiutato in modo determinante. Mentre il «terrore arriva dal cielo» e i generali alleati – Patton, Clark, Montgomery – «sono tutti delle star», a Napoli le «signorine di buona famiglia si offrono allo stupro del vincitore: 40 mila è la loro cifra». Sempre lì, «funzionano le vergini, ragazzine di 13 anni che si prostituiscono: saranno quattromila le minorenni violentate e infette da malattie veneree. Le truppe di colore spiazzano la popolazione, ladruncoli e borsaneristi sono ben tollerati dalle forze di occupazione, il mercato dei corpi passa anche attraverso lo spettacolo, con ballerine che contrattano con i clienti di prima fila.» A Roma, appena libera, «il sergente americano John Vita saluta da Palazzo Venezia», ma in Ciociaria «i marocchini si scatenano con violenza inaudita contro le donne: è lo sfregio del vincitore nei confronti del vinto». E i tedeschi, come si muovono in quello scorrere di sfregi alleati? «L’esercito tedesco reagisce con fulminea rapidità all’invasione.» E gli italiani, il Paese che aveva fatto corpo col suo Duce? « Sono involontariamente spettatori e autori.» E i fascisti dell’ultima ora, i repubblicani sociali del Nord? Mussolini viene straziato come in una «macelleria messicana» (ma perché messicana?), mentre il fedelissimo Alessandro Pavolini – che chiude, il 15 dicembre successivo, il secondo documentario, sempre su La7 – è «un duro, pronto a morire mentre gli altri fuggivano», e mentre «i gerarchi nazisti seguiranno il loro destino di sconfitti, giudicati prima dai tribunali e poi dalla Storia».

Lo sconfitto giudicato prima dai tribunali e poi dalla Storia è in fondo una figura molto libera, un ex forte – spesso un pluriomicida – che va in giro anche da morto. O da trasfigurato: un monumento, una lapide, uno slogan, uno spot, una memoria «proibita», una nuova rivelazione, e poi film, serial tv, siti, blog. Il suo destino è il suo effetto speciale, la sua zona franca da archiviato in movimento. Se sopravvive fino alla mezza età, o arriva alla vecchiaia – anche da condannato – può ripresentarsi come un senza tempo e senza storia. Si fa riascoltare, o agisce. Come in un ritorno alla fase preliminare del giudizio la cui forza di gravità si sia, però, estenuata agli occhi delle maggioranze. Così, prima circospetto e poi impettito, l’ex vinto, può diventare, lui, «vittima dell’umanità» (come lo connota Régine Robin).

E allora, nei giorni del sessantesimo anniversario dello sbarco in Normandia (2004), a una radio francese, la figlia di un’ex collaborazionista può dire senza nessun contraddittorio: «Oggi posso parlare perché la vergogna ha cambiato di campo.» Oppure, nel 2005, sul Baltico, a Tallinn, quando si celebra l’8 maggio del 1945 – la liberazione dal nazifascismo, solo 60 anni dopo – l’Estonia può andare oltre, alla lettera: inaugura un memoriale «a tutti quelli che sono morti combattendo per la libertà», cioè agli estoni arruolati nella ventesima divisione delle Waffen SS. Nella Germania degli anni Settanta è il senso di colpa ancora in via di elaborazione che può cambiare il campo, anzi livellarlo. In Ein film aus Deutschland, del regista tedesco Hans-Jürgen Syberberg (1977), l’ex capo delle SS Heinrich Himmler è un attore che aggiorna la parte dell’ex vinto, così: «Certo, gli ebrei hanno molto sofferto. Ma cosa hanno fatto nel passato gli americani? Hanno sterminato nel modo più abominevole gli indiani che non chiedevano altro che vivere sulla terra dei loro antenati. È la maledizione del forte che lo obbliga a marciare su dei cadaveri per creare una nuova vita.»

La nuova vita nel Terzo Reich, in particolare nel suo tenore economico, sociale – lo star bene dei tedeschi, a fianco di Dachau, dentro le leggi di Norimberga, le notti dei cristalli, i roghi dei libri – crea buoni ricordi nell’Italia della destra moderna al suo quattordicesimo anno (2008). Di più: due uomini di comunicazione – si dice così? – e di pubblicità ricreano l’asse Roma-Berlino in nome del primato dell’economia, in senso lato. Il 30 settembre, su Repubblica, in un’intervista, Agostino Saccà, direttore di Raifiction (già intercettato in conversazioni telefoniche non edificanti) ripresenta a milioni di persone «quel pazzo, ma genio di Hitler». La tesi è questa: «La notte dei cristalli del ’38 fu fatta perché il ministro del Tesoro aveva le pezze gelate alla testa perché doveva pagare due milioni di marchi del debito pubblico tedesco e non sapeva dove trovare una lira. Allora fecero quella cosa e poi chiesero agli ebrei un’imposizione straordinaria di un milioner e mezzo di marchi, e durante la guerra, pur avendo un debito pubblico enorme, Hitler non aumentò mai le tasse, la pressione fiscale inglese e americana era di un terzo superiore all’imposizione fiscale tedesca. Dopo, doveva saccheggiare l’Ucraina per dar da mangiare alla Germania, per non mettere tasse. Forse ha perso la guerra per questo: se avesse avuto l’Ucraina come alleato, a Mosca ci sarebbe arrivato. Era una necessità, capito? Perché non poteva gravare di tasse i suoi …» A distanza di poco più di un mese, il senatore Marcello Dell’Utri – creatore di Publitalia, di Forza Italia, condannato in primo grado per concorso esterno mafioso – gioca la parte italiana anni Trenta-Quaranta (in poche parole, parlando con Klaus Davi, altro esperto di media, silenziosissimo, in questo caso): «Con Mussolini al potere lo Stato era più presente. Era un uomo di valore, umano, culturale, che citava spesso le classi deboli e più bisognose. Molti provvedimenti in loro favore e diverse leggi sociali risalgono proprio al famigerato Ventennio. Che dire poi delle colonie? L’Italia essendo un Paese che occupa tutto lo spazio del Mediterraneo, non poteva restare fuori dalla politica di espansione delle potenze occidentali». Leggendoli, questi due funzionari, ho provato a immaginarmi con trenta o quarant’anni meno (ne ho quasi 58), cresciuto in una famiglia italiana nella norma – un po’ cattolica, non antifascista, tesa a sobri consumi, preoccupata per la crisi ma protettiva, affezionata al calcio e al tricolore – e quasi deserto di Storia, o con affastellati ricordi liceali: così fatto – come, credo, siano fatti milioni di ragazze e ragazzi italiani – mi sono visto scandire, senza troppo disgusto, i due termini «nazionale» e «socialista». Poi, una volta tornato in me con un certo piacere, ho letto che Régine Robin centra in pieno il pericolo, e la falsità, dell’appello alla memoria «condivisa»: lo chiama «nuovo nazionalismo cordiale».

Dentro l’intero argomento nazionalsocialista – o nazista, è la stessa cosa – una cordiale sciatteria investe oggi parole precise, le tratta come dei prêt-à-porter buoni per occasioni diverse da quella per cui sono nate. Provate oggi a parlare di zona grigia: vi spiegheranno di colpo, o leggerete, che indica genericamente il territorio degli opportunisti, o dei voltafaccia, o dei neutri conformisti che si adattano. Eppure Primo Levi, ad Auschwitz, ha visto quell’espressione, per poi crearla, lui solo, nel racconto da testimone (I sommersi e i salvati), e spiegare una condizione eccezionale: «Quanto è più dura l’oppressione, tanto più è diffusa tra gli oppressi la disponibilità a collaborare col potere. Anche questa disponibilità è variegata da infinite sfumature e motivazioni: terrore, adescamento ideologico, imitazione pedissequa del vincitore, voglia miope di un qualsiasi potere, anche ridicolmente circoscritto nello spazio e nel tempo, viltà, fino a lucido calcolo inteso a eludere gli ordini e l’ordine imposto. Tutti questi motivi, singolarmente o fra loro combinati, sono stati operanti nel dare origine a questa fascia grigia, i cui componenti, nei confronti dei non privilegiati, erano accomunati dalla volontà di conservare e consolidare il loro privilegio [...]. Deve essere chiaro che la massima colpa pesa sul sistema, sulla struttura stessa dello Stato totalitario; il concorso alla colpa da parte dei singoli collaboratori grandi e piccoli (mai simpatici, mai trasparenti!) è sempre difficile da valutare. È un giudizio che vorremmo affidare soltanto a chi si è trovato in circostanze simili, ed ha avuto modo di verificare su se stesso che cosa significa agire in stato di costrizione.»

Quello stato di costrizione ha fatto nascere, per esempio, la figura del kapo (un «capo», appunto, e non un trasparente opportunista), ha fatto vedere la violenza diretta della parola genocidio, vi fa muovere dentro il campo di concentramento, vi mostra la freddezza, la cura del burocrate, la durata della pianificazione e dello sterminio. Ha spiegato che cosa voglia dire Auschwitz: quello è un paesaggio esatto, inequivocabile. Ma oggi, sembra che all’intero lessico familiare al nazista operante, siano state condonate la chiarezza e le intenzioni iniziali. Con un ritmo pubblicitario, i suoi termini più tipici, debitamente spettinati, navigano, dappertutto e ogni giorno. Le guerre israeliane contro i palestinesi – con tutti gli eccessi della loro determinazione – diventano genocidi; sempre a Israele, sono mancate solo le camere a gas per rendere la città palestinese di Ramallah «come Auschwitz» (la visione è dello scrittore José Saramago).

Non solo. Certe espressioni, riciclabili ad arte perché reinventate come uno spot, azzannano. Pensate a quella parola-star che è «olocausto»: vuol dire sacrificio – a un dio, o a Dio, in un rapporto rituale – ma, così com’è, uccide il termine «annientamento», cioè Shoah. Un olocausto può investire anche solo un montone, non stermina milioni di persone. Non riesco a dimenticarmi di una sera di qualche anno fa, davanti a un documentario sulla prima rete della televisione italiana: scorrevano, tutti uguali, i primi vent’anni del Novecento, quando, verso la fine, l’esecuzione austroungarica del povero Cesare Battisti e degli altri irredentisti veniva presentata come «l’olocausto trentino».

Nell’universo del disordine o dello svuotamento linguistico, il nazista storico può avere un avvenire di riconoscimenti. Lo vedo come un universo beige, in espansione, dove certe parole –mimetizzate come i serpenti color sabbia del deserto – vengono fatte rispuntare con l’aria di essere innocenti, o tirate via, o riesposte come pezzi di modernariato non necessariamente ordinario. Il termine «razza» – sulla cui irrealtà continua ad avvertire il professor Luca Cavalli Sforza – è in sé velenoso. Eppure, con un tono innocuo, vi può capitare di sentirlo citare nei frangenti piu dégagé. Se una mattina dell’anno scorso, alle nove e un quarto, ascoltavate la mezz’ora di musica di Radio3 Suite, potevate essere informati, da una morbida voce da entraîneuse, che «Giacomo Puccini è un meraviglioso esemplare della nostra razza italiana». Seguiva, per fortuna, la musica – decisamente transetnica – di Tosca, con Dieter Fischer-Dieskau nell’assolo di Scarpia (fine del primo atto). Ma il peggio può anche essere solo trasandato. In totale franchezza, mi riesce impossibile considerare un criminale nazista, riconosciuto, processato, e condannato all’ergastolo per crimini contro l’umanità, come una figura dai contorni dubbi. In Italia – e con quel bilancio esistenziale – ha avuto questa fortuna Klaus Barbie, detto «il boia, o il macellaio di Lione», imputato in un celebre processo francese del 1987, e difeso dall’avvocato Jacques Vergès. Nel presentare, in un foglio stampa, il dvd di un documentario, ben fatto, sulla vita e le molte cause dell’avvocato Vergès – L’avvocato del terrore, di Barbet Schroeder – la casa editrice Feltrinelli presenta Barbie come un «personaggio controverso».

Poche settimane fa, ho rivisto La caduta degli dei, e non riesco a togliermi dalla testa quello che Visconti fa dire al più nazista, e al più realista, dei personaggi: «L’istinto collettivo del nostro popolo è ormai complicità».

Paul Valéry aveva un’idea molto precisa di come funzioni l’immaginazione: «Per immaginazione intendo lo sfruttamento delle immagini, l’operazione sull’immagine, l’esplorazione dell’universo di un’immagine». Le immagini dell’universo nazista e fascista, e il loro sfruttamento, hanno oggi snodi di ogni genere. Anche indiretti. Ve ne propongo qualcuno, da guardare a rapide occhiate, come si fa con le réclame e le mode. Da trent’anni, ho l’impressione che il grigio-nero Armani e soprattutto quell’aquilaccia stilizzata che ne fa il marchio, contengano, in colpo solo, un rimando all’orbace e alla Repubblica sociale. Nel settembre dell’anno scorso, ho avuto la certezza di come Erich Priebke – ergastolano protetto dagli arresti a domicilio – sapesse ancora vendersi a tappe: come souvenir nazista, come improvvisato uomo di varietà, come ultranovantenne da difendere grazie alla senescenza. Invitato in un paese della Ciociaria, a presiedere un concorso di bellezze femminili locali – e impedito dalla magistratura a intervenire di persona – è riuscito comunque a farsi vedere da un maxischermo piazzato nell’albergo del concorso, mentre mandava «un abbraccio e un bacio a tutte quelle giovani donne». Da bloccato in casa, e da ex assassino alle Fosse Ardeatine, ce l’ha fatta a farsi difendere: «Di rappresaglie durante le guerre ce ne sono state tante. Perché lui è l’unico prigioniero della Seconda guerra mondiale?» (così lo ha protetto Giampiero Mughini, intervistato dal Corriere del 13 settembre 2008). Nel campo dell’arte, del bric-à-brac, del cinema, delle emozioni e delle rimozioni che spesso sanno rappresentare, quegli snodi hanno un’altra morale, e non solo da noi. Si fa largo, ma da un bel po’di tempo, una specie di «derealismo» del Terzo Reich, e delle sue immagini. Con questa espressione, i due psicoanalisti Alexander e Margarethe Mitscherlich, hanno spiegato, oltre cinquant’anni fa, come molti «senza provare né piacere né dispiacere verso quel passato, gli sottraggano la sua realtà, facendolo precipitare in un niente, come in un sogno. Ci si svia da quel passato – che spesso è il proprio passato – sul piano delle emozioni, con un atteggiamento pseudostoico.» Adolf Hitler – tutti lo sanno – è stato anche un pittore ultrarealista di miserabili paesaggi desolati. Con quelle opere, circola ritoccato. L’anno scorso, undici suoi acquarelli sono stati venduti alla Fiera internazionale d’arte contemporanea di Parigi: per 815 mila euro, e con aggiunte di arcobaleni e forme colorate. Uno di quegli acquarelli è stato titolato La marcia dell’ordinario.

Poco tempo fa, sempre a Parigi, una signora francese che sembra senza età (potrebbe avere mezzo secolo), con un gran piacere della conversazione e delle visioni in avanti, mi parlava, leggera, del rapporto che ognuno di noi ha «con la tradizione», e dell’ansia con cui, a volte, la protegge. Mi diceva: «Sai, mia nonna paterna discendeva da gentiluomini di corte, marescialli di Francia, anche da qualche ghigliottinato durante il Terrore. Ogni tanto, si stupiva ancora, ma senza astio, di come fosse stato possibile processare e decapitare il re Luigi. Si rattristava perché, in quel modo, era stato sconvolto lo spazio della sua tradizione, e oltre a tutto in nome della ragione. Oggi, io, te, e milioni di persone, stiamo parlando, sapendo, senza pensarci, che la nostra tradizione è quella della democrazia e dei valori a cui mia nonna non riusciva ad abituarsi. Possiamo essere socialdemocratici, liberali, ex rivoluzionari, egocentrici, o solidali. Quella resta comunque la nostra storia, che coincide col nostro presente. Ma sono preoccupata: non vorrei ritrovarmi, fra qualche anno, con te e con gli altri, qui, a stupirmi come mia nonna faceva, anche se dalla sua barricata.»

Soltanto fra 1992 e il 1994, in Italia, Gianfranco Fini si spiegava così: «Chi è vinto dalle armi ma non dalla storia, è destinato a gustare il dolce sapore della rivincita. Ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti.»


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