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Algeri, lo strazio e il futuro

Andrea Jacchia
Diario: Anno VIII – numero 39 – 10/16 Ottobre 2003


diario coverOtto giorni, settembre. Una capitale ancora francese (la toponomastica e tre quarti di colpo d’occhio architettonico) e francofona nella generazione fino ai 60 anni.

Nel 1838, Léon Roche, ufficiale francese in Algeria, aveva imparato benissimo l’arabo, faceva il consigliere di pace fra l’emiro Abd-el-Kader e l’esercito di Luigi Filippo, e scriveva: «Non c’è notizia più sicura di quella fornita dagli occhi, dicono gli arabi». Oggi le notizie visibili possono essere queste.

Il custode algerino cristiano, forse prete, della chiesa del Sacre Coeur si irrita perché tutti i visitatori chiedono sicuri se quel tempio non sia opera di Le Corbusier. Non lo è, gli autori sono due architetti francesi, hanno lavorato fra il 1953 e il 1960, l’idea molto ben realizzata è quella di una tenda di cemento armato sotto la quale ognuno sia fratello nella Bibbia. Quando chiude la porta a tripla mandata, il custode dice: «In questi ultimi anni hanno ammazzato 19 preti».

La moschea ottomana sul porto guarda, oltre la grande piazza del mercato, l’ex sinagoga centrale (da 40 anni moschea), e ha un orologio sulla torre quadrata del minareto. Uno strappo alla regola di quella sacra architettura, dal momento che «il tempo di Dio non è quello degli uomini». L’uomo che spiega dall’alto dell’ex palazzo del Dey quella moschea temporale è un magrissimo storico-archeologo, coi baffi, gli occhi vivi, qualche occhiata straziata e polemica, e una sua idea gerarchica di un lungo passato: i romani erano liberali nella concessione della cittadinanza; i francesi si sono giocati l’occasione e l’Algeria su quel fondamentale tema civico, ma «in 130 anni hanno insegnato agli algerini i mezzi per liberarsi di loro»; la Sublime Porta, cioè il Sultano (256 anni di reggenza, a partire dal 1554) era lontano e alla fine è stato maldestro. (Il Dey Husain III, l’ultimo reggente, chiedeva, nell’estate del 1830, una flotta che lo difendesse da 103 navi da guerra e 400 bastimenti francesi già schierati in rada. Era la Royale, come la chiamano ancora oggi, pronta allo sbarco di 37 mila soldati. Da Costantinopoli arrivarono le navi ottomane, ma insieme a Tahir Pascià, il cui mandato era di far strangolare il Dey e di frenare così la conquista. Non un turco sbarcò, la Francia prese Algeri da terra, il Dey fu esiliato a Napoli, dove, appena sistemato, lo informarono che a Parigi la rivoluzione aveva cacciato il re Carlo X). L’archeologo-storico fa vedere come il Dey controllava l’entrata degli ambasciatori: da feritoie larghe poco più di una canna di fucile. E avverte di non guardare troppo dall’altra parte delle finestre del palazzo «perché i doganieri, i militari e i poliziotti sono un’unica categoria del pensiero»: a vista c’è una gran caserma, con piccoli soldati armati al sole.

All’aeroporto di Algeri i doganieri chiedono di indicare generalità e professione: il termine «giornalista», scritto senza pensarci su, determina una sosta prolungata e l’alta probabilità di una scorta. Due uomini non ombra per tutto il tempo della permanenza. Alla fine si può rinunciare alla scorta: solo perché chi ci ospita ad Algeri ha mediato con cognizione di effetto. Con uno sforzo minimo, si diventa alla registrazione negli alberghi «pubblicista», o «scrittore»: più generici o più tronfi. Sempre all’aeroporto, una serpentina quasi dritta di cinesi aspetta il visto: lavoratori nell’edilizia, e, sembra, ex detenuti liberati per quel lavoro fuori. In città, i gatti sono pochi e scarni ma una volta era il contrario, come a Roma: qualcuno sostiene che la decimazione sia dovuta a quei cinesi e a un aspetto della loro cucina.

A ovest di Algeri, sulla costa, la cittadina di Tipasa (uno dei luoghi di Camus) fa vedere al massimo cosa voleva dire essere cives romani della provincia d’Africa: teatro, villa, resti di mosaici, la via Decumana, gli eucalipti, uno strapiombo mite sul Mediterraneo. Lungo i circa 55 chilometri, il pullman incontra 6 posti di blocco.

Nella manifattura di ceramiche Bouhmedi, sobborgo di Kouba, quello che esce è di livello «faentino»: deflagrazioni di colore alla Pollock, uccelli grigi come li vedevano i fiamminghi, scene campestri del rococò francese. Lì l’assunzione delle donne (molte con la testa coperta) è preferita; perché gli uomini hanno tutti un altro lavoro, in nero, e perciò sono stanchi, e poi qualcuno si è alla lunga rivelato: islamiste, cioè troppo fanatico. Fatima, già magistrata alla Corte Suprema, oggi giudice di prima fila in processi contro terroristi, racconta che sua nonna portava il velo, quello col fazzoletto maghrebino, bianco, non l’altro violentemente importato dall’Iran e dall’Arabia Saudita. Durante uno di quei processi, uno dei tanti avvocati laici del foro di Algeri l’ha avvertita, poco tempo fa, di andarci piano con la denuncia di nomi e connivenze governative. Fatima spiega di aver risposto in aula: «Sono qui e giudico in nome della legge».

Quando annotta, più o meno dopo le otto di sera, Algeri non ha più donne per le strade; durante il giorno è piena di uomini e donne fra i 20 e i 30 anni in giro fino a sera. Di notte gira il ricordo recente del coprifuoco.

PASSAGGI. Pochi giorni ad Algeri, il quadro può essere visto a zone. Connesse, consequenziali, simboliche. La zona del passato prossimo, dello strazio, del futuro. Gli anni Novanta hanno lungo corso: lo Stato socialista che apre i suoi monopoli ai privati, soprattutto il commercio estero; i privati che diventano nuovi ricchi pronti all’assalto della «politica» (partiti, assemblee legislative); nuovi ricchi celebri come Djllali Mehri, proprietario della Pepsi Algérie, presente poi nelle liste del Mouvement de la societé pour la paix (partito islamista), o Issad Rebrab, padrone dell’agroalimentare e metallurgica Cevital, 200 miliardi di dollari in giro d’affari nel 2002; partiti e poteri dello Stato investiti da «fortune» che trattano con loro il lavaggio di enormi masse di capitali di provenienza dubbia; introiti petroliferi, e di gas naturale reinvestiti sul mercato mondiale, e non su quello algerino, con le compagnie americane al posto dello Stato a negoziare i prezzi. Un modello di ricchezza imposto come coup de force: dalle zone della produzione e degli investimenti industriali ai settori dello scambio e della speculazione. Con conseguenti zone dello strazio: uomini per la strada, già lavoratori salariati, disoccupati o precari. E poi la semina islamista, venuta su insieme al mercato aperto. E quindi gli ultimi 12 anni, di cui 7 di guerra civile veramente senza quartiere: almeno 100 mila vittime, fra i 200 e i 300 mila feriti, un milione di profughi, decine di migliaia di autoesiliati.

Mohammed Boudiaf è stato un capo Fln nella guerra contro la Francia, era un socialista rivoluzionario, esiliato in Marocco dal presidente militare e socialista Houari Boumedienne: nel 1992 lo fanno ritornare perché lo Stato algerino rischia di non esistere più, diventa presidente della Repubblica, promette e inizia un ricambio drastico nei quadri dello Stato e dell’esercito. Dopo meno di un anno, lo ammazzano durante un comizio sulla costa ripreso in diretta televisiva: spara un ufficiale, a cui sparano subito, sempre a telecamere aperte. Oggi la Fondation Boudiaf, nata qualche anno dopo, abita in una villa già francese nel settore alto delle ambasciate (quasi tutte incoronate da filo spinato): è una possibile zona del futuro, dove storici, ex ambasciatori, magistrati e magistrate, artisti, studenti, ragazze coperte e scoperte, lavorano: convegni, scambi con università estere, soprattutto francesi, libri, riviste, pubblicazioni. Fanno conoscere agli algerini (e agli altri) la loro storia, con le sue promesse violentate: così lottano contro la zona dominante del presente. In questi giorni di settembre la storica Haoua Ameur-Zaimèche (29 anni, algerina nata e cresciuta a Parigi, e quindi francese e algerina) ha organizzato benissimo un convegno con storici francesi e italiani: si parlava di microstoria, biografie e monografie.

Lo storico Dahò Djerbal, una delle punte della Fondazione, già visiting professor a Princeton, ha titolato un suo scritto del 2001 Algérie, lutte de clans, ou lutte de classe?; dirige anche una rivista di studi e critica sociale che si chiama Naqd. È in francese e in arabo, e uno dei suoi numeri è dedicato all’esthétique de la crise e riproduce un gruppo di oli, foto, acrilici e tecniche miste dei più bravi artisti algerini di oggi. Opere con titoli di questi tipi: Viso Maschera, Visto alla televisione, Madre, Esodo, La leggenda fu raccontata. Nel maggio 1993 l’assassinio di Tahar Djaout, giornalista del settimanale Ruptures, fu subito attribuito agli islamisti: l’identità dei mandanti, il viso, resta tuttora mascherato. Djerbal informa che durante quei 7 anni di guerra gli artisti algerini non riuscivano a ritrarre una faccia. Molti visi della Fondazione possono essere visti come il contraltare a quel buio: due gentilissimi e magri anfitrioni di mezza età sono simili senza assomigliarsi, potrebbero essere diplomatici cubani del primo periodo di Fidel (quello buono). Uno è il fratello della scrittrice Assia Djebar (ma lo si scopre, per caso, e non quando lui c’è), l’altro, durante la guerra contro la Francia, ha messo insieme tre condanne a morte. Tutte le volte ha evitato la ghigliottina, perché Parigi dopo una serie di decapitati (in tutto 400, in 7 anni di guerra) aveva la grazia di infilare un’amnistia.

IL PASSAGGIO. All’Hotel Samir, il suo proprietario sa come ricevere, e sa che uno dei problemi di Algeri è l’intermittenza dell’acqua. Rassicura: «Qui c’è acqua corrente in ogni stanza». Ha anche dimestichezza con le citazioni di Paul Valéry e con i passaggi mentali di de Gaulle. Spiega una riunione dei primi anni Sessanta e la ragione per cui l’Algeria non è più Francia: c’erano intorno al generale, due consiglieri privilegiati, Olivier Guichard e Alain Peyrefitte, a spiegargli che il confronto militare era quasi vinto, che la provincia maghrebina popolata da poco più di un milione di francesi poteva essere tenuta, e che la condizione per questo era di guardare al futuro.

Davanti ci sarebbe stata l’Algeria da parificare per legge a qualsiasi altra provincia della Repubblica, l’Algeria come l’Aquitania o la Franca Contea; ci sarebbero stati tutti gli algerini finalmente «cittadini», tutti liberi di spostarsi, di andare a vivere, a lavorare, sposarsi in Linguadoca, Piccardia, Parigi eccetera; tutti musulmani sunniti, a ondate di milioni negli anni a venire, tutti col diritto-dovere di mandare i propri 20, 30, 40 deputati alle future Assemblee Nazionali; tutti, o quasi, con la visione possibile di un presidente francese, algerino, e musulmano sunnita, all’Eliseo. Qui il generale, disponibile su quasi tutto, si era fermato. E pazienza per i coloni francesi d’Algeria, e per la visione molto avanzata di quello che è poi successo su scala più contenuta.

DENTRO L’ANFITEATRO. Fra il 17 giugno e il 1 luglio, nel 1962, se ne sono andati quasi tutti i francesi. Hanno lasciato una capitale che assomigliava a loro e a se stessa: non a Parigi, né a Marsiglia, né a Genova, ma un impressionante anfiteatro bianco dove loro hanno costruito fino all’ultimo. Ha costruito Le Corbusier (non la chiesa del Sacre Coeur che però gli assomiglia) perché le unité d’abitation qui dovevano accogliere l’immigrazione popolare francese. Ha costruito soprattutto Fernand Pouillon, un genio del trapianto architettonico moderno, cioè antiorientalista, sulle rive di un Occidente mediterraneo: il Climat de France è una piazza di 200 colonne che dà «un’emozione paragonabile alla scoperta di un’enorme rovina antica abitata ancora oggi» (è la sintesi perfetta dell’architetto italiano Nicola Braghieri). I due complessi di Diar es Saada e Diar el Machoul (chiamato anche Comfort) sono una geometria cubista, un insieme di Braque abitati, dove la materia è la pietra provenzale (d’Arles), trasportata in milioni di metri cubi, costruita in tempi e costi più che contenuti.

È vero che i taxi di Algeri sono spesso fantasmatici: si vedono poco, e non si trovano. Quando se ne trova uno con un proprietario che abita proprio al Comfort, si possono vedere zone inesplorabili. L’appartamento dello stesso taxista, cioè Pouillon da dentro, o la porta della moschea del complesso: senza entrare perché l’accompagnatore dice che è meglio non farlo, e gentilmente rinuncia lui stesso alla preghiera del giorno santo, un venerdì. Fino al 1962, la moschea era una chiesa: a occhio, un cristianesimo razionalista senza avvenire. Ma la zona più suggestiva potrebbe essere quella di un movimento urbano abbastanza unico, almeno come viene fatta vedere da quel disponibile autista: lui abita quell’appartamento da 40 anni, suo padre è entrato da commissario di polizia del quartiere; come tutti gli abitanti di Algeri, prima obbligati nella casbah (alta e bassa), loro sono usciti dopo il 1962 a occupare la città francese. Occupazioni spontaneee, minimamente coordinate dall’alto, senza le grane e l’insostenibile pesantezza di una compravendita.

L’ANGELO ALL’HOTEL D’ANGLETERRE. L’«angelo della Storia», quello di Walter Benjamin, potrebbe trovare una casa oggi ad Algeri. Benjamin l’aveva visto così: «Ha la faccia rivolta al passato. Là dove ci appare una catena di avvenimenti, egli vede un’unica catastrofe, che incessantemente ammucchia macerie su macerie e gliele scaraventa davanti ai piedi. Egli vorrebbe certo indugiare, destare i morti e ricomporre le cose frantumate. Ma dal paradiso soffia un vento di tempesta, che si impiglia nelle sue ali ed è così impetuoso che l’angelo non può più chiuderle. Questo vento di tempesta lo spinge incessantemente verso il futuro, a cui egli gira le spalle, mentre il mucchio di rovine sale davanti a lui fino al cielo…». Fra le molte soste in città, può esserci quella, casuale, davanti all’Hotel d’Angleterre: uno scheletro-maceria, svuotato con un colpo durante gli anni del terrore. Fra i tanti problemi che quell’archeologo-storico con gli occhi straziati citava guardando fuori dal palazzo del Dey, ce n’era uno urgente: «Qui abbiamo il problema di come restaurare».


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