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A Milano, da Orio Vergani, scoppia la misura del torto subìto

Andrea Jacchia
Diario: Anno XII - numero 13 - 6 Aprile 2007


diario coverLa paura della bomba (su un autobus, o per un’autobomba, o per scelta di un combattente suicida maldefinito kamikaze) ci riduce di taglia: prima dello scoppio, più rattrappiti (dopo – è tragicamente ovvio – ridotti ai minimi termini). L’attesa dell’esplosione ci rende minuziosamente precisi: diventano centrali le misure del tempo infinito e dei suoi intervalli. Gli scoppi poi, visti a tecnologica distanza di sicurezza (da un telegiornale, per esempio), riducono ancora la scena: «macchinine» o altri mezzi devastati, ferraglie di carrozzeria che restano lì, l’opposto del viavai fantasmatico di un videogioco. In tutto ciò, anche la misura del torto subìto ha dimensioni e tempi variabili: lentamente elaborata da chi ha preparato lo scoppio, sconfinata per chi ne ha fatto le spese (anzi per la sua memoria), in tre tempi (prima, durante, dopo) se riferita all’azione, o alla scena, in se stessa.

La misura del torto subìto è anche una sura del Corano che Stefano Lupatini – artista bresciano di 31 anni – ha parafrasato e messo in mostra (a Milano, nella bella Nowhere Gallery di Orio Vergani, via Moscova 15) attraverso diverse famiglie di opere, tutte recenti e tutte immediatamente rappresentative di un’«epica» in corso: la cosiddetta emergenza del terrore, cioè la bomba attesa, l’autobomba che scoppia, i soldati pseudoimperiali che guerreggiano, i loro mezzi, i loro nemici che si fanno scoppiare. C’è la famiglia Untitled (Autobomba): modellini di macchine, o autobus, interi e poi squarciati; si vedono anche soldatini fotografati (stampa digitale su leger) che perlustrano cunicoli genericamente mediorientali; c’è per terra una rigida bandiera a stelle e striscie simmetricamente popolata da una miniarmata mondiale in azione parallela dappertutto; si vede un video – il cervello della mostra – che ci rende spettatori dell’attesa della bomba, cioè del tempo della sospensione, della deflagrazione, e del finale vuoto con scempio (la vittima è un autobus, un modellino, privo di umani, cioè di modellini di umani). La «misura del tempo subìto» potrebbe stare nella «quantità di attimi che si ripete con ferrea simmetria» (così scrive Roberto Borghi); ma c’è anche un interessante, anzi fisico, problema di dimensioni.

Come succede a Gulliver nelle due prime parti della sua avventura, ci si sente due volte sproporzionati: rispetto alle misure minime di quegli oggetti (non solo delle macchinine, ma anche della bomba vera) e rispetto alla proporzione massima di quello che succede, o che ci aspettiamo, sospesi, che accada. In questo quadro, cioè nella mostra – e nell’arte o nell’acume di Lupatini – l’unica taglia in proporzione è quella della giacca lunga blu di Prussia dell’attentatore suicida; e un resto di misura a noi consono potrebbe derivare, dopo lo scoppio, da quell’«irritante monotonia della sfortuna», di cui scrive Philip Roth.


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